Anne Applebaum e l’estremismo che distrugge l’amicizia

Tutto comincia il 31 dicembre 1999: Anne Applebaum inizia il suo Il tramonto della democrazia (Mondadori 2021) raccontando di una festa a Chobielin, in Polonia. Amici giornalisti da Londra e diplomatici a Varsavia la raggiungono. C’è anche Radosław Sikorski, allora viceministro degli Esteri del governo di centrodestra polacco e suo marito. Nessuno di loro, al tempo, era famoso. In compenso erano tutti conservatori, anticomunisti, «liberali del libero mercato, liberali classici, magari thatcheriani». Allora «credevamo nella democrazia, nello Stato di diritto, nei meccanismi di controlli e d equilibri, e in una nuova Polonia membro della NATO e sulla via di aderire all’Unione Europea […]. Negli anni Novanta era questo che significava “essere di destra”». Allora la Polonia stava per raggiungere l’Occidente e «sembrava che facessimo tutti parte della stessa squadra. Eravamo d’accordo sulla democrazia, sulla strada verso la prosperità, sul modo in cui stavano andando le cose. Quel momento è passato».

Ora «attraverserei la strada per evitare di incontrare alcune delle persone presenti alla mia festa quell’ultimo dell’anno. […] La metà degli invitati alla festa non parlerebbe più con l’altra metà. E per motivi politici, non personali». Gli estremismi politici distruggono non solo le società, ma anche le amicizie. E la Polonia è una delle società più polarizzate d’Occidente. Molti, già di centrodestra, pro-europei, pro-Stato di diritto e pro-mercato, oggi votano il PiS, Diritto e Giustizia. Un partito che, al governo, ha violato la Costituzione nominando nuovi giudici alla Corte costituzionale e tenta di demolire le istituzioni democratiche. Fa licenziare dipendenti pubblici a favore di «mezze calzette del partito o loro cugini e parenti». Anche nell’esercito, dove molti si sono formati nelle accademie occidentali. Il PiS «non aveva alcun mandato per agire in questo modo. Aveva ricevuto una percentuale di voti che gli permetteva di governare, non di cambiare la Costituzione».

E «per giustificare la violazione della legge, il partito smise di usare i normali argomenti politici e iniziò a puntare il dito contro nemici giurati». Fino all’infame legge che limita il dibattito pubblico sull’Olocausto. Il PiS se la prende con gli immigrati islamici e il “piano segreto” della comunità LGBT per danneggiare la Polonia. La Chiesa cattolica appoggia tutto questo. L’arcivescovo di Cracovia, dal seggio occupato un tempo da Papa Giovanni Paolo II, ha parlato di una piaga arcobaleno che ha sostituito quella rossa del Comunismo. Anne Applebaum è preoccupata della spaccatura politica nella società polacca. Fino al 2015, data di arrivo del PiS al potere, era oggetto di curiosità nel paese dell’Europa centrale. Da lì in poi è oggetto di rabbia. È l’ebrea clandestina, immigrata, liberal, che sorosianamente coordina la stampa contro la Polonia tradizionalista e patriottica. Applebaum spiega questo astio sottolineando l’invidia che molti provano nei suoi confronti.

«Forse non hanno il successo che vorrebbero, ma non sono poveri contadini». Continua: «Non tutti, fra i dissidenti degli anni Settanta, sono divenuti dopo il 1989 primi ministri, autori di bestseller o stimati “intellettuali pubblici” […]. Se si è convinti di meritare il potere, la motivazione per attaccare l’élite per soddisfare le proprie ambizioni è forte. Il risentimento, l’invidia e soprattutto la convinzione che il “sistema sia ingiusto”, non solo nei confronti del paese, ma di se stessi». Molti tra i moderati di un tempo sono diventati oggi estremisti. Pronti a strizzare l’occhio ai leader autoritari. Karen Stanner ha affermato che in ogni paese circa un terzo della popolazione ha una “predisposizione autoritaria”. L’autoritarismo, scrive Anne Applebaum «fa presa, semplicemente, su chi non tollera la complessità». Un istinto anti-pluralista «che induce a diffidare di coloro che la pensano diversamente e crea un’allergia per i dibattiti accesi».

L’estremismo politico acceca le persone. E gli autocrati «hanno bisogno di persone che organizzino la rivolta o il colpo di Stato […] di persone che sappiano usare un linguaggio giuridico sofisticato, […] in grado di argomentare la tesi che infrangere la Costituzione […] è la cosa giusta […] che diano voce alle lamentele, manipolino lo scontento». L’autrice definisce questi sgherri ed esecutori da regime come i “chierici”, concetto del saggista francese Julien Benda. I regimi autoritari del passato si sono sempre serviti di giornalisti e scrittori e propagandisti al servizio del padrone, istigatori di violenza. L’autrice cerca di capire come mai l’autoritarismo è apprezzato oggi. Cosa è successo ai conservatori britannici, ai repubblicani americani, agli anticomunisti dell’Europa orientale, ai cristiano democratici tedeschi e ai gollisti francesi?

