Edith Stein: passione e sacrificio sotto la Croce

Edith Stein era una donna libera, autonoma, determinata e coraggiosa. Votata al silenzio contemplativo e adorante, assetata di sapere, docile con gli ultimi, come ricorda Joachim Bouflet (Edith Stein. Filosofa crocefissa). Ottant’anni fa veniva trucidata ad Auschwitz-Birkenau: sicura di una vita dopo la morte, oggi Edith Stein vive nell’accademia e nei conventi, nei libri di storia e di filosofia. La carmelitana è un’icona non solo religiosa: rappresentata da una meravigliosa Maya Morgenstern in “La settima stanza”, cantata da Franco Battiato, venne fatta santa dal suo conterraneo Papa Giovanni Paolo II. Che l’ha definita «un’ebrea, filosofa, religiosa e martire che in unione con Cristo crocefisso, ha dato la propria vita per la vera pace e per il suo popolo». Cresciuta negli insegnamenti di Edmund Husserl, padre della fenomenologia, di cui fu assistente, dottore in filosofia, intraprese in maniera originale e personale la sua ricerca solitaria verso la verità.

Ispirata a Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce (Stein morì quattrocento anni dopo la nascita del presbitero spagnolo e nacque quattrocento anni dopo la morte di costui) era mite, accattivante e mistica. Stein ha insegnato a cristiani ed ebrei a volersi bene. Nata il 12 ottobre 1891 a Breslavia, ai tempi parte dell’Impero tedesco, da Siegfried Stein e Augusta Courant, è stata battezzata a trent’anni il 1° gennaio del 1922, a pochi chilometri dal confine francese. La lettura della Vita di Santa Teresa l’aveva spinta ad abbracciare la chiesa cattolica dopo un lungo periodo di tormentata ricerca. Riservata e attenta, curiosa e intelligente, dopo un anno di servizio volontario in Croce Rossa durante la Prima Guerra Mondiale, era stata chiamata da Husserl a Friburgo come sua assistente privata. Dalla Grande Guerra sperimentò l’orrore e l’urgenza di soccorrere i bisognosi.

Ebbe allora una crisi interiore proprio in quegli anni cruciali per l’Europa. Trovò nella fede la propria missione di vita. Scrive Edith: «Per l’amore che incontro sul mio cammino mi fortifica e mi sostiene, dandomi la forza di portare avanti impegni incredibili. Mentre la sfiducia che ogni tanto mi colpisce paralizza in me ogni potenza creatrice, l’affetto è […], al contrario, un tesoro con cui posso nutrire gli altri senza per questo impoverirmi». Il padre Siegfried era un commerciante di legnami e morì per un attacco cardiaco quando la bambina aveva appena diciannove mesi. Infanzia e adolescenza furono felici per Edith. La madre l’avvolgeva con le sorelle in un’atmosfera rigida, ma calorosa, scandita dalle feste del calendario ebraico. Crescendo, Edith scoprì presto che le funzioni alla sinagoga l’annoiavano. Una crisi adolescenziale la colse improvvisamente.

Ma la superò tramite il percorso della fede e la calma che l’hanno contraddistinta. Quando comunicò la decisione di convertirsi alla madre, questa scoppiò in lacrime e fece fatica fino alla fine della sua vita a perdonarla. Anche fratelli e sorelle rimasero sconvolti dalla scelta di Edith. Ma la Stein raddoppiò tenerezza e attenzioni nei confronti della madre che tuttavia non la rimproverò mai apertamente per la sua scelta. Edith Stein aveva una intelligenza fuori dal comune. Già alle elementari era sensibile, intraprendente, intelligente e vivace. La sua sete di sapere era incolmabile. Abituata a relazionarsi con gli adulti sin da bambina, si sentiva frustrata ad andare all’asilo. Bouflet ricorda che le piacevano tedesco e storia. Amava leggere e presto imparò anche inglese, spagnolo e francese. Riusciva anche a leggere in greco, latino e in ebraico. Il punto debole era la matematica.

