La tribù dà sicurezza, ma c’è un (caro) prezzo da pagare

L’espressione “chiamata della tribù” è stata coniata dallo scrittore Mario Vargas Llosa (Il richiamo della tribù). Essa si riferisce al fatto che l’uomo ha un bisogno di appartenere ad un gruppo di simili. Nella sua vita, l’individuo avverte a correnti alterne il richiamo della tribù. Questo concetto si rifà a Karl Popper, che scrisse che gli uomini «non hanno mai superato sino in fondo la nostalgia […] – la tribù.» La dimensione cioè di quando «l’uomo era ancora una parte inscindibile della collettività, subordinato a uno stregone o a un capo onnipotente che prendeva tutte le decisioni al posto suo, facendolo sentire al sicuro, privo di responsabilità, sottomesso, come l’animale nella mandria […], sopito fra gente che parla la sua stessa lingua, adora i suoi stessi dèi, e ha i suoi stessi costumi, e odia l’altro, l’essere diverso, cui può attribuire tutte le calamità che si abbattono sulla tribù.»

Non è un caso che l’Homo Sapiens si sia evoluto a partire da tribù di cacciatori raccoglitori e che disponga di una forte senso della comunità, del “noi”. Questo, un pronome non amato dalla tradizione liberale. Lo scoppio del populismo nell’ultima decade, con riferimento al nazionalismo, è un “ritorno” alla volontà di molti elettori di essere e stare nella tribù. Secondo Vargas Llosa, il sovranismo si riflette nel micro all’interno dell’individuo e nel macro a livello nazionale in relazione agli altri paesi. L’essere umano che torna alla tribù, perde la sua dimensione individuale, per tornare al conosciuto, al luogo sicuro, alla nazione, alle frontiere. Capi e sciamani vegliano sulla folla in maniera piramidale, top-down.

Ne consegue, che i sudditi guardino con adorazione i leader-traghettatori, guardiani del passato, della tradizione, della certezza. La tribù dà stabilità e sicurezza. «La gente di tutto il mondo cerca sicurezze e valori nell’abbraccio della nazione», scrive Yuval Noah Harari (21 lezioni per il XXI secolo). La tribù è rassicurante e i leader politici demagogici che strumentalizzano il richiamo alla nazione, alla società chiusa, amplificano il loro consenso. Secondo Paul Roland (The Nazis and the Occult), «il bisogno primitivo di essere parte della tribù o del gruppo è difficile da resistere perché è legato al nostro istinto di sopravvivenza» Difatti, «quando gli individui rinunciano al loro libero arbitrio e si sottomettono alla volontà collettiva, si comportano come un branco di animali».

Il richiamo della tribù conduce al ritorno alla tribù. Predica il ritorno alle frontiere, al nazionalismo sfegatato, alla purezza di un popolo rispetto agli altri. Tali elementi permettono un ritorno al passato. Il concetto di ritorno al tribalismo si collega senza troppa difficoltà alla missione storica di alcune figure legate al totalitarismo novecentesco. Da Adolf Hitler a Benito Mussolini, da Mao Zedong a Fidel Castro. Questi leader si sono serviti del richiamo tribale, rispettivamente, per riunire i popoli germanici, creare un nuovo impero di Roma, stabilire un’unica Cina, rendere i cubani indipendenti. Secondo Vargas Llosa, i dittatori hanno avuto successo anche perché hanno fatto appello allo spirito della tribù dei rispettivi popoli.

Nella tribù l’individuo era “sovrano” «emancipato da quell’insieme gregario chiuso in se stesso per difendersi dalla fiera, dal fulmine, dagli spiriti maligni, da innumerevoli paure del mondo primitivo». Il pericolo della logica del ritorno alla tribù per mezzo del richiamo alla tribù conduce al totalitarismo e alla fine dell’individuo e della sua libertà. Alcuni politici pensano di poter riportare indietro la Storia e un intero popolo, rafforzati dalla spirale del consenso che il ritorno alla dimensione ancestrale comporta. La profonda socialità umana, l’idea dell’insieme, dell’uno, è rappresentata da concetti che incontriamo tutti i giorni, come frontiere e nazioni.

Ritornare alla tribù mette a repentaglio il progresso della Storia dell’uomo. E affida a singoli arrampicatori sociali il compito di traghettare il fato della nazione in un passato artificiale. Il richiamo della tribù è «l’attrazione verso una forma di esistenza nella quale l’individuo, […] schiavo di una religione, di una dottrina o di un capo che si assume la responsabilità di fornire […] risposte a tutti i problemi, rifugge l’arduo impegno della libertà e la sua sovranità di essere razionale», scrive Vargas Llosa. La tribù è una forma di collettivismo, di ritorno all’irresponsabilità collettiva. Il prezzo del ritorno a questa dimensione, istigato dal richiamo, è la cessione della libertà personale a favore di concetti quali la nazione, la sovranità, il popolo, il collettivismo.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Corriere dell’Italianità)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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