Raoul Precht sceglie per il suo Stefan Zweig. La fine del mondo (Edizioni Ares 2025) un’immagine di copertina ben nota dello scrittore. Una delle sue ultime fotografie, in cui Stefan Zweig guarda l’obiettivo con attenzione, lasciando trasparire anche una sfumatura di paura, mistero e forse malinconia. Non è però questo il tono della breve biografia dedicata allo scrittore. Perché Precht affronta anzitutto Zweig alla luce del presente, sottolineando come egli goda ancora oggi di un credito enorme. Molti lettori, osserva l’autore, continuano a esserne entusiasti, mentre i suoi libri vengono ancora pubblicati, letti, venduti. Zweig non appartiene al ristretto novero dei grandi romanzieri. Non è Marcel Proust, né James Joyce, né Robert Musil. Ma resta uno scrittore di rilievo. Non tanto per le qualità poetiche o drammaturgiche, quanto piuttosto come innovatore nell’approccio al genere biografico.
Nato a Vienna il 28 novembre 1881 da Moritz Zweig, che aveva acquistato una piccola fabbrica tessile, Stefan proveniva da una famiglia dalle radici cosmopolite. La madre, Ida Brettauer, era nata ad Ancona e il nonno materno, pur essendo un banchiere ebreo, lavorava per il Vaticano. Fu proprio la madre a trasmettergli l’amore per l’Italia e la sua cultura. Zweig sviluppò presto un forte interesse per la musica; la famiglia frequentava la sinagoga solo occasionalmente e trascorreva lunghi periodi a Bad Ischl, Marienbad, Merano o San Candido. Il rapporto con i genitori non fu semplice. Il rendimento scolastico era modesto: la scuola non riusciva a suscitare il suo interesse. Tuttavia, iniziò presto a pubblicare su giornali e riviste a Vienna, ma anche a Monaco, Berlino e Praga, individuando rapidamente nella poesia e nella narrativa la propria via di salvezza, seguendo modelli come Hugo von Hofmannsthal.
All’università, che frequentò fino al 1904 iscrivendosi a filosofia e storia della letteratura, Zweig era già conosciuto negli ambienti culturali grazie alle sue poesie ed articoli. Parallelamente coltivava numerose attività che lo coinvolgevano maggiormente, soprattutto collaborazioni con giornali e riviste. Viaggiò intensamente: tra il 1908 e il 1909 soggiornò per cinque mesi nelle Indie britanniche e a Ceylon, seguendo il consiglio di Walter Rathenau. Nel 1911 visitò l’America (New York, Cuba, Giamaica, Porto Rico e Panama). Trascorse un semestre all’Università di Berlino e soggiornò più volte a Parigi. Fino allo scoppio della Grande Guerra scrisse molto, anche se parte della produzione di quegli anni è oggi dimenticata. Si dedicò alla poesia, al teatro, al giornalismo, alla critica letteraria. Pubblicò due raccolte di racconti, tradusse e curò edizioni tedesche di autori stranieri come Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Charles Baudelaire e Charles Dickens. Tentò poi la via del teatro.
Nonostante una buona accoglienza critica, comprese presto di non poter competere con figure come Rainer Maria Rilke. Il suo primo libro, Silberne Saiten (1901), è una raccolta poetica su cui Precht esprime un giudizio piuttosto freddo. Con Die frühen Kränze, Zweig non era più uno sconosciuto e pubblicava sulla Neue Freie Presse. Tuttavia, la sua poesia, fortemente classica e influenzata dal simbolismo e da Rilke, non si distingueva per originalità. Zweig nutriva per la poesia un rispetto quasi assoluto, considerandola la forma artistica per eccellenza. Ma era consapevole dei propri limiti sia nelle forme sia nell’espressione. Dopo questa fase si sviluppò la sua passione per il teatro, ambito che decise di frequentare più intensamente. Precht dedica ampio spazio a La casa sul mare, una delle opere teatrali più note di Zweig, in cui emergono temi centrali della sua produzione.
La brutalità della guerra contrapposta al pacifismo, la critica alla retorica, la difesa dei diritti inalienabili, il conflitto tra tradizione e cambiamento, la seduzione dell’eterno femminino, l’impossibilità dell’idillio coniugale, il peso del passato e la speranza in una vita migliore. Nella prima fase creativa, fino al 1919, anno del trasferimento stabile a Salzburg, scrisse otto testi teatrali e tradusse drammi di Romain Rolland ed Émile Verhaeren. In un contesto spesso enfatico e celebrativo, cercò di proporre opere percepite come innovative.
