La conferenza di Wannsee e la Soluzione finale

Nel 1943 Joseph Goebbels scrisse nel suo diario: «Passeremo alla Storia come i più grandi statisti di tutti i tempi, o come i più grandi criminali». L’Olocausto degli ebrei e altri indesiderati nella Germania nazista aveva trovato la sua finalizzazione nella conferenza di Wannsee il 20 gennaio 1942, quando alle porte di Berlino una quindicina di gerarchi del regime si riunirono per porre fine alla questione ebraica. L’ordine in questo senso era partito nel luglio 1941 da Hermann Göring; l’esecuzione materiale era affidata alle SS di Heinrich Himmler. Il quale era rappresentato alla conferenza da Reinhard Heydrich, capo del RSHA, governatore di Boemia e Moravia e architetto della Soluzione finale. Il piano prevedeva la deportazione di undici milioni di persone in strutture apposite per i lavori forzati. Dunque, l’eliminazione prima per stenti e poi col gas. Sarebbe riduttivo definire le modalità di eliminazione “il crimine del secolo”.

Non ci sono esempi nella Storia di un’efficiente e scientifica eliminazione di un gruppo di persone come la Shoah. Con la conferenza di Wannsee il genocidio fu articolato in maniera sistematica e supportato dalle strutture logistiche e burocratiche dello stato più potente d’Europa. Nell’operazione di trasporto ed eliminazione non erano coinvolti solo le SS o il RSHA, quanto anche la cancelleria in pugno a Martin Bormann, la Gestapo di Heinrich Müller, il SiPO (Sicheheitspolitzei), il SD (Sicherheitsdienst), il ministero degli Esteri, degli Interni e della Giustizia. Più di Adolf Eichmann – segretario della conferenza – Heydrich voleva impressionare Adolf Hitler, tanto che alcuni lo vedevano bene come suo possibile erede. Nel Mein Kampf dettato in carcere nel 1923 a Rudolf Hess il Führer identificava l’eliminazione degli ebrei come un imperativo imprescindibile per il nuovo Reich.

La soluzione del problema ebraico era il secondo pilastro della politica hitleriana – il primo era l’eliminazione del trattato di Versailles. Nell’inverno 1941 Eichmann ebbe un colloquio con Himmler. «Il Führer ha ordinato lo sterminio fisico degli ebrei», disse il capo delle SS. Pronto ad eseguire zelantemente il nuovo incarico, Eichmann credeva nell’esecuzione a necessità della volontà di altri per tornaconto personale. La necessità di eliminare gli ebrei continuava a riproporsi anche perché il Reich annetteva via via sempre nuovi territori ad Est. Il concetto di Lebensraum era anche la giustificazione politica per sbarazzarsi degli indesiderati. L’Europa centrorientale era molto popolata dagli ebrei, già scappati dalle rappresaglie antisemite russe, prima zariste e poi bolsceviche. Ai campi di concentramento tedeschi si aggiunsero poi quelli austriaci e cechi nel 1938. Dal 1939 proliferarono quelli in Polonia, la fabbrica della morte per eccellenza.

Tutti treni organizzati da Eichmann, dalla Bulgaria alla Slovacchia, erano diretti verso Auschwitz-Birkenau. Nel novembre 1939, Arthur Seyss-Inquart, poi governatore nei Paesi Bassi occupati, scrisse che «il distretto di Lublino, assai paludoso, potrebbe ben servire come riserva per gli ebrei, producendo con ogni probabilità una drastica decimazione». La conferenza di Wannsee favorì il perfezionamento degli omicidi di massa. La Soluzione finale doveva essere estesa a tutto il Reich, che allora voleva dire quasi tutta l’Europa. Come raccontato da Hannah Arendt (La banalità del male) al processo di Gerusalemme «Eichmann spiegò che se riuscì a tacitare la propria coscienza fu soprattutto per la semplicissima ragione che egli non vedeva nessuno […] contrario alla Soluzione finale». Sino al marzo 1942 l’ottanta per cento delle vittime dell’Olocausto era ancora vivo. Un anno dopo solo il venti per cento.

Il teorico del Nazionalsocialismo Alfred Rosenberg, autore de Il Mito del XX Secolo, poi ministro dei Territori Occupati, aveva favorito anche la teorizzazione dell’Antisemitismo e della razza pura a partire dai deliri di Joseph Arthur de Gobineau e Houston Stewart Chamberlain – quest’ultimo, genero di Richard Wagner, idolo di Hitler. Nei mesi antecedenti la conferenza di Wannsee i gerarchi avevano anche esplorato la possibilità di una riserva ebraica in Madagascar. Tuttavia, l’isola era troppo lontana e le complicazioni logistiche erano evidenti e costose. Ricorda Arendt: «Questo “stato ebraico” doveva avere come governatore un funzionario della polizia e doveva restare sotto la giurisdizione di Himmler». Eichmann, «confondendo il Madagascar con l’Uganda, sostenne sempre che il suo progetto era stato un tempo il “sogno” del fautore dell’idea dello Stato ebraico, Theodor Herzl». Tuttavia, il piano del Madagascar fu abbandonato perché tutti gli sforzi logistici dovevano essere predisposti per l’invasione Russa del giugno 1941.

«Dato che non esisteva un territorio in cui “evacuare” gli ebrei», continua la Arendt, «l’unica “soluzione” era lo sterminio». Una prima eliminazione degli ebrei prevedeva fucilazioni ai bordi delle fosse comuni. Alla fine del 1941 già mezzo milione di ebrei era perito in questa maniera. La costruzione delle camere a gas e dei forni crematori sveltì notevolmente la procedura. A causa dell’entrata in guerra degli Stati Uniti nel dicembre 1941, la conferenza di Wannsee slittò al gennaio 1942. Hans Frank, governatore della Polonia occupata, riconobbe che non si potevano fucilare tutti gli ebrei. Occorreva un “salto di qualità”: che fu micidiale e venne ufficializzato alla conferenza di Wannsee. Sei milioni di ebrei, due terzi degli ebrei d’Europa, perirono. Aveva ragione Goebbels: la classe dirigente nazista fu la più criminale di tutti i tempi.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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