Sinistra occidentale: crisi identitaria e giravolte

Il crollo del Muro di Berlino – e la certificazione del fallimento dei comunismi, nonché del Comunismo – fu sì una grande opportunità per la sinistra occidentale. Tuttavia, la mise anche in profonda crisi. Ciò che emerse da questa dicotomia fu la Terza Via, esemplificata da figure come Tony Blair, Bill Clinton, Gerard Schröder e Lionel Jospin. Dopo che i movimenti neoconservatori e popolari-cristiani avevano dato l’ultima botta alle tirannie comuniste, a raccogliere i dividendi elettorali di questa vittoria furono proprio le sinistre riciclate e purgate dalla Storia. Come ha scritto Antonio Polito (Il Muro che cadde due volte), all’epoca «la sinistra avrebbe potuto smettere di battersi contro l’ineguaglianza, riconoscendo anzi che una modica quantità di diseguaglianza rendeva il sistema più efficiente e più capace di produrre ricchezze per tutti». Il crollo del Muro di Berlino – e la certificazione del fallimento dei comunismi, nonché del Comunismo – fu sì una grande opportunità per la sinistra occidentale. Tuttavia, la mise anche in profonda crisi. Ciò che emerse da questa dicotomia fu la Terza Via, esemplificata da figure come Tony Blair, Bill Clinton, Gerard Schröder e Lionel Jospin. Dopo che i movimenti neoconservatori e popolari-cristiani avevano dato l’ultima botta alle tirannie comuniste, a raccogliere i dividendi elettorali di questa vittoria furono proprio le sinistre riciclate e purgate dalla Storia. Come ha scritto Antonio Polito (Il Muro che cadde due volte), all’epoca «la sinistra avrebbe potuto smettere di battersi contro l’ineguaglianza, riconoscendo anzi che una modica quantità di diseguaglianza rendeva il sistema più efficiente e più capace di produrre ricchezze per tutti».

Vedendo le destre impresentabili di oggi si potrebbe essere tentati dal ritenere molte sinistre odierne come responsabili, temperate, riflessive. Può darsi che lo siano, ma non è stato sempre così. Con l’eccezione di alcuni partiti socialdemocratici nell’Europa del Nord, la sinistra occidentale novecentesca del Vecchio Continente è stata filosovietica per almeno quattro decenni. «La sinistra contro il capitalismo prese il posto della sinistra contro l’Ancien Régime», scrisse Raymond Aron (L’opium des intellectuels). Cambiano i nomi, resta l’odio per l’avversario politico. D’altra parte, la sinistra moderata ha sofferto a causa delle pesanti contraddizioni della sinistra comunista occidentale. Ma anch’essa non ha mai preso le distanze dalle dittature para-sovietiche in maniera convincente, salvo poi brindare alla vittoria della libertà nel 1989.

Francis Fukuyama (Identità) ricorda che negli anni Cinquanta «la sinistra socialdemocratica si trovò in una sorta di vicolo cieco». L’obiettivo dello Stato assistenziale «andò a scontrarsi con la realtà delle costrizioni fiscali durante i turbolenti anni Settanta. I governi reagirono stampando moneta, cosa che portò inflazione e crisi finanziarie; i programmi redistributivi creavano perversi incentivi che scoraggiavano il lavoro, i risparmi e l’imprenditorialità, il che a sua volta riduceva la dimensione della torta disponibile per la redistribuzione». La politica economica della sinistra occidentale, sia quella moderata (futura Terza Via e Socialismo riformista) che quella estrema (sinistra comunista ed extraparlamentare) intendeva competere con il modello dell’embedded liberalism (termine coniato da John Ruggie), che mischiava economia di mercato su modello classico e welfare su modello keynesiano.

Nel 1968, poi, il grande salto. Abbandonate le ricette economiche del “grande economista” Karl Marx, «l’ottica della sinistra si spostò sulla cultura: quel che andava smantellato non era l’esistente ordine politico che sfruttava la classe operaia, ma l’egemonia della cultura e dei valori occidentali che opprimevano le minoranze in patria e, all’estero, nei paesi in via di sviluppo» (Fukuyama). Il Terzomondismo e lo sfruttamento dei movimenti anticoloniali furono ben sfruttati a sinistra, come riportò in diversi articoli Albert Camus (La rivolta libertaria). Non facendo ottima presa all’interno del “proletariato” nelle realtà occidentali decise di orientarsi all’estero e di difendere le cause nazionaliste pan-arabe. Uno spostamento identitario in funzione antiamericana. Interessante quanto avvenne in Gran Bretagna alla fine degli anni Settanta.

