Edmund Burke tradito dal falso conservatorismo di oggi

Edmund Burke è considerato il padre del conservatorismo moderno. Credeva che nelle società non ci dovesse essere né un eccesso di libertà, né un eccesso di democrazia. La prima avrebbe condotto all’anarchia, la seconda alla tirannide. Burke era molto critico nei confronti della bigottissima Chiesa d’Inghilterra, ma al contempo criticava pure l’ateismo. Voleva un parlamento forte, eletto e legittimo. Istituzioni solide che applicassero il rule of law. Legislature lunghe non in balia di micropartiti e del caos. Questo avrebbe portato a suo avviso ad un incremento della corruzione politica e della demagogia. Ostile alle rivoluzioni e in particolare a quella francese, favoriva l’antico ordine costituzionale britannico, nonché la monarchia. Spaventato dai moti rivoluzionari, Burke è sempre stato elitario e difese il ceto medio. Non esitò a difendere anche l’aristocrazia, nell’ora in cui questa vedeva perdere i propri monopoli e privilegi.

Nel conservatorismo delle destre di oggi non c’è nulla del conservatorismo burkeano. Le nuove destre confondono la libertà con l’anarchia e strizzano l’occhio ai sistemi tirannici e cleptocratici, favorendo populisticamente una democrazia collettivistica che eleva il popolo a supremo decisore. Le destre di oggi disprezzano i pesi e i contrappesi delle democrazie liberali e sono anti-istituzionaliste. Il conservatorismo delle destre di oggi è bigotto e affine ad un clericalismo in nome di un presunto tradizionalismo nazionale – l’ateismo è condannato dai conservatori d’oggi che scomodano perfino Dio e iconograficamente usano la Croce come spada. Oggi il conservatorismo è anti-elitario e, a tratti antiborghese, fa appello alle classi meno abbienti. Racimola consenso laddove un tempo si votava per i partiti delle sinistre, che negli anni hanno perso il monopolio del populismo pauperista. Il conservatorismo di oggi aborrisce le élite e divide la società tra un popolo puro e un’élite corrotta.

Conservatorismo, tuttavia, non è schierarsi aprioristicamente con l’aristocrazia, favorire la Chiesa, elevare lo Stato a discapito dei diritti del cittadino. Una delle sue forze è di essere trasversale alle classi sociali. Michael Oakeshott ha scritto che «essere conservatori […] significa preferire il familiare all’ignoto, preferire il provato al non provato, il fatto al mistero, l’effettivo al possibile, il limitato all’illimitato, il vicino al lontano, il sufficiente al sovrabbondante, il conveniente al perfetto […]; acquisire e ingrandire sarà meno importante che conservare, coltivare e godere; il dolore della perdita sarà più acuto dell’eccitazione della novità o della promessa». Il conservatorismo odierno basa la sua diffidenza nei confronti della novità in molti per rafforzare privilegi e classi. Si sente minacciato dalla globalizzazione, dal miscuglio identitario, dall’assenza, virtuale e non, di frontiere, dalla demografia a favore di “diverse” etnie nel paese.

«Il disegno del conservatore è dettato dalla paura del cambiamento e di ciò che è sconosciuto, della sua naturale tendenza all’“autorità” e dalla mancata comprensione delle forze che muovono l’economia», scrive Mario Vargas Llosa (Il richiamo della tribù). Non tragga in inganno il fatto che i conservatori dicano di essere a favore dell’economia di mercato. Essi adottano il libero mercato non perché questo è espressione della volontà individuale e della libertà del genio umano, ma perché esso è uno strumento che consente di sopraffare l’altro in uno spazio di vuoto legislativo e far west economico. Tuttavia, se si guarda alla storia del conservatorismo populista moderno, si scoprirà come questi abbia fatto affidamento sempre sulla mano pesante dello Stato. E non solo nella società, ma anche sull’economia, privilegiando i monopoli (distorsione del libero mercato). Il conservatorismo «tende essere benevolo verso la coercizione e il potere arbitrario» (ibid.).

L’arbitrio della coercizione piace alla destra odierna ed è quanto di più distante dal liberalismo. Friedrich von Hayek scrisse di non essere un conservatore: secondo lui il conservatore è vincolato al bagaglio delle idee che ha ereditato per tradizione e vede l’idea stessa del cambiamento come una grossa minaccia per i propri valori e ideali sociali. In questo senso, il rischio di un conservatorismo estremo – ben lontano da quello di Edmund Burke – è il pericolo della fossilizzazione su un ideale. «Per questo i conservatori sono spesso oscurantisti, cioè retrogradi a livello politico. Di solito sono anche nazionalisti […]. Il conservatore difficilmente capisce la differenza tra nazionalismo e patriottismo: considera le due cose identiche» (ibid.). Edmund Burke non considerava le due parole come sinonimi e non avrebbe approvato il conservatorismo odierno – che, se non altro, non pretende neppure di ispirarsi a lui.

Il conservatorismo delle destre di oggi – specialmente negli Stati Uniti, dove questo viaggia a braccetto con un odioso fanatismo religioso che unisce estremismo cristiano cattolico e cristiano evangelico – è di matrice autoritaria e paternalista, intransigente e vendicativo, reazionario e bigotto, statalista e complottista, oscurantista e pagano, razzista e antirepubblicano, antidemocratico e antistituzionale e quindi profondamente illiberale. Tutti elementi che sono in antitesi rispetto al conservatorismo di Edmund Burke. Il conservatorismo di oggi è lontanissimo dal compromesso del conservatorismo liberale e del liberalismo conservatore. È, anche dal profilo economico, l’anti-Hayek. Il vero conservatore (che è l’uomo del dopodomani, a differenza del progressista che è l’uomo del domani, secondo Giuseppe Prezzolini) deve fare il contrario di quello che fanno i conservatori oggi. Deve rafforzarsi in un’etica che non sia falsata da idolatrie ed estremismi, da ideologie alternative e lontane dalla realtà, da posture autoritarie e scioviniste.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su AlterThink)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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