Da Livorno ad oggi: il PCI e il secolo delle ambiguità

Sotto il ritratto di Karl Marx e dietro la regia di Mosca, a seguito della scissione al congresso del Partito Socialista Italiano, il 21 gennaio del 1921 a Livorno nacque il Partito Comunista d’Italia. Curioso notare che il 22 gennaio sono i centotrent’anni dalla nascita di Antonio Gramsci, il grande teorico del futuro Partito Comunista Italiano, mimetizzato e silenzioso nel Congresso in alta Toscana, tra Nicola Bombacci e Amadeo Bordiga. La nascita del PCd’I fu uno degli eventi politici più significativi del primo Novecento; il risultato di una scissione del gruppo de L’Ordine Nuovo, che diede vita ad una formazione politica in seguito caratterizzata da una lunga serie di ambiguità. Altro che «proletari di tutto il mondo unitevi!». Come ha ricordato Ezio Mauro, nel 1921 socialisti e comunisti avrebbero marciato separati all’alba del Fascismo; secondo Paolo Franchi (Corriere della Sera, 24 gennaio 2020), la scissione certificò la nascita di un «partito di massa e non più di rivoluzionari di professione».

Al Teatro Goldoni, dove si riunirono gli scissionisti, Umberto Terracini criticò il PSI per la sua intenzione di allearsi con il Partito Popolare di Don Luigi Sturzo. Dal 1943 in poi, cattolici e comunisti non sarebbero stati male assieme: i seguaci di Palmiro Togliatti si espressero per un’intesa con l’erede del PPI, la Democrazia Cristiana. Come ricordato da Paolo Mieli (CdS, 5 gennaio 2021) i rapporti tra i due già decollarono «a seguito del “dialogo del Brancaccio”, il teatro romano dove parlarono prima Togliatti, poi Alcide De Gasperi, scambiandosi attestati di stima. I due partiti, PCI e DC, coabitavano da qualche mese, dapprima nel secondo governo presieduto da Pietro Badoglio e, dopo la liberazione di Roma, in quello guidato da Ivanoe Bonomi.» In quell’occasione, De Gasperi sottolineò la diversità tra Togliatti e Stalin. Il leader dc disse di sperare che la presenza dei comunisti al governo potesse evitare gli errori del sistema russo.

Ad ogni modo, cane e gatto cooperarono e una dimostrazione di ciò prese forma nella grande amnistia del giugno 1946. Secondo Aldo Cazzullo (CdS, 28 novembre 2019) i comunisti «erano interessati sia a coprire con l’immunità le vendette seguite al 25 aprile, sia a lanciare un messaggio ai “fratelli in camicia nera”». Tuttavia, non passò molto tempo prima che i rapporti tra PCUS e PCI divennero palesi in età repubblicana, cosa che sembrava incompatibile con i “valori” democratici dell’Occidente, che il PCI sposava a fasi alterne. Togliatti era stato a lungo alla corte di Stalin e quando questi morì nel 1953, ci fu una grande crisi del Comunismo internazionale. Seguito da Nilde Iotti e Pietro Nenni, il “Migliore” andò ai funerali del dittatore georgiano; «la Guida, il Genio, il Maestro, l’Infaticabile Edificatore del Comunismo, il Grande Cuore Generoso», secondo Luigi Longo, «un gigante del pensiero e un gigante dell’azione», secondo Togliatti in un discorso alla Camera. E poi: «la sua causa trionferà in tutto il mondo.»

Fortunatamente non fu così, ma il crollo del Muro di Berlino, cioè del Comunismo e di molti comunismi, era ancora lontano. Bisognava prima passare per le torbide acque dell’invasione ungherese del 1956, quando il PCI tacque sullo spargimento di sangue in centro a Budapest, nonché sui gulag di Baffone. All’interno del blocco occidentale, negli anni Sessanta il PCI scese ufficialmente in campo contro gli americani, dunque a favore di Fidel Castro, Ho Chi Minh e altri despoti, che violavano sistematicamente i diritti umani, che il PCI stesso, a parole, diceva di difendere. Quanto agli anni Settanta, cosparsi di sangue e dai colpi del terrorismo nero e soprattutto rosso («compagni che sbagliano»), all’epoca si assistette al compromesso storico di Enrico Berlinguer, che si definiva comunista nel fortino del confortevole Occidente, al sicuro, sotto l’ombrello della NATO, come affermò in un’intervista di Giampaolo Pansa. Tuttavia, secondo Angelo Panebianco (CdS, 1° luglio 2020) «l’accettazione formale della NATO non impedì a un partito pieno zeppo di antiamericani e di filosovietici, di mobilitarsi, pochi anni dopo, contro gli euromissili».

