Si è tenuta lunedì scorso al chiuso, in quel Campidoglio che aveva ordinato di assaltare ai suoi ultras quattro anni or sono per impedire il passaggio democratico e pacifico di poteri che Donald Trump si è insediato come quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Una cerimonia analoga per via delle rigide temperature era toccata quarant’anni fa, quando Ronald Reagan giurò per il suo secondo mandato. «La mia vita è stata salvata da Dio affinché io faccia di nuovo grande l’America», ha affermato Trump alla Rotunda. Non una rivoluzione, dunque, ma una restaurazione del suo “buongoverno”. Al via, dunque, quella che il magnate definisce “età dell’oro”. Passaggio pacifico, sì, ma solo perché Trump ha vinto. Avesse perso, possiamo solo immaginare l’inferno che avrebbe scatenato. L’insediamento di Trump II è diverso dal primo: non deve più conquistare la capitale; è già sua. Il Partito Repubblicano è suo vassallo, il Partito Democratico è traumatizzato.
La seconda presidenza Trump è iniziata prima del 20 gennaio scorso, il giorno dell’investitura a Capitol Hill. Quello stesso Campidoglio dove pareva essersi arenata la sua avventura politica. Trump è tornato. E con lui tutta l’imprevedibilità che guida le sue mosse politiche. Anzitutto, con dichiarazioni fiammeggianti che già causano grattacapi ai governi di mezzo mondo. Nella prima raffica di ordini esecutivi Trump ha fatto uscire gli USA dall’Accordo di Parigi sul Clima e dalla Organizzazione Mondiale della Sanita (WHO). Ad inizio anno ha parlato di voler allungare le mani sulla Groenlandia e ristabilire la sovranità statunitense sul Canale di Panama. Mentre Justin Trudeau si dimetteva, su “Truth Social” il Canada passava sotto la bandiera a stelle e strisce, mentre il “Golfo del Messico” veniva ribattezzato “golfo d’America” – oggetto poi di un executive order. Annunciati investimenti da cento miliardi in IA e minacce sulle doppie imposizioni fiscali agli stranieri.
Trump, fresco peraltro del lancio di una criptovaluta personale, si è insediato in un momento in cui la disoccupazione, al 4,1 per cento, è tra le più basse del mondo occidentale. L’anno scorso sono stati creati 2,2 milioni di posti di lavoro. Insomma: gli Stati Uniti sono in forma. Con il ventisei per cento del Pil globale, come negli anni Novanta. Eppure, all’arringa domenica alla Capital One Arena di Washington, Trump ha parlato di quattro anni di declino. Ha conclamato l’impensabile. Cioè rendere Joe Biden non la normalità, ma una parentesi tra due presidenze Trump. Il quale è più forte di prima, nonostante i procedimenti giudiziari – tutti sospesi – e un GOP asservito a immagine del Trumpismo. Biden lascia la Casa Bianca con uno degli indici di gradimento più bassi della Storia del paese. Una media del 42,2 per cento, più alta solo del primo mandato di Trump, secondo Gallup.
Dopo Trump si aprirà la guerra nel partito per la successione ad un movimento con vocazione isolazionista, a tratti reazionaria, ultraconservatrice, che disprezza i diritti civili, che metterebbe a repentaglio l’aborto se non per motivi medici, che riempirebbe gli amici storici d’oltre Atlantico di dazi e costruirebbe muri per evitare l’afflusso di migranti (legali e illegali) da Sud. Dunque, sì a TikTok negli Stati Uniti – il grande grimaldello con cui il Partito Comunista Cinese raccoglie informazioni sui cittadini americani. Ma anche l’intestazione dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas e la promessa di risolvere la questione ucraina. Dunque, riscrittura della Storia del 6 gennaio con il pardon agli oltre mille assalitori al Congresso e la designazione dei cartelli messicani della droga come organizzazioni terroristiche. «Metteremo fine all’invasione dei nostri confini, ripristineremo la legge e l’ordine nelle nostre città e nelle nostre scuole allontanando le ideologie di sinistra», ha detto.
Trump ha poi promesso che vieterà che «l’esercito sia influenzato dall’ideologia woke». Terrà «gli uomini fuori dagli sport femminili». Quindi, restituirà la gestione dell’istruzione agli Stati. Non solo: rimuoverà i limiti per le trivellazioni offshore in territorio federale, abolirà il segreto su molti documenti federali inclusi quelli sugli omicidi di John F. Kennedy e Martin Luther King, ordinerà la costruzione di uno scudo Iron Dome. Il Paese sembra più allineato con la visione dell’“America First” di Trump rispetto al suo primo mandato. Le manifestazioni di protesta che nel 2017 avevano visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza si sono ridotte a poche migliaia. Perfino i Village People, icone LGBTQ+, hanno cambiato posizione, esibendosi con “YMCA” domenica a Washington. Il tema dell’“oligarchia” è concreto. L’influenza di Elon Musk non può essere ignorata – saluto romano a parte, ci si chiede quanto durerà l’idillio diarchico.
Alla Rotunda il gotha del big tech progressista – Mark Zuckerberg (Meta), Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) e Tim Cook (Apple) – si è già riconvertito a servire il nuovo Signore. I dem, intanto, si mangiano le mani. Non hanno fatto alcuna autocritica rispetto alla sconfitta di Kamala Harris. Che, col senno del poi, non aveva molte speranze di fronte al Trump show, tra proiettili schivati e sceneggiate nei McDonald’s. In preda all’estremismo giovanilista (Alexandria Ocasio-Cortez), antico (Bernie Sanders) ed accademico (Elizabeth Warren), i dem avevano trovato nell’anziano Biden il volto capace di fronteggiare il Trumpismo. Ma al momento non ci sono figure in grado di raccogliere il testimone del presidente uscente, vittima dei suoi errori d’inizio (il ritiro dall’Afghanistan) e di fine mandato (la grazia al figlio Hunter Biden). La sua presidenza si salva per gli aiuti all’Ucraina, gli investimenti nelle infrastrutture, la riduzione dell’inflazione e l’impegno per contrastare Pechino.
Un’eredità che Trump ha già iniziato a smantellare facendo pressione sulla NATO, promettendo dazi a tutto spiano, probabilmente abbandonando di Kyiv e Taiwan. Non ci si illuda: chi crede alla moderazione di Trump, chi vede un Trump umano (a socializzare con Barack Obama ai funerali di Jimmy Carter) ha capito poco del 6 gennaio 2021 e dell’uomo che gronda disprezzo per le istituzioni repubblicane. Peraltro, durante il giuramento Trump non ha giurato sulla Bibbia rivelando se non altro la sua coerenza: prima di tutto c’è lui stesso. Donald Trump non farà prigionieri – per questo Biden ha concesso qualche ora prima di lasciare la Casa Bianca uno scudo per Anthony Fauci, Mark Milley, Liz Cheney e Adam Kinzinger temendo vendette. Trump farà Trump. I pessimisti dicono che sarà peggio della scorsa volta, se non altro per il fatto che “America First” indebolisce l’America nei valori e nei fora internazionali.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
