Andrea Minuz smonta i miti della superiorità intellettuale

Sarcastico, divertente, caustico: fa riflettere il gustosissimo Egemonia senza cultura (Silvio Berlusconi Editore 2026) di Andrea Minuz. Un tempo ossessione incarnata dalla figura dell’intellettuale di partito, rimossa con la Seconda Repubblica, l’egemonia culturale è tornata. A sinistra, come recriminazione per una supremazia intellettuale oramai svanita. A destra come resa dei conti, vendetta, cambio di story telling. Andrea Minuz propone un itinerario tra luoghi comuni per mettere in luce le ragioni della sua tenuta. Un viaggio ironico e scanzonato tra salotti culturali, talk show, festival e fiction. L’intuizione di Antonio Gramsci non è da sottovalutare. Il potere non è fatto solo di manganelli, ma di idee che si insinuano come un virus, esordisce l’autore. L’idea gramsciana secondo cui la dominazione non si regge solo sulla forza, ma sulla costruzione di senso comune e cultura orientata, è una delle intuizioni più potenti del pensiero politico moderno.

L’egemonia culturale è ancora un rumore di fondo della chiacchiera pubblica e un ritornello dello scontro politico. Ogni governo la evoca, ogni sconfitta elettorale la reclama, ogni schieramento ne denuncia il monopolio altrui. Molta egemonia, poca cultura, constata Andrea Minuz. In Italia il suo fantasma si ripresenta dopo ogni grande snodo elettorale, come cifra identitaria, mito culturale. Psicodramma collettivo. L’egemonia non perde fascino e continua a spiegare, insiste l’autore, l’irruzione di una nuova epoca. Sembra un talismano capace di incenerire gli avversari. Contro la GLE (Grande Lamentazione dell’Egemonia) insorgono i teorici della PEC (Presunta Egemonia Culturale), scrive. Il fatto è che, finché la destra italiana era riconducibile ancora a Silvio Berlusconi, tutto questo arrembaggio culturale non trovava grandi sbocchi. Restava sullo sfondo: qualche esternazione di Gianni Baget Bozzo, Domenico Fisichella, Marcello Pera, un’università del pensiero liberale mai decollata …

Berlusconi, come i migliori democristiani, non voleva convincere nessuno. «L’egemonia culturale esiste, solo che funziona al contrario. Più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri, come negli ultimi trent’anni hanno dimostrato le imprese elettorali di Berlusconi e oggi il caso americano». Sui social ti vedono tutti, in cabina elettorale no. Per costruire un’egemonia culturale servono intellettuali e idee capaci di insinuarsi nelle istituzioni. Le idee definiscono un sistema di credenze, valori, visioni del mondo. Poi, però, occorre qualcuno che sappia tradurle in modo semplice, immediato, accattivante. «È facile essere di destra, significa seguire gli istinti e non il ragionamento; essere di sinistra, invece, è più difficile perché gioca sul terreno della conoscenza degli argomenti», dice Corrado Augias. La vita sociale è regolata da queste profonde convinzioni, da un cumulo di cliché che sovrappone cultura e sinistra, osserva Andrea Minuz.

Vent’anni fa uscì un articolo di Giovanni Raboni dal titolo acchiappalike, come si direbbe oggi: “I grandi scrittori? Tutti di destra”. Jorge Luis Borges, Louis-Ferdinand Céline, Paul Claudel, Carlo Emilio Gadda, Hermann Hesse, Eugène Ionesco, Vladimir Nabokov, Ezra Pound, Luigi Pirandello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, William Butler Yeats. Raboni tentava di dimostrare cose che un tempo sembravano ovvie. Per esempio, che scelte stilistico-politiche possono appartenere a due sfere non coincidenti, perché «si può essere rivoluzionari nella scrittura e conservatori o addirittura reazionari, in politica, e viceversa». Pierluigi Battista ricordava che «nell’epoca d’oro dell’egemonia culturale della sinistra i libri più venduti erano stati (quasi) sempre di destra». Molti bestseller non sono di sinistra: Il gattopardo, Don Camillo, Il sangue dei vinti, gli ultimi libri di Oriana Fallaci. Ma Marco Bellocchio non ha dubbi: «La destra ha pochi artisti e poca fantasia, perché la Bellezza non può andare a destra».