Anne Applebaum nota come un tempo questi fossero tutti fedeli alla democrazia, alle istituzioni, alla tolleranza. Ma anche all’indipendenza della magistratura, alla libertà di stampa, all’integrazione economica, al multilateralismo, all’alleanza atlantica. Oggi non più. «La nuova destra è più bolscevica che burkeana». E molti suoi supporter si affidano al concetto di Stato illiberale, sviluppato nel 1917 da Lenin. Un meccanismo che funziona «perché definisce con chiarezza chi può divenire l’élite: […] politica, […] culturale, […] finanziaria». Il modello di Stato illiberale promosso dai populisti e demagoghi è una grande macchina clientelare e repressiva. «Lo Stato monopartitico bolscevico non era solo antidemocratico; era anche anti-competitivo e antimeritocratico», scrive Applebaum. «Lo Stato monopartitico non è necessariamente uno Stato senza partiti di opposizione». Si vedano il Venezuela di Hugo Chávez o la Tunisia di Zine El-Abidine Ben Ali. Controllavano le istituzioni statali e limitavano la libertà di parola.

Va da sé che l’avversario politico non è solo fuori dal partito, ma è nel partito. Applebaum torna al caso polacco. Jarosław Kaczyński, Presidente del PiS, indicava i suoi nemici non tanto nella sinistra, ma nel centrodestra. Arrivato al potere, Kaczyński intasò le istituzioni statali con amici e tirapiedi, dirottando media neutrali verso un’imbarazzante partigianeria. Attaccò il sindaco di Danzica, Paweł Adamowicz. Che fu talmente circondato dalla retorica dell’odio e accusato dal governo di tradimento, da essere assassinato nel 2019 da un galeotto influenzato dalle trasmissioni tv di Stato. Anne Applebaum spiega che in Polonia la violenza politica è diventata cosa comune. D’altronde, «le grandi bugie avevano bisogno del ricorso prolungato alla violenza per imporsi». Violenza fisica, ma anche verbale – si pensi alla campagna del Birtherism che Donald Trump ha condotto ben prima di candidarsi alla presidenza. Oppure alla stigmatizzazione di George Soros, accusato da Orbán di voler distruggere l’Ungheria.

Questi demagoghi dagli istinti autoritari e xenofobi attaccano la liberaldemocrazia. E sanno di poter contare su una cosa: che «il fascino dell’autoritarismo è eterno». Ma attenzione: non tutti i politici sui generis sono tacciabili di autoritarismo. È il caso di Boris Johnson, che Anne Applebaum incontrò anni fa a Bruxelles. Al Daily Telegraph BoJo si era già fatto un nome. «La sua specialità erano storie divertenti, semi-vere, costruite a partire da un granello (e a volte meno) di verità». D’altronde, era stato licenziato dal Times nel 2004, perché si era inventato delle citazioni. Quando BoJo insisteva che le regole europee erano state imposte alla Gran Bretagna, diceva il falso. Erano state altresì firmate da diplomatici britannici. In politica, dopo aver fatto il sindaco di Londra, «continuò a raccontare barzellette e storielle. Era convito che la Brexit avrebbe perso». Eletto dopo David Cameron, avrebbe guidato il Regno Unito fuori dall’UE.

Uno dei segreti del successo è che ricollegabile alle spiegazioni sulla nostalgia di Svetlana Boym (The Future of Nostalgia). La saggista russa spiega come questa abbia due forme. La nostalgia “riflessiva” dei collezionisti, degli appassionati di lettere ingiallite, di fotografie in bianco e nero, delle chiese antiche. «Del passato i nostalgici riflessivi sentono la mancanza e lo sognano». Tuttavia, «in realtà non vogliano che ritorni […]. Quel passato oggi gli non piacerebbe più un granché. Un tempo la vita sarà stata forse anche più dolce o più semplice, ma era altresì più pericolosa, o più noiosa e forse più ingiusta». Poi ci sono i nostalgici restauratori. Sono gli «architetti di miti, costrutti di monumenti e fondatori di progetti politici nazionalisti. Non vogliono semplicemente contemplare o imparare da passato». Essi «non riconoscono che il passato poteva avere i suoi lati negativi, vogliono la versione fumettistica della storia».

