Tim Walz candidato vice di Harris, insulti da Trump

Tim Walz, governatore del Minnesota, non ha fatto neppure in tempo a fare la sua prima dichiarazione pubblica come candidato alla vicepresidenza con Kamala Harris, che Donald Trump l’ha subito attaccato definendolo un «liberal incompetente». Un signore di sessant’anni – che ne dimostra dieci di più – veterano della politica statunitense. Al vertice di uno Stato cruciale del Midwest per le prossime elezioni, Tim Walz è un ex docente di storia ed ex membro della Guardia nazionale. Ha servito al Congresso per una dozzina d’anni e non è sgradito alla sinistra del Partito Democratico, che si prepara alla convention del 19 agosto. Servirà a catturare il cosiddetto “voto bianco”, anche per il suo pragmatismo e moderatismo. Ma Tim Walz è candidato a sorpresa. I nomi in circolazione erano altri, tra cui Mark Kelly – senatore dell’Arizona – e Josh Shapiro, governatore della Pennsylvania. Con la scelta del candidato vicepresidente dem, il quadro è completo.

E la campagna può scaldarsi ulteriormente. Si delinea infatti uno scontro sempre più duro tra Harris e Trump. Sarà una caccia all’ultimo voto. I candidati – e con loro i rispettivi vice, J.D. Vance e Tim Walz, appunto – sono in marcia per tutti gli Stati Uniti a poco più di un’ottantina di giorni dal voto per galvanizzare la base e convincere gli indecisi. I commentatori politici (non repubblicani, tra l’altro), che fino a poco tempo fa criticavano Harris definendola “incapace” o “scadente” come vicepresidente, hanno fatto un’improvvisa inversione di marcia. L’imbarazzante coro di approvazione in alcuni casi sfiora pure l’adulazione. Nel frattempo, Joe Biden – scomparso dai riflettori – si sta preparando a concludere il mandato, cercando di sistemare le ultime questioni prima di passare potenzialmente il testimone alla sua vice. L’obiettivo del presidente in carica è quello di lasciare a Harris un contesto internazionale il più possibile stabilizzato. Gli scenari sono due.

Vittoria di Harris: in questo caso, vedendo premiata la continuità, Europa e Occidente nel complesso trarrebbero un sospiro di sollievo. La candidata non sembra voler apportare grandi cambiamenti a livello di postura internazionale. Si andrebbe verso un continuo supporto all’Ucraina e un impegno nella NATO come pilastro della sicurezza transatlantica. Tuttavia, il rischio di una presidenza Harris è che molti leader europei potrebbero cadere nella trappola di considerare scongiurata la “minaccia Trump”, dimenticando non solo i pericoli del suo approccio alla politica estera. Ma anche alcuni punti validi sollevati da “the Donald”, come l’imperativo di maggiori contributi dei governi europei (che tra l’altro tifano Harris) in seno all’alleanza atlantica. Scenario due: una vittoria di Trump porterebbe a cambiamenti destabilizzanti nello scacchiere internazionale. Con buona pace di chi – ancora: commentatori non repubblicani – credeva in una “moderazione” del post-Butler, Trump afferma che concluderebbe “in un giorno” la guerra in Ucraina.

Omette di dire: con concessioni significative alla Russia, a scapito dell’integrità territoriale ucraina. Ancora più preoccupante è il potenziale effetto galvanizzante che una presidenza Trump potrebbe avere su correnti antiliberali, antidemocratiche e antioccidentali a livello globale. Iran, Russia, Cina, Corea del Nord e vari gruppi jihadisti si sentirebbero incoraggiati in azioni contro l’Europa – percepita come vulnerabile. A livello domestico, Trump insulta e definisce “pazza” (o “laughing Kamala”) l’avversaria. Strizzando l’occhio ad una parte della base misogina quanto razzista, ha accusato Harris di manipolare la propria identità etnica per ottenere vantaggi politici. La solita strategia trumpiana: zero contenuti, tutto volto a minare la credibilità e la legittimità dell’oppositore. Vance ha persino affermato che il fatto che Walz e non Shapiro sia nel ticket è un esempio dell’antisemitismo del Partito Democratico – il marito di Harris, Douglass Emhoff, è ebreo.

Il tema dell’immigrazione è uno dei campi di battaglia principali che Trump ripete e ripeterà come un disco rotto, vaneggiando sul “muro” al confine con il Messico e l’intensificazione delle deportazioni di massa. I democratici, dal canto loro, cercano di spostare l’attenzione su questioni come il diritto all’aborto a livello federale. La strategia comunicativa in campo dem si è finalmente accesa. Per Tim Walz il duo Trump-Vance è “weird” (“strano”). Ma Harris dovrà affrontare il pubblico che per ora ha evitato. Dal passaggio di testimone da Biden non ha fatto né conferenze stampa né interviste. Sta sul palco a parlare per un quarto d’ora, mentre Trump dalle sei alle sette volte tanto. Il dibattito tv previsto per il 10 settembre su ABC News si preannuncia come da tradizione un momento cruciale della campagna. Ma Trump sta cercando di rinegoziare le condizioni del dibattito, esprimendo la preferenza per Fox News.

Questa mossa potrebbe essere interpretata come un segnale di preoccupazione del GOP. Specialmente alla luce dei sondaggi che mostrano un vantaggio per Harris. La frustrazione di Trump è palpabile nelle sue proteste su Truth, dove lamenta il cambio di strategia degli avversari dopo gli ingenti investimenti nella campagna anti-Biden. La strategia di Trump di dipingere Harris come falsa e opportunista ha sollevato preoccupazioni nel Partito Repubblicano. Alcuni esponenti temono che gli attacchi basati sull’identità etnica della candidata possano rivelarsi controproducenti. C’è una crescente pressione interna affinché Trump si concentri più su temi come l’economia e l’immigrazione. Tuttavia, Trump non intende abbandonare la sua retorica incendiaria. Secondo lui, Harris sarebbe stata cooptata da Barack Obama, presunto responsabile del defenestramento di Biden. Le significative fluttuazioni di mercato di inizio settimana hanno fornito nuovo materiale per la campagna trumpiana: ecco che i cali in borsa sono stati ribattezzati i “Kamala Crash”.

Questa narrativa basata si inserisce in una strategia più ampia volta a dipingere Harris come inadatta al ruolo presidenziale e potenzialmente dannosa per l’economia americana – tematica cruciale nella campagna elettorale. Questa tattica di Trump è volta a distogliere l’attenzione da discussioni sostanziali su politiche economiche concrete, trasformando il dibattito in una serie di accuse e contro-accuse che non contribuiscono alla comprensione delle reali sfide economiche che il paese dovrà affrontare nei prossimi anni. In questo clima di intenso confronto politico, emerge una dichiarazione di Jimmy Carter, già trentanovesimo presidente degli Stati Uniti. Prossimo al compimento dei cento anni il prossimo primo ottobre ha espresso il desiderio di vivere abbastanza a lungo per poter votare per Harris. Rimane il fatto che lo scontro tra Harris-Trump non è solo una competizione tra due visioni politiche divergenti. Ma rappresenta vero e proprio referendum sul futuro dell’America e sul suo ruolo nel mondo.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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