Il nuovo vento conservatore e la destra antidemocratica

Giorgia Serughetti parte dall’assalto a Capitol Hill per spiegare le conseguenze del nuovo vento conservatore radicale, antidemocratico, antiliberale, suprematista. Ne Il vento conservatore. La destra populista all’attacco della democrazia (Laterza 2021) l’autrice illustra il percorso di un nuovo movimento tra neoconservatorismo degli anni Duemila e neoliberismo degli anni Ottanta che starebbe travolgendo il mondo occidentale. L’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 ha rivelato lo scontento di chi ha creduto che le elezioni del 2020 statunitensi fossero state sottratte ai legittimi vincitori. Soprattutto, s’inseriva in un disagio per cui i neri e gli ebrei, gli omosessuali e i latinos fossero complici del grande furto alle spese del GOP. «Il loro razzismo esibito», spiega Serughetti, «è l’espressione della pretesa di essere l’unico “vero” popolo”». La nuova destra demagogica e populista, radicale e identitaria, reazionaria e violenta, rigetta i valori liberali.

Ma anche l’integrazione sovranazionale nonché il multiculturalismo, beneficiando l’identità nazionale. «L’identità è in grado di suscitare grandi investimenti emozionali di segno opposto», ricorda l’autrice rifacendosi a Francis Fukuyama. Parecchi in Occidente si vedono portatori di istanze da riallacciare a una presunta oppressione e alla marginalizzazione sociale. Molti si sentono traditi dalla globalizzazione e pertanto intravedono gruppi minoritari sempre più prorompenti e minacciosi nella “loro” società. Da Jair Bolsonaro a Jarosław Kaczyński, da Recep Tayyip Erdoğan a Viktor Orbán, il vento conservatore autoritario fa leva sulla promessa di proteggere le maggioranze silenziose. Ovvero la classe lavoratrice media: dalla perdita di identità dovuta, a loro avviso, alla globalizzazione e dall’immigrazione illegale che incrementa il clima di insicurezza. Tuttavia, spiega l’autrice, questi «non elaborano, però, a questo file, letture di classe, ne offrono ricette redistributive contro la crescita delle diseguaglianze».

Difatti, «piuttosto fare l’appello a status ha scritti dalla nascita, capace di provocare sentimenti larghi di appartenenza, come la nazionalità, la “razza”, la cultura o la religione», si fanno interpreti di valori che, a loro dire, sono stati eclissati e dimenticati. L’autrice sostiene la nascita di un conservatorismo che mette assieme il liberismo economico e il conservatorismo morale. Secondo l’autrice «entrambi sviliscono i valori dell’uguaglianza, della partecipazione sociale, della libertà politica e dello Stato di diritto, e l’uno finisce per rinforzare l’altro». La destra radicale «alimenta degli effetti distruttivi prodotti dal neoliberismo in campo sia economico, sia sociale e politico, ma a sua volta spinge all’individualismo competitivo, sul mantra dell’efficienza, e spesso su politiche a vantaggio dei più ricchi, mentre rafforza gerarchie di classe, genere, “razza”, religione». Jan-Werner Müller ha parlato di populismo come tecnica, stile politico, strategia. Cas Mudde ha parlato a proposito di populismo come Zeitgeist.

Paul Taggart di “svolta populista”. Chantal Mouffe di “momento populista”. Il metodo populista ha afflitto da un decennio il modo di fare politica di molti partiti, specialmente a destra. Il nuovo conservatorismo autoritario è il vento conservatore analizzato da Serughetti. Rifiuta il concetto di uguaglianza e di democrazia. Usa la demagogia e il populismo come metodo. Il discorso populista si articola in termini di sovranità. Prevede la divisione tra popolo e nemici del popolo. Il nemico del popolo deve essere privato di ogni potere perché solo “il popolo” può esercitare diritti legittimi. Il popolo diventa così una sorta di comunità di appartenenza. Nadia Urbinati ha spiegato che i populisti cercano una relazione diretta tra il leader e il popolo. In questa ottica saltano le mediazioni tra leader e popolo prescelto. La vaghezza del sistema populista prevede che ci sia una divisione tra la gente “vera”, autentica, patriottica.

