Trump da copione e il necessario ottimismo

Gli eventi di Butler, la convention di Milwaukee che lo ha messianicamente incoronato candidato repubblicano e il comizio in Michigan hanno dato a Donald Trump una sicurezza notevole in vista delle elezioni presidenziali. Il tycoon ha così riconfermato il supporto dell’America sotterranea. Quella che si sente sconfitta, che vuole un leader – parole sue – dittatore «solo per un giorno». Quella che non ha mai digerito Barack Obama alla Casa Bianca. Che si vuole affidare ad una destra eversiva, reazionaria e bigotta. Che ancora meno vorrebbe Kamala Harris per riserve a sfondo razziale e misoginia annessa. Il tutto condito dai soliti elogi agli autocrati che Trump ha sempre preferito agli alleati europei. Dal Michigan Trump si è scatenato – Nancy Pelosi una «pazza come una cimice» – elogiando Vladimir Putin e Xi Jinping («molto intelligenti, molto tosti»), Viktor Orbán («un tipo duro»).

Tutto da copione, insomma. Un tempo i presidenti repubblicani destituivano, processavano, o impiccavano i dittatori sanguinari. Da anni li si loda. E in questo momento, Trump si sente di vincere, confortato da sondaggi favorevoli. Ma dopo la rinuncia di Joe Biden alla Casa Bianca e la prospettiva di battersi contro Harris si apre una nuova fase della campagna elettorale. E il candidato repubblicano sarà costretto a fare campagna elettorale vera. Parlare di governo, di misure politiche ed economiche. Non potrà giocare solo il ruolo della vittima, lanciare slogan, insultare la controparte. Ha già trovato degli odiosi nomignoli per Harris e la valanga di fango contro la sfidante riflette i suoi timori di fronte ad una candidata di vent’anni più giovane.

A Milwaukee Trump guardava ex avversari farsi strada per montare sul carro e tesserne le lodi – primo di tutti J. D. Vance. Aveva lo sguardo benevolo e il sorriso di chi ha sempre saputo tutto e che adesso è contento che anche gli altri capiscono. Trump ha invocato l’unità del paese, ma non vuole giocare le sue carte su un terreno che non gli appartiene. Quello dell’ottimismo, dell’America come terra di opportunità, aperta, tollerante, magnanima e compassionevole. Che era il mantra di George W. Bush, John McCain e Mitt Romney. Puntare tutto sull’immagine di un’America sull’orlo della catastrofe potrebbe non pagare nel lungo termine, giacché non aiuta convincere gli indecisi. Molti elettori indipendenti vogliono sentire un discorso positivo, non fondato sul catastrofismo. In passato, molti hanno votato Ronald Reagan perché infondeva ottimismo; hanno votato Obama perché infondeva speranza; hanno votato Biden perché infondeva fiducia.

Tra le anomalie del candidato Trump si annovera l’attitudine vendicativa che calza a pennello con il “Project 2025”, elaborato dalla Heritage Foundation. Un progetto che farà verosimilmente da road-map per il ticket Trump-Vance. Questo spaventa l’elettorato moderato che serve sia ai dem che ai repubblicani per aggiudicarsi l’elettorato indeciso. Nel “Project 2025” si parla della decapitazione della macchina federale di cinquantamila amministratori da sostituire con personale selezionato in base alla fedeltà e con l’impegno di attuare un’agenda ultraconservatrice. Secondariamente, FBI e giustizia andrebbero alle dipendenze del presidente – cosa che farebbe molto gola a Trump. Inoltre, si auspica che l’esercito individui ed espella milioni di clandestini. Poi il tentativo di infondere nazionalismo cristiano, ridurre i benefici per la comunità LGBTQ+ e rendere reato il fatto di spedire per posta pillole abortive.

Harris e i democratici devono una risposta convincente al “Project 2025”. Se non altro, per distogliere l’attenzione dal dossier immigrazione, che è molto sentito e sensibile anche tra i latinos e gli afroamericani, che di solito votano democratico. La questione dell’insicurezza sul controllo delle frontiere e l’immigrazione clandestina spaventano i ceti popolari. E Trump è determinato a sfruttare al massimo la questione, uno dei suoi cavalli di battaglia. In merito alla quale, Harris aveva già fallito nel 2021. Essere donna e di colore è un vantaggio per una parte del suo elettorato. Tuttavia, non è una garanzia di successo – Hillary Clinton docet. La questione rimane un punto interrogativo per l’America bianca – il sessanta per cento degli elettori – che potrebbe vedere la candidata come un’esponente (e non lo è) del wokeismo patologico che affligge da anni una certa sinistra americana.

Oppure, una candidata troppo attenta ai diritti delle minoranze e non rappresentativa di quelli della maggioranza. Harris dovrà rivelarsi affidabile e rassicurante. Non può giocarsela solo sui temi identitari o di appartenenza etnica, un terreno scivoloso e che rischia di diventare un boomerang e che verrebbe sfruttato da Trump. Viste le pressioni da sinistra del Partito Democratico sulla candidata Harris, è bene ricordare che non sarà una strategia vincente quella insistere su follie come disarmare la polizia, spalancare le frontiere all’immigrazione incontrollata, tassare ancora di più i ceti medi. La questione della sicurezza, così come quella dell’economia, è centrale in questa campagna elettorale. E in entrambi i dossier i democratici sono carenti – nonostante i progressi economici dell’amministrazione Biden. Che però non sono percepiti da molti elettori e che Harris dovrà in qualche modo difendere.

Resta ancora da vedere in che modo Harris potrà conquistare il voto negli Stati industriali – ancora prima che quelli in bilico – e nei quali al momento Trump è in vantaggio. Rivendicare l’agenda Biden e le cose buone della presidenza attuale – che comunque rimangono controverse e aliene per molte sacche negli Stati Uniti (le misure costose sul climate change, per esempio) – non sarà abbastanza. E potrebbe ritorcersi contro. Se Trump può contare su quegli scontenti, Harris dovrà reinventarsi, scoprire potenzialità che in questi anni accanto a Biden non sono emerse. Certo, il ruolo di vicepresidente – storicamente nell’ombra – non ha aiutato. Harris deve costruirsi una identità propria. E se vuole infondere l’ottimismo e il senso di speranza di cui sopra deve giocare “in positivo” e non “in negativo” come fa Trump.

In ogni caso, Trump – avrà gioco facile ad attaccarla sulla questione dell’immigrazione. La demonizzazione di Harris è già in moto sui media trumpiani, in cui la signora viene dipinta come una pericolosa comunista. Trump ha tuonato dal Michigan: «pazza», «corrotta»! Eppure, in passato, anche “the Donald” aveva favorito l’ascesa della sfidante ai tempi in cui era candidata procuratrice in California. L’immagine machista che Trump anteporrebbe alla di Harris è appealing per i suoi elettori. E piace, in generale, all’elettorato maschile. Ma è abbastanza inverosimile che Trump faccia una campagna basata sulla misoginia e sul colore della pelle. D’altra parte, non è possibile affermare che gran parte dell’elettorato femminile finirà per votare Harris. Che, da parte sua, dovrà dimostrare più del simbolismo che rappresenta, facendo della preparazione e dell’autorevolezza. Ma anche della capacità di infondere speranza, l’ingrediente di punta della sua campagna.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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