Le debolezze della Repubblica di Weimar

I motivi che portarono la Repubblica di Weimar al collasso sono antecedenti all’arrivo al potere dei nazionalsocialisti. La Germania degli anni Venti era fragile anche come conseguenza del trattato di Versailles che le accollava tutte le responsabilità della Grande Guerra. Le radici della debolezza vanno ricercate in istituzioni distrutte dal conflitto e da una crisi nazional-identitaria che durava da anni. Nel 1870, prima della guerra franco-prussiana, la Germania aveva il tredici per cento della produzione industriale mondiale; gli Stati Uniti il ventitré. All’inizio del ventesimo secolo era lo Stato più progredito d’Europa. Le riforme di Otto von Bismarck l’avevano stabilizzata dopo la vittoria contro Parigi. Progressista, con una manifattura sviluppata e con una costituzione scritta, la Germania era per molti versi lo Stato più progredito d’Europa. Le classi dirigenti perseguirono un nation building, che si credeva potesse essere temprato dalla Grande Guerra.

Molti ignorarono gli ammonimenti di Norman Angell e altri sulla non-profitability del conflitto. Sconfitta, la Germania capitolò a Compiègne nel 1918 e il lutto originato dalla perdita della battaglia pan-europea, la spietatezza di una Francia che si ricordava della sconfitta del 1871, le pressioni attorno alla creazione della repubblica furono decisive per creare uno stato già fragile in partenza. La capitale della Repubblica fu Weimar perché Berlino era in preda ad un caos. Come ricorda Martyn Whittock (A Brief History of the Third Reich), la democrazia e il nuovo assetto istituzionale erano associate alla sconfitta e all’umiliazione tedesca. Molti cittadini «non erano disposti a credere che il potente esercito tedesco fosse stato sconfitto». Questi «preferivano credere che fosse stato tradito dai politici socialisti, dai rivoluzionari comunisti e dagli ebrei».

La paura di una rivoluzione di stampo sovietico importata in Europa era condivisa da tutti i governi del tempo. Esecutivi di orientamento socialdemocratico parevano il compromesso di fronte all’instabilità della repubblica in preda alla violenza politica, all’incapacità dello Stato di mantenere l’ordine, alla nostalgia per la Germania imperiale. I governi socialdemocratici sottostimarono la paura di una rivoluzione comunista nella Repubblica di Weimar. Dal canto loro, gli apparati conservatori si stavano impoverendo e desideravano tornare all’ordine della Germania guglielmina. Per molti, democrazia divenne dunque sinonimo di caos: è così che si spiega la simpatia nei confronti di gruppi estremisti. Inoltre, le classi conservatrici non potevano permettersi la rivoluzione bolscevica e quindi svilupparono una simpatia accentuata per gruppi tradizionalisti e nazionalisti che, seppur violenti, volevano fare della Germania una grande potenza.

Questo, al netto dei successi di politica estera di Gustav Stresemann, il ministro degli Esteri (1923-1929) che contribuì a far entrare il paese nella Società delle Nazioni nel 1926. L’indecisionismo delle classi dirigenti della Repubblica di Weimar andò di pari passo con il tramonto dell’idea di democrazia, una nuova esperienza che cozzava contro l’immagine trionfante dell’impero tedesco. Che tra l’altro, era ancora vivo nella memoria di molti. Le élite alla corte di Guglielmo II aborrivano la democrazia e volevano tornare all’antico autoritarismo germanico. Il sistema di votazione della Repubblica di Weimar era il proporzionale, altro elemento di debolezza istituzionale. La legge elettorale vigente consentì la formazione di piccoli partiti che rendevano la governabilità complessa. Nell’indecisionismo e nella debolezza della repubblica, diversi corpi paramilitari scaldavano il clima sociale.

Di estremisti armati ce n’erano diversi tra i comunisti (Rotfrontkämpferbund), i socialdemocratici (Reichsbanner Schwarz-Rot-Gold) e i conservatori (Der Stahlhelm). La violenza, secondo alcuni di questi, era giustificata dall’enorme tasso di disoccupazione, giunto a sei milioni nel 1932. Si contino anche i reduci di guerra, che erano in condizioni devastanti e incapaci di rientrare nel mercato del lavoro. A fronte dell’iperinflazione, c’erano poi i debiti da pagare. I francesi occuparono la Ruhr dal 1923 al 1925, ma le risorse estratte per coprire i debiti tedeschi erano insufficienti a coprire i 132 miliardi di marchi di riparazioni. Un dollaro valeva quattro marchi nel 1921, quattrocento nel 1922, 18mila nel gennaio 1923, un milione ad agosto, quattro miliardi in novembre. Quando i nazisti arrivano al potere la Repubblica era già morta da un pezzo.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

Rispondi