Alexander Dubček: collaborazionista o patriota?

La sera del primo settembre 1992 Alexander Dubček aveva chiesto all’autista di accelerare. Pioveva forte, ricorda Demetrio Volcic (Est) e la strada era scivolosa. Non si poteva curvare a centoventi chilometri all’ora. Poco dopo, l’automobile ruzzolò lungo una scarpata. A seguito di un lungo esilio speso nel purgatorio della sua Slovacchia, il Presidente dell’Assemblea federale morì nel novembre 1992 a causa di ferite subite nell’incidente. Il mondo pianse così lo slovacco che tentò di dire di no a Mosca e di portare il riformismo nel suo paese. Alexander Dubček nacque il 27 novembre di cento anni fa. Deputato di Bratislava, segretario del Partito Comunista Cecoslovacco (KSČ) per un anno, fu il protagonista della Primavera di Praga del 1968. Convocato a Mosca per l’oltraggio di voler superare il modello sovietico, il padre del “Socialismo dal volto umano” fu poi obbligato a fare marcia indietro.

I comunisti di Mosca e quelli di Praga, a cominciare da Gustáv Husák che lo sostituì al vertice del partito, volevano dimenticare l’anomalia sessantottina. Dubček andava rimosso: e così iniziò la normalizzazione. Addio, dunque, al riformismo che il leader comunista aveva proposto per rivitalizzare la Cecoslovacchia. I sovietici non potevano concedere autonomia. Ma se è vero che la primavera di Praga non fu annichilita con le stesse modalità di quella di Budapest dodici anni prima, a Mosca la paura che il blocco dell’Est si frantumasse era concreta. In questo senso, il successore di Antonín Novotný rappresentò una delusione per i gerarchi comunisti. Tutto doveva rimanere come designato a Varsavia nel 1955. E sì che l’apertura di Dubček, più libertà di espressione e libertà di associazione, godevano di un parecchio supporto nel paese. Ma non a Mosca.

Richiamato al Cremlino, Dubček firmò sotto minaccia l’atto di capitolazione della Cecoslovacchia. Tornò in patria il 29 agosto: aveva le lacrime agli occhi. La Primavera di Praga era finita. Molti gli diedero del collaborazionista, altri dissero che era un patriota che aveva evitato spargimenti di sangue. Nel 1968, come ricorda Gabriele Nissim (Il bene possibile) c’era chi lo invitava «a salvare il salvabile e a cercare un compromesso doloroso con i sovietici. Ciò avrebbe significato rinunciare per sempre agli ideali della Primavera di Praga. Altri, invece, chiedevano di resistere fino alla fine, riproponendo probabilmente lo scenario ungherese del 1956, che portò a migliaia di morti e al sacrificio personale di Imre Nagy». Incapace di implementare le misure correttive richieste da Mosca, fu rimosso dall’incarico di numero uno del KSČ e divenne ambasciatore in Turchia.

Espulso dal partito nel 1970, fino al 1988 restò in Slovacchia, dove trovò lavoro come manovale in un’azienda forestale. Il mondo dimenticò Alexander Dubček per due decenni: gli anni dell’esilio furono duri per lui. Ma sull’onda della Rivoluzione di Velluto del novembre 1989 Praga lo accolse in pompa magna. Non bastava Piazza San Venceslao per contenere il quasi mezzo milione di persone che volle assistere al suo ritorno. D’altra parte, il clima era cambiato: la folla rimase delusa da Dubček. I giovani non lo avevano mai visto o ne avevano sentito parlare da bambini. Il Forum Civico che intendeva traghettare il paese verso nuove elezioni si oppose alla sua candidatura come Presidente della Repubblica. Troppo compromesso con i sovietici. Alexander Dubček apparteneva ad un’altra generazione rispetto a quella che sfilava il 17 novembre 1989, per commemorare i vent’anni dalla morte di Jan Palach.

Václav Havel (To the Castle and Back) ha detto che Dubček «era una persona onorevole, piacevole, modesta, ma irrimediabilmente impantanata nell’ideologia e nella fraseologia comunista: parlava sempre a lungo, ed era difficile discernere ciò che effettivamente diceva». Al momento dell’aggiudicazione della Presidenza i due contendenti erano proprio Havel e Dubček. Il primo rappresentava il nuovo, il cambiamento, l’eroe della Rivoluzione di Velluto. Il secondo no. Sebbene, tutto sommato, la Storia sia stata generosa con il riformista, oltre la cortina di ferro questi era considerato un’anomalia. Quando Dubček rispuntò nel novembre 1989, c’era chi lo portava in trionfo come il condottiero che aveva resistito a Mosca e aveva tentato di introdurre una perestroika anzitempo. Altri invece conservavano vecchi rancori: era pur sempre comunista e si era piegato a Mosca.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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