Sognatrice, memorizzava le nozioni in tempi record e aveva eccellenti voti scolastici. Amava scrivere e divorava i libri. Nell’aprile 1911 s’iscrisse alla Università di Breslavia, città lontana dai centri culturali ed intellettuali dell’epoca – Lipsia, Friburgo in Brisgovia, Monaco e Bonn. Fece inizialmente storia della germanistica. «La mia unica preghiera era la ricerca della verità» scrisse allora. «Mi liberai a poco a poco delle idee liberali in cui ero cresciuta per abbracciare una concezione positiva, quasi conservatrice, dello Stato, anche se ho sempre cercato di mantenere la mia indipendenza nei confronti del conservatorismo alla prussiana». Stein era una femminista sin dall’adolescenza ed era a favore dei movimenti dei diritti delle donne e degli scioperi. Voleva di andare a Gottinga a studiare. Nel 1914 vide i suoi amici partire per la guerra e intendeva mettersi a disposizione dell’autorità militare. La madre si oppose perché voleva che la figlia continuasse gli studi.

Superò l’esame di Stato nel gennaio del 1915 e poi andò a lavorare in un ospedale di campagna. Voleva essere d’aiuto alla Germania in guerra e curò gli ammalati di dissenteria. Dimostrò un attaccamento alle mansioni affidatole e non disdegnava la possibilità di un matrimonio felice. Si innamorò anche di un ragazzo, «l’unico amore umano della sua vita, perché ha subito capito che non sarebbe stato contraccambiato», ricorda Bouflet. Scrive: «L’amore è la cosa più libera che c’è». Edith Stein mostrava attenzione verso qualsiasi arricchimento culturale. Avida di assoluto, di trascendenza, restava squisitamente femminile. Di lì a poco si trasferì a Friburgo, dove incontrò Husserl. Pagata cento marchi al mese, cifra corretta per il tempo, nel 1916 fu l’unica donna a passare il dottorato in Germania. Ottenne la summa cum laude. Lo stesso Husserl partecipò a una festicciola in famiglia.

Nel novembre 1917 arrivò la notizia della morte dell’amico Adolf Reinach, ucciso sul fronte delle Ardenne. Edith perse un importante confidente. Sono gli anni in cui maturò in lei la possibilità di chiedere il battesimo. «La sua conversione della porterà istintivamente a distaccarsi dalla ricerca filosofica», riassume Bouflet. Edith fu messa di fronte a una lotta interiore. «Vuole credere, ma non riesce a decidere di abbandonarsi alla fede, perché non conta ancora che su se stessa». «Accettare Dio significa rivolgersi a Dio nella fede o credere in Dio […], nel senso di tendere verso Dio. Perciò la fede è afferrare Dio». Stein andò poi a Spira, al convento di Santa Maddalena. Visse otto anni di silenzio e alla ricerca dell’io interiore. Qui continuò le sue ricerche, tra lezioni all’università, poi ripetizioni di inglese, francese e latino. Edith Stein aveva anche una forte inclinazione verso l’insegnamento.

Le studentesse la ricordano come un’amica, più che una maestra. Ricambiava l’affetto con un’intensa e sincera preoccupazione per il futuro delle sue allieve. Le vacanze scolastiche le trascorreva a Breslavia dalla famiglia. Sono gli anni in cui incrementa la sua postura femminista. Si iscrisse al Partito Democratico e sosteneva attivamente la democrazia della Repubblica di Weimar. Dava molte conferenze. Nel 1930, a Salisburgo sviluppò il tema dell’identità femminile. Chi ha conosciuto Edith Stein è rimasto impressionato dalla sua modestia e dalla sua vivacità e curiosità. Fu molto sensibile alle questioni socioeducative e condannò ogni forma di nazionalismo e razzismo che stava montando in Germania. Edith lasciò il convento di Spira e tornò a Breslavia, dove la sorella, Rosa Stein, voleva anch’ella entrare nella Chiesa, ma non voleva deludere la madre. Rapporti freddi col successore di Husserl a Friburgo, Martin Heidegger.

Stein voleva tornare in Accademia, ma si scontrò con Heidegger che manifestò uno scarso entusiasmo per candidarla a Friburgo. Dunque, Edith postulò anche per insegnare a Gottinga, Amburgo e Kiel. Con alcun risultato – «le cause vanno individuate nelle lentezze amministrative, nei pregiudizi contro l’insegnamento delle donne all’università e anche nei primi effetti di un antisemitismo ancora latente, veicolato dal nazionalsocialismo» (Bouflet). Così nel 1932 andò a Münster, dove fu assistente presso l’Istituto Tedesco di Pedagogica Scientifica. Aveva il timore di non sentirsi a suo agio, ma le colleghe l’accolsero con entusiasmo. Incontrò anche Jacques Maritain che mai dimenticò «quell’incontro e neppure l’ardore, l’intelligenza e la purezza che illuminavano il volto di Edith. Come descrivere la purezza e la luce che emanavano da Edith Stein e la generosità totale che si intuiva in lei e che avrebbe dato i suoi frutti nel martirio?», si chiedeva il filosofo.