A cui si contrappone il nemico, l’ostacolo, l’antipatriottico. Margaret Canovan ha spiegato che ci sono tre versioni del popolo populista. La prima è il popolo unito: la nazione, il paese. La seconda è il popolo come etnia o parentela. La terza è il popolo come “gente comune” contro l’élite. Fukuyama e Canovan sono d’accordo: l’appello al popolo è un appello a un’identità. Un appello non lontano da una dimensione tribale della società che deve rispondere agli attacchi dell’altro ed il diverso per proteggere il “noi”. Serughetti parla di tribalismo identitario. Dal «grande bellissimo muro» di Donald Trump, alle politiche anti-immigrazione di Orbán, fino al «prima gli Italiani» (che vuol dire «prima io») di Matteo Salvini, al «meno immigrazione e meno Islam» di Geert Wilders, al «la Francia ai francesi» di Marine Le Pen. Il template del vento conservatore prevede la proposta di più sicurezza e meno immigrazione.

Ad alimentare il senso di incertezza e l’equazione “straniero = minaccia” sono stati anche gli attentati dell’11 settembre. Anche la recessione del 2008, la crisi dei debiti sovrani e la crisi dei rifugiati nel 2015 hanno giocato un ruolo in tal senso. Secondo Serughetti le politiche economiche neoliberali hanno prodotto effetti devastanti sul ceto medio e un simultaneo arricchimento delle élite. Lo conferma Dani Rodrik, secondo cui il declino della diseguaglianza globale è stato accompagnato da un aumento della diseguaglianza nei singoli paesi. Questo ha avuto un contraccolpo politico, trasformato poi nel vento conservatore. Anche Colin Crouch ha analizzato il fenomeno dei partiti radicali di destra e i fenomeni migratori. Secondo lo studioso i partiti antimmigrazione ottengono maggiori successi nel paese laddove gli stranieri presenti sono pochi. Dall’elezione di Trump nel 2016 al “Leave” del Regno Unito.

Passando per le elezioni del Parlamento tedesco nel 2017 che ha visto l’incremento dell’AfD, questi fenomeni sono stati prorompenti nelle aree di minore immigrazione. La forza del vento conservatore trova espressione anche dal fatto che dagli anni Settanta le nuove generazioni hanno abbracciato tematiche quali il multiculturalismo, l’ambientalismo, i diritti umani, l’uguaglianza di genere e i “diritti” LGBT. In riposta a questi sviluppi è stata data una risposta conservatrice. Secondo Wendy Brown, «la liberalizzazione traspone i principi politici democratici di giustizia in un idioma economico trasforma lo stato stesso in un manager della nazione, su modello di un’impresa […] e svuota in gran parte di sostanza la cittadinanza democratica e persino la sovranità popolare». Il neoliberismo è sul banco degli imputati per la presunta disintegrazione della società. Ma anche per la svalutazione dell’uguaglianza e della mobilitazione dei valori tradizionali.

Attaccando Friedrich von Hayek a Milton Friedman, Brown spiega che il neoliberismo «è un progetto politico-morale che ambisce a proteggere le gerarchie tradizionali negando l’idea stessa del sociale e restringendo radicalmente il raggio d’azione del potere politico democratico negli Stati-nazione». Fa eco Serughetti: «Da una parte, i mercati regolati tendono a riprodurre, anziché a ridurre, le storiche stratificazioni di potere all’interno della società, incluse quelle di genere e razziali. Dall’altra, i valori morali conservatori creano uno scudo difensivo contro ogni cambiamento che minaccia di sovvertire le diseguaglianze». Il vento conservatore spinge verso un individuo senza società. Il che è la caratteristica principale del «carattere bifronte della destra populista, metà sovranista e metà neoliberista». A differenza della destra estrema, la destra populista non è anti-individualista. L’individualismo viene accomunato nel libro all’atomismo e al miniarchismo. Anche l’ossessione dell’identità che è all’origine dei movimenti conservatori secondo Serughetti ed è ricollegabile all’individualismo.

La società «ha bisogno di autonomia dei singoli tanto quanto di appartenenza alla collettività». Pur di screditare il neoliberismo Serughetti scomoda Joseph de Maistre, Edmund Burke e Hannah Arendt. I quali, di converso, hanno sempre sottolineato l’importanza della dimensione individuale su quella collettiva, celebrata invece da autrici come Brown. L’autrice parla di un individualismo autoritario. Ovvero, «una forma di individualismo che da un lato esprime una continuità con i valori della società neoliberista, dall’alto difende apertamente un ordine diseguale d’impronta “tradizionale”». Questa forma di individualismo si inserisce in una controrivoluzione conservatrice illiberale. Burke (conservatore antidemocratico) e Hayek (liberista individualista) sono la sintesi dei due ceppi che Serughetti identifica come i capisaldi del nuovo vento conservatore. Lo strumento di affermazione è il capitalismo inteso come meccanismo sregolato che mina alla tenuta delle istituzioni democratiche, mettendo in discussione il principio della uguaglianza.