Chi abbraccia la seconda nostalgia, abbraccerà anche le teorie del complotto e le storie alternative. In questo, il ruolo degli intellettuali è stato cruciale. In molti si sono opposti all’immigrazione, alla società aperta, alle istituzioni internazionali. La scrittrice, per esempio, era molto amica del filosofo Roger Scruton. Il quale, negli anni Ottanta era un critico del Comunismo e finanziava i movimenti dissidenti nell’Europa centrale. Eppure, ultimamente, si era trasformato in un tradizionalista nostalgico. «L’amore di Scruton per le campagne, la lotta in difesa degli stili architettonici premoderni […] e la sua fede nella comunità e nelle istituzioni locali avrebbero potuto portarlo a sostenere la UE, le cui politiche mirano […] a proteggere e promuovere prodotti e marchi europei, a preservare l’architettura e l’agricoltura europee […]. Avrebbe potuto chiedere che la UE facesse di più e meglio in questo senso». Invece, fece l’opposto. Per lui ed altri l’UE è diventata un’ossessione.

L’incarnazione di tutto quello che è andato storto. E dunque fu Brexit. Pompata dalle fake news di Nigel Farage e di un Johnson non aggressivo, ma opportunista. La Gran Bretagna sarebbe tornata al grande splendore, al «dinamismo di quei barbuti vittoriani», come disse BoJo. La polarizzazione attorno alla Brexit è stata marcata dal whataboutism. Ovvero, «una tecnica retorica che, resa famosa un tempo dai funzionari sovietici, consiste nel rispondere alle domande accusando chi le pone di ipocrisia». Un qualcosa di tipico nell’estremizzazione del discorso attorno a tematiche controversi. Il whataboutism non è l’unica tecnica utilizzata dai politici demagoghi e dai “chierici” per portare avanti la loro visione politica. Modifiche dell’umore pubblico, i cambiamenti politici, la rabbia delle folle, il crollo della fedeltà partitica hanno contribuito alla polarizzazione del dibattito. Il mondo di oggi è complesso: e quello che è complesso impaurisce, per tornare a Stenner.

Lo sosteneva anche Isaiah Berlin. L’uomo ha sempre bisogno di credere in qualcosa. Che «da qualche parte nel passato o nel futuro, nella rivelazione divina o nella mente di un singolo pensatore, nelle solenni dichiarazioni della storia o della scienza … ci sia una soluzione finale». Spesso non è così. E quando non si capisce al volo qualcosa sguainiamo l’irrazionalità, l’odio e la violenza. «La democrazia è sempre stata chiassosa e turbolenta, ma quando le sue regole vengono seguito finisce per creare consenso. Il dibattito moderno no. Esso, invece, suscita in alcuni il desiderio di tacitare gli altri». Molti settori conservatori nella società sono in realtà impauriti dal vedersi portare via delle presunte certezze. La destra non conosce più il Reaganismo liberale e ottimista, conservatore e positivo. Ma anche «riformista e generoso, fondato sulla fede negli Stati Uniti, la fede nella grandezza della democrazia americana».

Durante la Guerra Fredda, i blocchi anticomunisti si riunirono per combattere il grande nemico a Mosca. Tuttavia, «quegli anticomunisti non formavano un blocco monolitico. Alcuni erano fautori della Guerra Fredda perché […] temevano che sotto la propaganda sovietica fosse in agguato la tradizionale aggressività russa, erano preoccupati per la possibilità di una guerra nucleare […]. Altri […] pensavano che stessimo combattendo contro il totalitarismo e la dittatura e per la libertà politica e i diritti umani. Altri […] combattevano l’Unione Sovietica perché l’ideologia sovietica era esplicitamente atea ed erano convinti che l’America fosse schierata con Dio. Quando l’Unione Sovietica andò in pezzi, andarono in pezzi anche i legami che avevano tenuto insieme quei tipi diversi di anticomunisti». E andarono in pezzi anche amicizie.

Nell’estate 2019, Anne Applebaum diede un’altra festa. Molti di quelli che erano venuti a festeggiare l’ultimo giorno del ventesimo secolo non c’erano. C’erano altri. «Avevamo perso qualche amico, ma ne avevamo guadagnati di nuovi». Tuttavia, «non esiste una carta stradale in grado di guidarci verso una società migliore […]. Tutto quello che possiamo fare è scegliere i nostri alleati e in nostri amici […] con molta cura, perché solo insieme a loro è possibile evitare le tentazioni delle diverse forme di autoritarismo che, ancora una volta, ci si propongono. Tutti gli autoritarismi, infatti, dividono, polarizzano e separano le persone». Nel frattempo, fuori soffia il vento del fascino autoritario. Ed «è possibile che stiamo già vivendoli tramonto della democrazia».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su La Voce di New York)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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