Eugenio Scalfari, le metamorfosi dell’ultimo decano

La sua vita Eugenio Scalfari l’ha celebrata più volte in innumerevoli interviste e interventi, ma è in Racconto autobiografico che l’ultimo decano del giornalismo italiano, scomparso a 98 anni, rivela i dettagli più nascosti e intimi della sua vita e delle sue avventure giornalistiche. Non stupisce l’intreccio complesso ed esteso di relazioni con amici e colleghi, maestri e discepoli, scrittori e letterati che Scalfari ha intrattenuto per quasi un secolo. Questo l’ha obbligato ad essere politicamente molte cose. Giovane fascista, poi monarchico, liberale e radicale. Dunque, socialista, comunista e democristiano. Da ateo, negli ultimi anni ebbe un rapporto privilegiato con Papa Francesco. Da uomo che si sentiva Pontefice del giornalismo italiano, nonostante le parecchie metamorfosi, Eugenio Scalfari è stato un maestro della professione. Amato e odiato, quel che è certo è che sulla carta stampata ha diviso molti e regnato tanti, con stile e passione.

Un innovatore del linguaggio e dei codici giornalistici, ma anche un abile moralizzatore che ha alternato economia a filosofia, laicità a politica. Eugenio Scalfari è stato capo indiscusso della sua Repubblica – ben più di un giornale; quasi un partito politico durante l’epoca d’oro dell’editoria in Italia. Repubblica ha scandito la sua vita, divisibile in tre parti. Il pre-Repubblica, con l’ascesa nel mondo giornalistico tra i grandi maestri dell’Italia post-bellica. Il periodo di Repubblica, il segmento della gloria giornalistica e dell’opinion making del (l’e)lettorato di centrosinistra. Ed infine il dopo-Repubblica; la parte crepuscolare concentrata maggiormente su prosa e saggistica. «La mia famiglia paterna è calabrese. Il mio quadrisavolo […] si chiamava Cortese e visse a Monteleone di Calabria (oggi Vibo Valentia) nella prima metà del Settecento» (op. cit). Nato a Civitavecchia il 6 aprile del 1924, Scalfari ha definito la madre malinconica.

Il padre era «un bell’uomo […]. Gli piacevano molto le donne, perciò era naturalmente infedele» e partecipò alla spedizione di Fiume del 1919. Eugenio conservava ancora le lettere di Gabriele D’Annunzio e il genitore. Roma – dove la famiglia si trasferì nel 1933 – era la capitale dell’impero fascista. Al sabato fascista si marciava. «Ero balilla moschettiere […]. La divisa era il nostro orgoglio». Buoni voti al ginnasio, Scalfari andava spesso dopo la scuola a trovare il padre nel suo studio di avvocato in Piazza Montecitorio. Poi s’iscrisse all’Università di Roma, a Giurisprudenza. Allora iniziò la lunga corrispondenza epistolare con Italo Calvino, con cui aveva condiviso il percorso al liceo. La prima collaborazione editoriale fu con Roma Fascista, il settimanale dei GUF. «Io ero fascista. Ero cresciuto nel Fascismo come tutti i giovani della mia età» – elemento che non gli venne rinfacciato o quasi, con malizia, in futuro.

Centodieci e lode accademica, dal 1946 «ero liberale e crociano, […] mi iscrissi al PLI soltanto tre anni dopo». A venticinque anni, Allora si faceva chiamare Gegé, a Milano Scalfari lavorò alla Banca Nazionale del Lavoro, ma il giovane voleva scrivere: di economia, politica e filosofia – tre ambiti che aderiscono alle tre ere scalfariane scandite che hanno Repubblica come perno. Nel mondo editoriale conobbe in primis Mario Pannunzio (fondatore de Il Mondo) e Arrigo Benedetti (futuro fondatore de L’Europeo). Questi furono i suoi due maestri – «l’espressione del miglior giornalismo italiano». Al Mondo, nell’estate 1949, iniziò all’economia sotto la direzione di Ernesto Rossi. Sposò Simonetta De Benedetti, figlia dell’editore, a Londra nel 1954. Ebbero due figlie. Con Benedetti il 2 ottobre 1955 fondò L’Espresso. «Arrigo era il direttore, io il direttore amministrativo». Il settimanale allora era di fede repubblicana – «il nostro papa laico era Ugo La Malfa».