Con la vittoria di Margaret Thatcher, secondo Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 13 marzo 2019) la sinistra inglese «perse il legame con gli elettori più centristi. Il risultato fu che i conservatori non furono più seriamente sfidabili fino a quando […] la guida del Labour non passò nelle mani del “centrista” Tony Blair». Progressivamente, la sinistra occidentale si rese conto che era al centro che si pescavano i consensi elettorali. L’errore che può compiere chiunque sia all’opposizione è quello di radicalizzarsi nelle proprie posizioni. Tuttavia, una parte del mondo progressista ci ha messo decenni per capirlo: e fu così che nacque la Terza Via. Con il trionfo del liberalismo, del capitalismo e del globalismo alla fine della Guerra Fredda, a sinistra si dovette mutare la propria identità. Falce e martello vennero disinvoltamente abbandonati, così come in parte la parola passe-partout di “uguaglianza” a favore di quella di “libertà”.

Più che mai negli anni Novanta gli esponenti della Third Way erano convinti che questi due concetti si sarebbero potuti conciliare. Come annota Luca Ricolfi (Sinistra e popolo) la sinistra di fine XX secolo «poggiava sull’idea che una maggiore eguaglianza fra i cittadini potesse essere assicurata dal mercato stesso, senza pesanti interventi redistributivi, purché il mercato fosse ben regolato e a tutti fossero assicurate pari opportunità». Quello degli anni Novanta fu un cambiamento identitario enorme per una gran parte della sinistra occidentale. L’assistenzialismo veniva abbandonato a parole per il libero mercato. Il neoliberalismo di Blair e Clinton si presentò come un’alternativa mitigata del liberismo economico di Thatcher e Ronald Reagan. Risultato? Nel caso americano, il grosso dello smantellamento delle leggi sui controlli bancari e l’erogazione del credito facile sono avvenuti sotto l’ex governatore dell’Arkansas.

D’altra parte, in America, l’entusiasmo della sinistra moderata, quella del «It’s the economy, stupid», impedì al progressismo “dem” di capire le conseguenze di un’eccessiva deregulation. Oggi, «l’indebolimento a livello mondiale della sinistra è […] sorprendente, considerando la crescita della diseguaglianza all’interno dei singoli paesi, più che tra paesi» (Fukuyama). Il progressismo odierno, «raccoglie soprattutto il voto dei ceti medi urbani, dei dipendenti pubblici, dei professionisti del mondo della cultura e dello spettacolo» (Ricolfi). Persa la propria identità, nonché gran parte del proprio elettorato di riferimento, «la sinistra si è concentrata meno sulla diffusione dell’eguaglianza economica e più sulla promozione degli interessi di […] gruppi percepiti come marginalizzati: neri, immigrati, donne, ispanici, la comunità Lgbt, rifugiati e simili» (Fukuyama). Non stupisce che abbia perso il monopolio dello scontento dei ceti meno abbienti, oggi non sfavorevoli alla destra.

Se è vero che la sinistra occidentale non è morta dopo aver perso l’identità come ha fatto ad estinguersi? Secondo Ricolfi, «la mossa chiave […] è stata l’invenzione del “politicamente corretto”». Questo ha consentito alle sinistre «di gestire […] i propri problemi di identità, regalandone autostima, senso di superiorità morale, la duplice certezza che la sinistra rappresenti “la parte migliore del paese”». Dagli anni Cinquanta al Sessantotto, dalla Terza via all’oggi, i movimenti di sinistra sono rimasti a galla grazie ad una serie di giravolte contenutistiche e alla tendenza di autorappresentarsi come eticamente “migliori” rispetto agli altri concorrenti politici. L’elemento identitario elitario-aristocratico non è mai andato perduto a sinistra. Ha in parte finito per abbracciare proprio il grande nemico neoliberale. Ma citando Wolfgang Schivelbusch (La cultura dei vinti), «gli sconfitti imitano i vincitori quasi per riflesso».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Immoderati)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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