He’s back: incontestabile vittoria storica per Donald Trump

Un breve momento di fair play in America (quello che è mancato in questi anni e mancherà nei prossimi): Donald Trump, 78 anni, ha vinto con ampio margine le elezioni presidenziali del 5 novembre e nessuno, neppure i suo più acerrimi detrattori, si è sognato di mettere in discussione la vittoria. Il Partito Democratico non ha gridato ai brogli o delegittimato l’avversario. Ma forse era inevitabile, vista la portata storica della vittoria dei repubblicani. Il ritorno di Trump alla presidenza, con cappotto negli swing States e la sua agenda radicale, è davvero storico. Dopo Grover Cleveland a fine Ottocento, il tycoon è il secondo presidente ad essere eletto per due mandati non consecutivi. Ma è anche il primo con una condanna penale ad entrare alla Casa Bianca. Trump ha guadagnato la maggioranza dei grandi elettori e un primato nel voto popolare, battendo così la democratica Kamala Harris.

Se si considera che ora i repubblicani hanno in pugno la Casa Bianca, la Corte Suprema, il Senato, (quasi certamente) la Camera, la vittoria non può che essere totale. Incontestabile. Resa ancora più straordinaria dal fatto che Trump ha vinto nonostante due impeachment, diversi processi penali e scandali che non hanno turbato decine di milioni di elettori. Dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 che aveva promosso, Trump sembrava finito. Ma tutte le rivelazioni scottanti trapelate sino all’ultimo sui media non sono servite all’elettorato per far convergere il proprio voto su Harris. Gli americani hanno votato per lui sapendo perfettamente chi fosse: non era più una novità come nel 2016. Curiosamente, le scommesse si sono rivelate più predittive dei sondaggi. Sondaggi che non hanno colto come molti elettori si vergognavano di ammettere il sostegno a Trump, che consciamente predica odio e promuove divisione.

Questa volta, per Trump non è stato necessario propugnare la “Big-Lie 2.0”: i numeri sono stati chiari fin dall’inizio dello spoglio. Il passaggio di consegne con Joe Biden si preannuncia pacifico. Ma la vittoria del tycoon potrebbe avere conseguenze durature, giacché i repubblicani potrebbero nominare nuovi giudici alla Corte, consolidando la maggioranza conservatrice per i prossimi lustri. Ecco il potere quasi assoluto che Trump auspicava in campagna elettorale. E quanto alla magistratura locale, questa sarà riempita di fedelissimi. A differenza del primo mandato, Trump II non dovrà più circondarsi della vecchia guardia del Partito Repubblicano, ma imporrà candidati fedelissimi usciti direttamente dalla fabbrica MAGA. Il volto istituzionale statunitense cambierà dall’interno. E quel deep State che Trump denunciava – nel suo disprezzo per la Costituzione e la liberaldemocrazia – si riempirà di suoi sodali (l’essenza del Project 2025).

Il discorso della vittoria a Mar-a-Lago, alle 2 del mattino del 6 novembre (le 8 in Europa), ha rappresentato l’auto incoronamento del nuovo Cesare. Trump è salito sul palco del centro congressi di Palm Beach tra i cori «U-S-A, U-S-A», circondato da alleati e famiglia. Ha ringraziato la moglie, lo staff e il candidato vicepresidente J. D. Vance, che ha definito questa vittoria «il più grande ritorno politico della storia degli Stati Uniti». Significativo, dall’inizio della campagna al tavolo del cenone la notte delle elezioni, il miliardario Elon Musk, che probabilmente diventerà consulente nella futura amministrazione Trump – posizione per cui ha pagato oltre 130 milioni di dollari in donazioni. Tesla, Truth e i mercati americani hanno chiuso con un ampio rialzo il 6 novembre. Robert F. Kennedy Jr., noto antivaccinista e complottista, ha dichiarato che Trump «renderà l’America di nuovo sana».

