L’omicidio dell’influencer della destra fanatica e messianica Charlie Kirk ha scioccato gli Stati Uniti. Chi ha esultato sui social non merita nemmeno spazio di riflessione: la violenza politica va condannata sempre. L’episodio, grave, riporta alla mente tragici eventi che hanno segnato la storia americana, da Dallas a Memphis, dimostrando come la violenza sia un virus che periodicamente infetta il corpo statunitense. Ogni forma di estremismo, di destra o sinistra, cristiano o islamico, va combattuto. Al di là delle divergenze, alla fine parliamo di vite umane. Secondariamente, ognuno dovrebbe utilizzare retoriche e argomenti responsabili, specialmente quando gode di grande visibilità. Questo vale ancora di più in America, che ha un rapporto dissennato tra politica e violenza, dove l’assassinio politico è ricorrente nella Storia. Da Abraham Lincoln a John F. Kennedy. Da Malcolm X a Martin Luther King. Ronald Reagan sopravvisse nel 1981, Gabrielle Giffords fu gravemente ferita nel 2011.
Ogni volta si ripete lo stesso copione: shock iniziale, promesse di cambiamento – stavolta forse neppur quelle –, poi tutto torna come prima. Non ci sarà alcuna grossa limitazione al possesso delle armi da fuoco nel paese. Ma non si dovrebbe mai strumentalizzare la morte di qualcuno. L’argomento è noto e ritorna periodicamente: alcuni hanno festeggiato la morte di Charlie Kirk, altri hanno insinuato che in sostanza se l’era cercata – egli, pro-life, era un assertore del secondo emendamento anche se la sua difesa comportava un tot numero di morti. Altri, più cauti, si sono limitati a condannare l’accaduto senza esprimere condoglianze genuine. Alla demonizzazione di Kirk si è intrecciata la demonizzazione e l’utilizzo dell’odio come arma politica. Con il risultato che la morte diventa un’occasione per regolare conti ideologici. Un pretesto per alimentare l’odio. La disinformazione viaggia più veloce della verità e in poche ore la tragedia si trasforma in propaganda.
Così è stato. Per tentare di coprire l’eco mediatico del caso Epstein, i fallimenti sulla fine della guerra in Ucraina e sfruttare al massimo l’onda emotiva della rabbia, Donald Trump ha adoperato come sempre una retorica appositamente e inappropriatamente divisiva, incendiaria, irresponsabile. A cadavere ancora caldo, non aveva dubbi: era colpa della “radical left”. Non ha resistito alla tentazione di fare politica invece di tentare di essere, per una volta, una figura pacificatrice di fronte allo shock nazionale. Non ci voleva tanto … Proprio l’11 settembre di ventiquattro anni prima, un presidente non particolarmente brillante come George W. Bush riuscì a unire il paese dalle macerie delle Torri Gemelle. È così che si fa nei momenti di crisi nazionale. Il Presidente fa il Presidente. Mette da parte il risentimento, persino l’odio o il disprezzo. E fosse anche solo proforma, guida questo paese storicamente dal grilletto facile.
La leadership autentica e coraggiosa si misura proprio in questi frangenti. Reagan unì il paese attorno a sé. Trump ha preferito la strada della divisione, quella che gli è sempre congeniale e che gli garantisce maggior consenso nella MAGAsfera. Ha perso un’occasione per consolidare il paese frammentato ed evitare che la spirale della violenza potesse degenerare ulteriormente. Mentre il mondo democratico in Parlamento ha offerto le sue condoglianze, gran parte del movimento MAGA, pretestuosamente scandalizzata all’omicidio del suo sciamano, ha inneggiato alla caccia alle streghe. Di nuovo Trump ha rincarato la dose: l’attentatore merita la condanna a morte, ha sentenziato con buona pac dello stato di diritto. Altro sangue, altro odio. Non è così che si costruisce una grande società. Il paradosso è che chi predica law and order nutre il caos e alimenta la vendetta invece della giustizia. Quello che probabilmente succederà non va nella direzione che si auspicherebbe.
Il secondo emendamento rimane intoccabile nonostante le continue stragi. Le varie NRA hanno un potere oltre il ragionevole nelle democrazie moderne. Finché il secondo emendamento vive nella sua interpretazione più estrema – promossa da Kirk ed altri – il primo, quella della libertà d’espressione, è in pericolo. Non si andrà in una direzione di maggior controllo delle armi. È possibile, invece, che dalla Casa Bianca sopraggiunga un pacchetto “vendetta” che potrebbe ledere la libertà di espressione e procedere verso arresti facili, rafforzando l’impressione di una china sinistramente autoritaria intrapresa negli Stati Uniti. È possibile che l’amministrazione Trump, che politicamente esce rafforzata dall’omicidio del sodale, non si farà alcuno scrupolo a sfruttare la situazione nell’ambito del suo momento “incendio del Reichstag”. Il governo manterrà il sangue freddo o azionerà limiti targettizzati ai “radical leftist”, macrocategoria ad hoc a cui appartengono tutti i “nemici” di MAGA, dagli immigrati ai transessuali?
La sera dopo l’omicidio di Kirk, il presidente era a un evento sportivo e il giorno dopo, quando gli è stato chiesto come stesse dopo il lutto, ha parlato della pacchiana sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca. Il che rivela la sua incapacità di comprendere la gravità del momento. La morte di Charlie Kirk si è confermata la cartina di tornasole di un paese devastato dalla divisione. Un paese in cui le due parti non si parlano e demonizzano costantemente l’avversario, in cui non si è d’accordo neppure su quello che dovrebbe essere oggettivo. E intanto la società civile si radicalizza. Si predicano guerre sante contro i liberal (passati per pericolosi comunisti) con show radio che alimentano quotidianamente pericolose paranoie. In questo clima viziato, molti potrebbero avallare scelleratezze che in tempi normali non sosterrebbero. La tesi di “morte da istupidimento” prende sempre più piede negli Stati Uniti.
Più s’inasprisce il conflitto sociale, più si cerca fittizia protezione negli estremismi e ci si allontana dalla comunione dei valori. L’America non è più sicura dopo l’omicidio di Charlie Kirk. E quando la temperatura sale troppo, le istituzioni rischiano di non reggere. Le scelte che verranno prese nelle prossime settimane devono tenere conto del mondo di domani: Charlie Kirk ha lasciato una moglie e due figli di uno e tre anni e saranno loro a vivere in quel mondo – non chi oggi amplifica la divisione per proprio volgare tornaconto. La memoria delle vittime della violenza politica dovrebbe servire a costruire ponti, non muri. Da una parte c’è la strada della riconciliazione, del dialogo difficile, del rispetto nelle differenze ideologiche profonde. Dall’altra, la strada della polarizzazione estrema, dove l’avversario politico diventa nemico da abbattere. Occorre scegliere. Ma si fermi questa spirale d’odio. Basta estremisti fanatici, profeti apocalittici e bigotti predicatori d’odio.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