Il capitolo su Michela Murgia illustra la dichiarazione di guerra al veltronismo e la sua sostituzione con il wokismo, per dirla con l’autore. L’onda woke, il femminismo incazzoso, la ripresa martellante del Fascismo. Secondo Andrea Minuz, Murgia ha capito che in Italia l’impegno letterario è una questione di personal branding. I suoi libri si possono ignorare e questo non ne sminuisce l’impatto e la forza. Ha scelto un’entità precisa contro cui scagliarsi – il patriarcato, la famiglia tradizionale, un po’ come Pier Paolo Pasolini aveva la borghesia, il consumismo. «Quando l’ascensore arriva al rooftop, l’intellettuale-artista-scrittore è chiamato a un’ultima mutazione: diventare coscienza civile del paese. In pochi si rifiutano, anzi ci cascano quasi tutti. È la tentazione irresistibile di abbandonare la propria disciplina, dove magari si eccelle, per costruirsi un pulpito, attirare l’attenzione su di sé, proclamare opinioni su tutto».

Ubriaco di fama, trasformato in intellettuale civile, proclamato guru dalla sinistra, Carlo Rovelli regala su Facebook post come questo. «Una semplice carta d’identità rilasciata dalle Nazioni Unite a tutti i cittadini della Terra. Potrebbe anche essere utile come documento d’identità. Ma soprattutto avrebbe un valore simbolico fortissimo: siamo tutti parte di una stessa comunità». Scrive Andrea Minuz: «La menopausa intellettuale porta spesso alla luce latenze e deficit che erano sempre stati lì, però tenuti ben nascosti dalla competenza sfoderata su un campo specifico […]. Ci sono però almeno due elementi ricorrenti e sistematici, che si ritrovano più o meno in tutti i casi: […] Un’assoluta incomprensione dei meccanismi del libero mercato, anche nel loro minimo funzionamento […] soprattutto […] per le competenze economico-finanziarie di base […]. Una malcelata fascinazione per regimi totalitari, terrorismi, violenza in generale: sempre giustificata o approvata o spiegata se condotta in nome della causa giusta».

Esempio di questa tecnica è il linguista Noam Chomsky. Che rivela una straordinaria attitudine per entrambi i deficit. Raggiunta la meritata notorietà con lo studio degli universali della sintassi, Chomsky abbandona la linguistica e diventa il più grande oppositore della politica americana. Vate della geopolitica Ma soprattutto, difensore di tutti i regimi totalitari purché si scaglino contro l’Occidente borghese, fino a celebrare i massacri di Pol Pot. Ma occorre menzionare anche altri cattivi maestri, come Michel Foucault e compagni, secondo cui la violenza dell’oppresso diventa sempre resistenza; Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Louis Althusser … Insigni pensatori per i quali il totalitarismo era sempre e solo quello occidentale e borghese. «La ricerca e la carriera accademica nelle humanities è spesso blindata da parole chiave (gender, colonialism, feminism, critical theory & co.) che corrispondono a corridoi privilegiati per copiosi finanziamenti erogati dalle istituzioni nazionali e sovranazionali».