Nel discorso non poteva mancare il solito messianismo. Trump ha fatto riferimento all’attentato durante il comizio di Butler in luglio affermando che «Dio ha risparmiato la mia vita per una ragione», per poi concludere promettendo di «fermare tutte le guerre e chiudere le frontiere». La vittoria di Trump si è basata su diversi fattori. L’inflazione ha giocato un ruolo cruciale, così come l’immigrazione e quindi la promessa di deportare i clandestini. Gli elettori credono alla necessità di un confine più sicuro. Ma questa volta, su questo e altri temi, Trump ha ottenuto un forte sostegno da parte delle cosiddette minoranze, tra arabi e latini – specialmente negli swing States. Ha guadagnato significativamente tra ispanici e giovani di tutte le etnie. Disastro sul fronte avversario: Harris non ha convinto neppure molti democratici e ha concesso la vittoria dopo oltre dodici ore di silenzio.

Kamala Harris ha perso slancio l’ultimo mese: ma era difficile prevedere una disfatta tale. Una sconfitta che riflette la crisi più profonda del suo partito che l’ha catapultata al vertice della campagna elettorale dopo la tardiva rinuncia di Biden. Se gli elettori hanno perdonato sfacciataggini e crimini di Trump, non hanno fatto altrettanto con lo snobismo dem, il “wokismo” e tutto l’arsenale retorico di chi ha ignorato l’America profonda. Intendiamoci: non si tratta di un’America “non pronta per una candidata donna”. La questione riguarda piuttosto il carisma, l’empatia, i contenuti e la legittimazione popolare di Harris. La campagna di cento giorni si è rivelata insufficiente: e in più la signora partiva da un’esperienza non brillante. Era sensata la scelta di Tim Walz come vice, ma l’appeal dell’uomo bianco non è bastato. Harris ha responsabilità limitate della sconfitta, che pertanto ricade anche su Biden, la cui eredità è ora inevitabilmente macchiata.

Sul fronte internazionale, Vladimir Putin è il grande vincitore di queste elezioni. La fine della guerra russa in Ucraina vorrà dire accettare lo status quo. Inverosimile, ma negli ultimi mesi che gli restano alla Casa Bianca, Biden potrebbe stanziare altri aiuti militari a Kyiv. Volodymyr Zelenskyj, pur congratulandosi per la vittoria «impressionante» di Trump, nutre l’ingenua speranza che il tycoon si faccia promotore di una «pace giusta in Ucraina». Da Pechino si auspica invece una «coesistenza pacifica» con Washington, nonostante un inasprimento delle relazioni economiche tra i due in vista. Emmanuel Macron è stato il primo leader europeo di peso a dichiararsi «pronto a collaborare». Il primo ministro britannico Keir Starmer ha elogiato la «vittoria storica». Sebbene per sua natura il sovranismo sia inconciliabile con le alleanze internazionali, tra i primi a congratularsi anche Viktor Orbán e Benjamin Netanyahu.

Ursula von der Leyen ha minimizzato lo shock di una presidenza Trump che menerà l’UE a suon di dazi: «USA e UE sono più che semplici alleati». La lezione per l’Europa è chiara: non può continuare a basare la propria difesa sulla fiducia negli elettori in Pennsylvania ogni quattro anni. L’Europa rischia di rimanere un vaso di coccio tra vasi di ferro, vulnerabile alle pressioni internazionali. Troppi hanno interpretato Trump e il 2016 come un semplice incidente di percorso, attendendo il ritorno degli “adulti” alla guida del paese. Alla fine, parrebbe Biden la parentesi della Storia recente. Che la normalità sia ora dunque Trump? Adesso è tornato. E con lui un enorme carico d’incertezza. Ma come ammoniva Abraham Lincoln, che a differenza di Trump non sfuggì ai proiettili, «l’America non sarà mai distrutta dall’esterno. Se cadiamo e perdiamo le nostre libertà, sarà perché ci siamo distrutti da soli».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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