Gustáv Husák, il normalizzatore della Cecoslovacchia

Trent’anni fa moriva Gustáv Husák, la quinta essenza del grigiore burocratico comunista in Cecoslovacchia. Esperto della macchina totalitaria che serviva zelantemente, colto agente brezneviano, oggi è ricordato principalmente per aver sostituito il riformista Alexander Dubček e aver avviato la normalizzazione del paese. Il suo ritorno all’era post-staliniana dopo la repressione della Primavera di Praga contribuì a fare della Cecoslovacchia il paese più immobile a livello culturale di quelli del Patto di Varsavia. Praga non aveva i fermenti civici di Berlino Est che provocavano molti di pancia a Erich Honecker. Non era aperta agli esperimenti di mercato come l’Ungheria di János Kádár. Non era neppure rivitalizzata da un movimento come Solidarność in Polonia con cui il regime di Wojciech Jaruzelski era dovuto a scendere a patti. Husák era nato nell’ex Impero Austro-Ungarico e veniva da una famiglia poverissima.

Studi all’Università Comenio di Bratislava, divenne presto membro del KSČ, il Partito Comunista Cecoslovacco e finì in galera durante la guerra sotto il regime clerico-fascista di Jozef Tiso. Il partito lo scalò fino al vertice. Sotto di lui, «il regime di Praga aveva due cose in più da offrire ai suoi sudditi rispetto a quelli dei paesi vicini: più pane e più catene», ha scritto Alberto Pasolini Zanelli (La caduta dei profeti). In Cecoslovacchia «la perenne carestia polacca vi era sconosciuta, e così la divorante inflazione ungherese: per non parlare della fame romena. I negozi erano ragionevolmente pieni […]: carne e formaggio a prezzi equi. Quasi tutti possedevano un’auto, la Skoda o una Lada». Da Presidente della Cecoslovacchia, Husák aveva riportato il paese all’intolleranza verso il dissenso.

Sotto di lui, la StB lavorava molto negli anni Settanta. Una Stasi cecoslovacca che ha segnato la trasformazione culturale del paese verso un orizzonte cupo. Alcuni parlarono della Cecoslovacchia come il Biafra culturale dell’Europa. La resistenza si organizzava come poteva ed era grossomodo ignorata dai media occidentali. Gustáv Husák era un personaggio doppio: nei primi anni Sessanta aveva sostenuto Dubček, ma quando le fortune politiche di quest’ultimo si eclissarono, anche l’appoggio del grigio burocrate venne meno. Negli anni Husák attuò una purga all’interno del KSČ. L’unico riformismo che lui ed altri conoscevano era la repressione. L’8 aprile 1975 il dissidente Václav Havel gli mandò una lettera. In seguito uno dei promotori di Charta 77, il drammaturgo aveva iniziato a pensarla nel 1974, quando lavorava in una birreria a Trutnov.

Lo scritto iniziava con «Caro Dottore» e non con «Segretario Generale». Un grande affronto nei confronti del Capo dello Stato. Così facendo, secondo Michael Žantovský (Havel. A Life), «Havel stava implicitamente negando la legittimità del ruolo guida del Partito Comunista, sancito dalla costituzione del paese, e dell’uomo alla sua guida». Una provocazione inaccettabile per il KSČ, che considerò la lettera come un affronto orchestrato da Dubček, in esilio nei boschi slovacchi. Se molti hanno perdonato il padre del “Socialismo dal volto umano” per le pressioni subite da Mosca nel 1968, nessuno ha perdonato Gustáv Husák per il tradimento della primavera praghese. Il suo governo della nazione era tipico del sistema post-totalitario descritto da Havel nei suoi scritti. Un regime che non aveva neppure più bisogno della violenza adoperata contro i dissidenti negli anni Cinquanta.

Il regime di Husák, per dirla con Havel, fingeva di non fingere. Oggi pochi si ricordano di Gustáv Husák, anche perché questi Non aveva nulla a che vedere con la megalomania di Klement Gottwald, suo predecessore al Castello di Praga. Il complesso di Vítkov nella capitale ceca doveva diventare un mausoleo del golpista stalinista che lì, come Lenin in Piazza Rossa a Mosca, voleva farsi mummificare. Questa non era l’intenzione del penultimo Presidente della Cecoslovacchia. Vecchio e stanco, nel 1987 Gustáv Husák si dimise dagli incarichi del partito e lasciò il potere a Miloš Jakeš. Morì a Bratislava il 18 novembre 1991. Due anni prima, una nuova e sempre pacifica primavera di Praga, la Rivoluzione di Velluto, era scoppiata nelle strade della capitale cecoslovacca e aveva riportato la libertà nel paese.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su AlterThink)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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