Bernard-Henri Lévy elogia gli ucraini e attacca Putin

Bisogna riconoscere a Bernard-Henri Lévy – in libreria con Dunque, la guerra (La nave di Teseo 2023) – il merito di aver avvertito sin dal 2004 sui pericoli dell’imperialismo russo e della guerra in Ucraina. L’autore aveva capito che Kiev sarebbe stata la nuova frontiera decisiva per l’Europa. In questo volume sono raccolti interventi e interviste, saggi e articoli del filosofo sull’Ucraina. Si inizia dalla fine, dall’oggi: oltre un anno di guerra. «Un anno anche di resistenza, eroismo, grandezza omerica […]. 365 volte 24 ore di paura, di odi incandescenti, di assassini a sangue freddo, di bambini spaventati, di innocenza perduta per sempre, di donne che vivono nelle cantine […], di corpi distrutti, di anime morenti». Cedere alla Russia sarebbe stato più facile per gli ucraini, che invece hanno deciso di restare liberi ad un prezzo molto alto. Bernard-Henri Lévy definisce Vladimir Putin un terrorista.

Non ha cambiato opinione negli anni. Cedendo a Putin, sostiene, si rafforzerebbe Mosca. Già in un intervento nei primi anni Duemila con André Glucksmann supplicava l’UE di accogliere sia l’Ucraina che la Georgia. Auspicava che l’Ucraina entrasse nella NATO. Studenti, operai e contadini che nel 2004 invasero le strade di Kiev e Tbilisi cantavano gli inni europei, con bandiere inglesi, americane, francesi – disarmati e pacifici. I degni eredi di Václav Havel e di Lech Wałęsa, li definisce BHL. I manifestanti pacifici potevano piegarsi a Putin, nel suo disegno imperialista di ricostruire una vasta aerea di influenza russa, ma hanno resistito. «L’Ucraina rappresenta, per l’Europa senz’anima di oggi, un’opportunità imperdibile» (2013). L’autore si è recato personalmente più volte in Ucraina. Fece a Kiev anche un discorso durante i giorni dell’Euro Maidan. Ricordò l’Holodomor, la strage di Babij Jar, la «Shoah a colpi di mitraglia».

Invocava l’accoglienza di Kiev nell’Europa dei popoli liberi e democratici. Un’Europa prima della guerra, guardava l’Ucraina dall’alto in basso. L’autore invece auspicava «non l’Europa dei contabili, bensì l’Europa dei valori. Non l’Europa dei burocrati, bensì l’Europa dello spirito. Non l’Europa stanca di se stessa […], bensì l’Europa ardente, fervente, eroica […]. Voi ci date una lezione di Europa. […] Ci fate ricordare quale meraviglia l’Europa possa essere qualora la si liberi da quella che il filosofo tedesco antinazista Edmund Husserl chiamava la “cenere della grande stanchezza” […]. Voi incarnate il progetto europeo. Voi gli ridate un contenuto e un programma. […] Ecco perché penso che la vera Europa sia qui. […]. Ecco perché l’Ucraina non è uno Stato vassallo dell’impero russo». Euro Maidan era la piazza della Bastiglia, la piazza San Venceslao, la piazza di Tienanmen: la piazza della libertà contro ogni autocrazia.

In un altro intervento, l’autore scrive: «M’inchino davanti ai vostri morti. M’inchino davanti al vostro coraggio e vi dico, ora più che mai, “Benvenuti nella Casa comune”». Ricorda il caso del 1938 della Sudetenland e fa paragoni con la Crimea nel 2014. Ma l’appeasement l’Europa lo abbandonò nel 2022. L’Europa «deve farsi garante delle frontiere della vostra nazione e della libertà delle sue città». Non sarà facile, ma solo se l’UE accoglierà Kiev rinnoverà i propri valori di libertà, pace e democrazia. Nel 2014 Bernard-Henri Lévy sosteneva Petro Porošenko, il primo dalla crisi in Crimea a cercare una strada europeista da anteporre all’imperialismo putiniano. D’altronde, il progetto di Putin è chiaro dal 2014: indebolire e smantellare l’Europa per incrementare il peso del Cremlino a livello regionale.

Lo sosteneva anche l’autore, che nel 2015 affermava: Putin è «il responsabile del rischio di un conflitto con i paesi vicini […]. È Putin […] a […] inviare truppe per tentare di modificare con la forza, alla frontiera dell’Europa […]. È ancora e sempre Putin, sostenendo ostentatamente tutti i partiti razzisti e antisemiti del nostro continente, appoggiando o finanziando tutti i Podemos, i Syriza e i vari Fronti nazionali». Bernard-Henri Lévy incontrò Volodymyr Zelenskyj nel 2019, appena eletto. Ne ricavò una buona impressione. Pochi giorni dopo lo scoppio della guerra, il filosofo scrisse che «quest’uomo è l’immagine altra dell’Europa. È l’Europa dell’ironia e dell’intelligenza. È l’Europa che sorride e rifiuta l’oblio». Disse che era significativo che nel paese di Babij Jar era stato eletto un presidente ebreo. Dalla metà del volume, gli articoli più recenti. La titubanza della Francia e della Germania, l’allerta di Stati Uniti, Estonia e Polonia.

Bernard-Henri Lévy smonta i miti: Putin è un imperialista, prima di essere un nazionalista. Che addebita il crollo dell’URSS alle manovre occidentali, rispetto che ai fallimenti del suo sistema economico. La questione poi dell’espansione della NATO è una favola. L’Alleanza Atlantica non ha mai attaccato la Russia e anzi promosse nel 1994 un Partenariato per la Pace. La Russia venne invitata al Consiglio d’Europa e al G7. Nel 2002 si creò il Consiglio NATO-Russia e Barack Obama propose un reset delle relazioni. Sono anni che gli americani hanno limitato le armi sul territorio europeo. Oggi Bernard-Henri Lévy vede vicina la vittoria degli ucraini. «Quando Golia ha i piedi d’argilla e Davide è valoroso, la vittoria spetta a Davide. E arriva sempre il momento in cui le macchine del nulla e della morte si inceppano. L’Ucraina sta vincendo la guerra – e sta salvando, con se stessa, l’Europa».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su theWise Magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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