Allora Stein interveniva su temi di attualità specialmente nei momenti di crisi attorno alla questione della dignità inalienabile della persona, dei suoi diritti e della sua libertà. Nel 1932 Clemens August von Galen avvisò i tedeschi a proposito del pericolo del nazionalsocialismo per il paese. Edith Stein lesse anche Mein Kampf e lo disprezzò. Sempre a Münster, con le sue allieve formò un’associazione contro la propaganda nazista, offrendo una visione cristiana della società. La sua preoccupazione era verso la libertà dei popoli e la dignità di ogni cittadino. Adolf Hitler assunse pieni poteri il 23 marzo 1933. L’incendio del Reichstag che gli consentì di eliminare con il decreto per la protezione del popolo e dello Stato gli avversari politici. Il 7 aprile il regime giunse alla definizione di “ariano”: «Ogni tedesco entrambi i genitori con quattro nonni di razza bianca e di religione cristiana».

Qualche anno dopo, Papa Pio XI pubblicò Mit Brenneder Sorge (1937), in cui condannava il nazionalsocialismo e lo definiva antitetico rispetto alla religione cristiana. Edith dovette trasferirsi al carmelo di Colonia. Il 15 aprile 1934 ricevette il sacro abito del convento e il nome di Teresa Benedetta della Croce, Teresia Benedicta a Cruce, ma verrà chiamata abitualmente suor Benedetta. Nel frattempo, continuava a mandare lettere alla madre in Slesia. La signora Stein era disperata e non rispondeva quasi mai. Riceveva i visitatori al convento e seguiva i rapporti con l’esterno. Lavorava alacremente alle sue pubblicazioni. La sua preghiera era intensa quando pregava Dio, ricordano alcune sue consorelle. Ma sotto gli abiti della carmelitana continuava a celarsi la filosofa. Presto le leggi Norimberga imposero restrizioni agli ebrei e alle loro relazioni nello Stato tedesco. Suor Benedetta sapeva che il peggio doveva ancora venire e intensificò le sue preghiere.

Scomparsa la madre e poco dopo anche Husserl, Edith rimase sola. Il 14 dicembre 1936, per ironia della sorte o della fede, scivolando dalle scale si ruppe una mano e una caviglia proprio come successe a Santa Teresa d’Avila. Visto il clima di crescente intolleranza nella Germania nazista verso gli ebrei, Edith pensò di trasferirsi in Palestina, al carmelo di Betlemme. Ma le sue condizioni di non-ariana erano un problema per l’espatrio. Suor Benedetta prese dunque contatti con il carmelo di Echt. Pur rischiando, le monache olandesi erano ben contente di accogliere la consorella ebrea. Imparò anche l’olandese. «Da quando sono qui, il mio sentimento dominante e la riconoscenza: rendo grazie per essere qui e per ciò che è questa casa». Nel maggio 1940 la sorella Rosa la raggiunse ad Echt. I Paesi Bassi caddero in mano ai nazisti che conquistarono l’intera Europa.

Suor Benedetta cercò soluzioni di espatrio in Svizzera, ma per una legge federale occorreva trovare in Svizzera i garanti per le due sorelle. Convocata con Rosa nell’ufficio di Maastricht dalla Gestapo, al posto di sbattere i tacchi inneggiando ad Hitler, Edith Stein salutò gli ufficiali con un «sia lodato Gesù Cristo». L’11 luglio 1942 l’episcopato cattolico dei Paesi Bassi mandò ad Arthur Seyss-Inquart un telegramma di protesta contro le misure contro gli ebrei, nonché le deportazioni di massa ad Est. Hitler rispose ordinando di arrestare tutti i religiosi e le religiose non ariani. Edith non voleva uscire dalla sua cella. Arrivò la superiora che impotente dovette arrendersi al volere dei nazisti e aprire loro la porta. Edith Stein venne deportata nel campo di Westerbork il 5 agosto 1942. Con Rosa giunse ad Auschwitz e fu assassinata in una camera a gas il giorno stesso del suo arrivo.

Amedeo Gasparini

(Pubblicata su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

Rispondi