Sebbene molti esponenti pci dicessero di proteggere gli “interessi dei lavoratori” e degli operai, il PCI rappresentava «l’esempio più riuscito dell’utilizzazione politica dei sindacati operai. Il partito controlla[va] i lavoratori attraverso una fitta rete di agenti palesi e segreti che vigila[va]no da vicino la condotta in fabbrica di ogni singolo operaio», scriveva Panfilo Gentile (Democrazie mafiose). Altro segno di drammatica ambiguità del PCI, come notato da Ferruccio de Bortoli, Poteri forti (o quasi), era la presenza tra le sue fila dei cosiddetti indipendenti, che nel PCI lo erano «un po’ per finta e qualche volta finirono per costruire eleganti foglie di fico, utili per mascherare una ortodossia economica che vedeva […] lo Stato esercitare una funzione di indirizzo, persino pedagogica e moralizzante, nei confronti delle forze sociali e dell’imprenditoria privata.»

Seppur formalmente all’opposizione per quasi mezzo secolo, il PCI – che si era intestato pure la teorizzazione della cosiddetta questione morale, salvo poi spartirsi la torta tangentizia con gli altri partiti – è stato un grandissimo policy maker in Italia. Gramsci sarebbe stato fiero dell’influenza culturale che l’aggregato comunista è riuscito a conquistarsi nei decenni. D’altronde, egli aveva formulato il concetto di egemonia culturale, ma chissà però come avrebbe reagito di fronte agli aggiornamenti degli eredi del PCI di oggi e della crisi della sinistra mondiale. Con riferimento ai comunisti italiani, alla voce “ODIO” del suo dizionario anti-politicamente corretto (E finsero felici e contenti), Giuseppe Culicchia ironizza sulla doppia morale di molti componenti del partito di Botteghe Oscure: «Dopo avere detto e/o scritto e/o urlato per decenni che uccidere i fascisti non è reato, che i fascisti devono tornare nelle fogne, che i fascisti devono stare fuori dall’università, che con i fascisti non si parla, che l’unico fascista buono è il fascista morto, che il fascista deve stare a testa in giù, indignarsi per via del loro odio e affermare: “la loro politica è basata sull’odio”.»

Il PCI non era il partito della tolleranza: era il centralismo democratico a farla da padrone. Questo elemento si traduceva in una gerarchia elitaria e piramidale, che ben poco aveva a che fare con l’uguaglianza che il PCI predicava. Mai il PCI venne sfiorato dall’idea di cambiare pelle prima della caduta del Muro di Berlino. Quest’ultimo giustificava la presenza della spaccatura DC-PCI in Italia. Entrambi i partiti, dopo il 9 novembre 1989, non capirono che un’epoca era finita. Ed è proprio da allora che la sinistra vive in una sorta di limbo in termini di identità. Oggi la sinistra italiana post-PCI esita persino a definirsi tale; raccoglie i voti della borghesia delle città (che un tempo disprezzava), non storce più il naso di fronte al liberismo (combattuto per decenni) e si fa promotrice dell’Europeismo più sfegatato (combattuto nella Guerra Fredda per preservare buoni rapporti con gli “amici” del Patto di Varsavia). Il PCI, il cosiddetto Stato nello Stato, oggi compie cent’anni, cent’anni di ambiguità. I partiti nascono e muoiono, si scindono, si fratturano, si compongono, si ricompongono. Quello che rimane, a livello storico, è una drammatica dose di ipocrisia.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

Una opinione su "Da Livorno ad oggi: il PCI e il secolo delle ambiguità"

  1. bravissimo Amedeo!!!!

    Maria Gabriella Rossi

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