Fin dall’adolescenza, Zweig sviluppò una passione per il collezionismo di autografi e manoscritti. Tra i primi acquisti figurava un testo di Friedrich Hebbel. Nel tempo raccolse documenti straordinari, tra cui lettere di Ludwig van Beethoven e Wolfgang Goethe, spartiti di Wolfgang Amadeus Mozart, il testamento di Stendhal, manoscritti di autori classici e persino un foglio del romanzo incompiuto America di Franz Kafka, donatogli da Max Brod. Possedeva anche oggetti personali di Ludwig van Beethoven, come lo scrittoio e un violino. Nel 1933 arrivò a procurarsi persino un discorso autografo di Adolf Hitler. Ma nonostante il grande successo, Zweig non fu mai pienamente sicuro del proprio valore. Dovette confrontarsi con l’antipatia o il giudizio critico di autori come Musil o Karl Kraus. Nonché con la scarsa considerazione di Thomas Mann e Heinrich Mann, fino a Klaus Mann, che lo consideravano uno scrittore “facile”, anche se non mancava una certa invidia.
Lasciò un solo romanzo compiuto, L’impazienza del cuore; e uno incompiuto, Estasi di libertà. Fu spesso definito neoromantico e poco innovativo. Tuttavia, emergeva la sua serietà di studioso e l’uso rigoroso delle fonti. Più discutibile appare oggi la tendenza a privilegiare la dimensione privata rispetto al contesto storico-sociale, con una ricerca biografica minuziosa, ma talvolta fine a sé stessa. Ne Il mondo di ieri, riprendendo una frase di Franz Grillparzer, Zweig affermò di sentirsi come uno scrittore costretto a seguire il proprio cadavere ancora vivo. Precht analizza nel dettaglio le sue biografie dedicate ai grandi. Il 31 luglio 1914, prese l’ultimo treno da Ostenda per Vienna – in Belgio aveva incontrato Verhaeren e James Ensor. Inizialmente i suoi articoli riflettevano un ingenuo entusiasmo bellicista, arrivando a sostenere la necessità di colpire la Serbia. Solo dopo due anni maturò una progressiva presa di distanza dalla guerra, orientandosi verso il pacifismo.
Lavorò come volontario presso il dipartimento stampa del Ministero della Guerra e partecipò a iniziative del Comitato per la pace a Berna, dove tenne un discorso dedicato a Bertha von Suttner, Nobel e figura del movimento pacifista. Dopo la guerra si stabilì a Salisburgo con la signora von Winternitz, poi Friederike Maria Zweig. In seguito, sposò in seconde nozze Lotte Altmann, figura più discreta, ma fondamentale. Sostenne il medico veneto Giuseppe Germani, legato a Giustizia e Libertà e amico di Giacomo Matteotti. Quando Germani fu arrestato nel 1931 con l’accusa di aver attentato alla vita di Benito Mussolini, Zweig intervenne con una lettera indirizzata al dittatore, riuscendo a far commutare la pena in confino. Questo gesto gli valse critiche dell’amico Rolland. Considerato da alcuni debole o esitante, Zweig era in realtà un uomo del dubbio più che della certezza, sostanzialmente impolitico.
Solo nel 1935, con la perdita di Insel e il progressivo avvicinamento di Anton Kippenberg al Nazismo, iniziò a comprendere pienamente la gravità della situazione in Europa. Come molti, anche Zweig aveva inizialmente sottovalutato Hitler, ritenendolo un agitatore rozzo e poco pericoloso, persino inferiore a Mussolini. Di natura conciliante, evitava posizioni troppo nette, mostrando ambiguità nei confronti del nazionalsocialismo. Durante l’ascesa del Nazismo subì la perquisizione della sua casa sul Kapuzinerberg, episodio vissuto come un grave affronto. Incarnava un cosmopolitismo europeo legato all’esperienza dell’Impero austroungarico. Il suo ebraismo era soprattutto culturale. E, nella sua visione, avrebbe dovuto unire e non dividere, contribuendo alla costruzione di un uomo universale. Joseph Roth, inizialmente amico, divenne col tempo uno dei suoi critici più severi, spingendolo a impegnarsi più apertamente a favore degli esuli.
Alla fine di giugno del 1940, insieme a Lotte, lasciò l’Europa. Passò da Liverpool a Londra, quindi a New York e in Brasile, con tappe anche in Cile, Uruguay e Argentina, cercando di conciliare lavoro e vita personale. Non fu il solo a scegliere il suicidio. Tra gli altri Walter Benjamin, Walter Hasenclever, Ernst Toller, Kurt Tucholsky, Ernst Weiss. Roth si autodistrusse con l’alcol. Stabilitosi a Petrópolis, in Rua Gonçalves Dias 34, Zweig viveva non lontano da ambienti in cui operavano anche cellule naziste. Il suicidio suo e di Lotte fu seguito da un funerale imponente, alla presenza del dittatore Getúlio Vargas. Nel biglietto lasciato prima della morte evocò la distruzione dell’Europa come patria spirituale e la perdita della lingua come strumento espressivo. Scrivendo a Carl Zuckmayer, affermò che: «Quale che sia l’esito della guerra, verrà un mondo a cui non apparterremo più. Saremo solo fantasmi, o ricordi».
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