Scrive Minuz: «Anche sull’orlo dell’apocalisse, dell’allarme nucleare o della Terza Guerra Mondiale, la televisione non potrà smettere di fare la televisione. Ieri servivano no-vax e no-green pass e filosofi pronti a scagliarsi contro la dittatura sanitaria, poi sono arrivati difensori delle ragioni di Putin, accusatori dell’infingardo accerchiamento della NATO, poi pensatori geopolitici filo-Hamas. Gli ospiti però sono sempre quelli. Come in una porta girevole, gli habitué della trasmissione di Massimo Giletti uscivano di scena coi monologhi contro i vaccini e rientravano contestando le immagini delle catastrofi di Mariupol, false, messe in scena, allestite». In studio compare “un esperto di media che nega l’esistenza dei bombardamenti; una professoressa di filosofia che li “problematizza”; un deputato di Potere al Popolo che li riconduce alla spietatezza del capitalismo spiegando che […] se ci bombardano è colpa nostra; un oscuro avvocato radiato dall’albo con un canale Telegram […] che svela le vere ragioni della guerra».

Ma il capitolo più divertente è quello dedicato a Repubblica. “Leggere Repubblica” … Suona come il nome di un primo amore. «L’homo novus scaturito dal tracollo della vecchia egemonia del PCI, spaventato dal radicalismo della lotta armata, entrato titubante negli anni Ottanta, scopriva con Repubblica una nuova famiglia in cui conciliare le esigenze dell’IO e quelle del NOI». Col Padre Fondatore compagno di banco di Italo Calvino, agitatore in via Veneto, autore di libri col Papa, «vate del giornalismo riunito in un doppio Meridiano, morto il 14 luglio, mica un giorno qualsiasi». Repubblica è un’opera-mondo. Non è mai stato solo un giornale. Essere lettori di Repubblica ha sempre significato qualcosa di più. Con le parole di Andrea Minuz: un’officina del ceto medio riflessivo, un laboratorio permanente di identità, mode e lifestyle della sinistra italiana, uno sfogatoio collettivo per le sue sconfitte, una vetrina per scrittori e intellettuali.

Repubblica porta in un mondo. Non informa: arricchisce. Rafforza la sensazione di essere dalla parte “giusta” del Paese. Il progetto egemonico di Repubblica puntava tutto sulla cultura e sul lifestyle per preparare il terreno al Grande Disegno di una sinistra al governo, sempre rivendicato a chiare lettere da Eugenio Scalfari. Una Repubblica laica e di sinistra, ma sospetta al PCI, poi vicina al PSI, intrigata dalla DC di Ciriaco De Mita, quindi piattaforma dell’Ulivo e della lotta al Berlusconismo. «Solo scontri tra il Bene e il Male, l’ombra del fascismo sempre imminente. Mancavano i dubbi. Mancava la anche vaga e remota possibilità che una vittoria del centrodestra non fosse la fine della democrazia». Comunione perfetta: lusso, glamour e coscienza civile. «Un’Italia di grandi spiriti contrapposta a una sotto-Italia» (definizione di Alberto Moravia affidata alle pagine de lEspresso alla fine degli anni Cinquanta).

Il giornale-mondo plasma il fenomeno Massimo Recalcati e lancia Michela Marzano, filosofa. Che scopre di avere un nonno fascistissimo, uno che «nel maggio del 1919 aveva contribuito alla nascita della sezione romana dei Fasci di combattimento». Da qui ricava l’ennesimo libro, un romanzone con titolo à la Jane Austen, Stirpe e vergogna, ironizza Minuz. Ma Repubblica è soprattutto il tempio del Murgismo. Scrittori, intellettuali, musicisti, poi anche chef, influencer, tiktoker e attivisti si trasformano, con Repubblica, in patrimonio della società civile. Da Edoardo Prati a Fabio Fazio. Solo che ora «il wokismo ha stancato. Ecco tutto un riflusso old fashioned: l’epica delle maestre, la pedagogia, la scuola diseguale […]. Repubblica […] sente la mancanza di un nemico all’altezza di Berlusconi». Ma non bisogna temere: «L’ondata di fascismo, nazismo, tecnofascismo stellare, riaccende grandi speranze. Via libera al brand Mussolini».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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