Individualismo neoliberista e populismo conservatore hanno un avversario comune secondo l’autrice. Ovvero, quello di trasformare la società secondo un’ideale di giustizia. Ignorando il fatto proprio Hayek aveva criticato proprio i diversi tentativi di plasmare la società secondo “idee di giustizia”. Jean-François Bayart ha parlato di un nazional-liberismo. Un liberismo per i ricchi mischiato un nazionalismo per i poveri. Ronald Reagan e Margaret Thatcher sono l’incarnazione dell’incrocio filosofico tra Burke e Hayek. Cioè una commistione tra neoliberismo individualista e conservatorismo di destra. «L’individualismo autoritario della destra conservatrice e populista implica dunque un rigetto dell’orizzonte normativo della giustizia come uguaglianza, il nome di un’idea di libertà slegata da ogni vincolo sociale». Inoltre, «Esiste un filo rosso che lega l’opposizione ai social justice warriors, il rifiuto del politically correct, il scientifico e le teorie complottiste: e l’adesione ha una visione individualistica, anti egualitaria, antidemocratica della politica e della società».

Per Serughetti questo è il nuovo paradigma conservatore. Che si serve anche di strumentalizzazioni di patria e famiglia. Tuttavia, in dimensione del tutto atomizzata-individualistica e non collettiva-europea. Il vento conservatore è nazionalista e sovranista. Il populismo conservatore prevede la tendenza a declinare la sovranità nazionale in termini culturali e identitari, contro il liberalismo e l’ordine mondiale. Il sovranismo di cui la destra populista fa uso è attraente per le diverse fasce di popolazione proprio per il richiamo che esercita il concetto che intende proteggere i nativi dallo straniero, dagli immigrati, dagli islamici, dagli africani, dai sans papier. Il sovranismo è tipico delle democrazie liberali contro vincoli liberali e la separazione dei poteri, lo Stato di diritto e i diritti fondamentali. «La volontà popolare, che il populismo fa coincidere con la volontà del leader, deve affermarsi senza limiti».

Serughetti trova analogie tra questo soggetto politico al desiderio patriarcale di alcuni segmenti della popolazione che non sono d’accordo con l’alterazione dell’ordine gerarchico nelle società occidentali. Il populista promuove il ritorno di un sogno nativista in cui la società torna al passato. I populisti di destra vogliono fondare un ordine che guarda all’indietro. «Al cuore di questo progetto si trova la famiglia, come unità riproduttiva, come cellula economica, ma anche come pilastro di un ordine di genere, sessuale, razziale, che sottomette i diritti individuali al dovere normativo di assicurare la sopravvivenza della nazione». Il populismo odierno «recupera l’elemento di tribalismo che caratterizza, fin dal Settecento, la reazione conservatrice al pensiero democratico liberale». Serughetti connette questo paradigma a quello dei maschi bianchi arrabbiati. «Le spinte nazional-conservatrici esprimono infatti anche l’esigenza da parte di alcuni uomini, principalmente bianchi della classe media, di riaffermare una superiorità che vedono compromessa».

Il femminismo viene vissuto come una minaccia all’immagine dell’uomo bianco e della famiglia. L’autrice parla di un senso di minaccia che è generato dall’avanzare delle donne in molti campi. Nonché la loro crescente libertà sessuale che provoca risentimento e senso di smarrimento della tradizione da parte di parecchi uomini che sposano il paradigma conservatore. Una guerra non dichiarata contro le donne sarebbe stata scatenata degli anni Ottanta dopo le anticipazioni degli anni Sessanta e Settanta, andando così di pari passo con l’affermazione del neoliberismo e dell’erosione del welfare state nonché con la crescita delle cosiddette diseguaglianze. In conclusione, destra economica e culturale condividono l’opposizione all’ideale di uguaglianza secondo Serughetti. «Il populismo non è una reazione al neoliberismo: ne è un sintomo, e una faccia della stessa medaglia». Non importa se i pochissimi neoliberisti si siano sempre imposti contro il paradigma populista di conduzione dell’offerta politica.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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