Nato su modello del Mondo pannunziano, L’Espresso ospitò sin da subito firme prestigiose. Sempre nel 1955 «partecipai all’atto di fondazione del Partito Radicale» e nel 1963 iniziò la direzione dell’Espresso. Qui «cominciò un’altra storia». Il settimanale «era diventato oramai una sorta di status symbol dei liberal italiani». E vendeva bene: in cinque anni di direzione di Scalfari il giornale si avvicinò alle posizioni della sinistra democratica, dunque al socialismo. Il suo attracco alla politica fu naturale. Dopo aver firmato la lettera cui oltre settecentocinquanta scrittori, intellettuali, registi, definivano Luigi Calabresi come «un commissario torturatore», responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (giugno 1971), Scalfari divenne parlamentare del PSI fino al 1972 – poi non fu rieletto. All’epoca tirava aria di giornale assieme con Indro Montanelli. Fu Scalfari a cercare Montanelli dopo che questi uscì dal Corriere della Sera. I due erano troppo diversi a livello di contenuti e troppo uguali nell’ambizione.

«Le nostre firme sono incompatibili, veniamo da formazioni diverse, promuoviamo posizioni diverse», avvertì Montanelli, che avrebbe dovuto essere direttore, con Scalfari condirettore in quanto uomo di marketing. Quando il 14 gennaio 1976 nacque la Repubblica, che da subito strappò molte copie all’Unità. Il titolo della testata era ispirato al giornale portoghese della Rivoluzione dei garofani. Assieme con le vendite, aumentò anche l’ambizione di Scalfari per influenzare dall’esterno la storia presente e futura della sinistra italiana in maniera vanagloriosa e patriarcale. Barbapapà, come lo chiamava Giampaolo Pansa, era spesso paragonato ad un Papa del Medioevo, che faceva politica senza essere politico. Repubblica attirò tutto il gotha della sinistra italiana. Da Giorgio Bocca a Mario Pirani, da Miriam Mafai a Sandro Viola, da Natalia Aspesi a Corrado Augias, da Giuseppe Turani a Enzo Forcella. Avere Repubblica sotto il braccio era un marchio distintivo di impegno civile e culturale.

Importante il sodalizio con Carlo Caracciolo. Eugenio Scalfari divenne un idolo per la sinistra italiana. Endorsement per la DC di Ciriaco De Mita, condanna eterna e senza appello per Bettino Craxi e la “Milano da bere”, durante la Seconda Repubblica si oppose fermamente al Berlusconismo – con il Cavaliere si era scontrato in occasione della guerra di Segrate. Nella fase crepuscolare, dovuta all’età e al cambio di priorità personali, Eugenio Scalfari si avvicinò alla fede. Dopo il successo di La sera andavamo in Via Veneto (1986) Accostò filosofia a politica e religione in saggi quali Incontro con Io (1994) o L’amore, la sfida, il destino (2010). L’ex impiegato di banca si scoprì anche scrittore – tantoché la Mondadori, cosa rara per chi è in vita, gli dedicò un Meridiano. Innovatore, una volta si mise in testa un progetto molto ambizioso – il personaggio lo era eccome e non lo nascondeva.

Avrebbe voluto creare un giornale paneuropeo. «Concepii dunque il progetto di creare un giornale in lingua francese con sede a Parigi e con una diffusione continentale, che desse voce ad una linea decisamente europeista». La terza fase della vita di Scalfari iniziò nel 1996, quando lasciò il timone della sua Repubblica ad Ezio Mauro. Nella lunghissima vecchiaia, si accontentò dell’editoriale della domenica – tema a piacere. Era la messa della domenica da anteporre a quella del Pontefice, sebbene dei vicari di Gesù Cristo non aveva l’umiltà. Ultimo decano del giornalismo italiano, i suoi discepoli oggi ricordano l’influenza di questo signore dalla barba bianca in redazione. L’Italia oggi piange un protagonista della carta stampata. Ma se “il Giornale” voleva dire Montanelli, “Repubblica” non vuol dire “Scalfari”. Il giornale-partito ha vissuto un’epoca d’oro anche dopo il fondatore. Che, nonostante le parecchie metamorfosi politiche, mancherà ai lettori.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

Rispondi