Ad Auschwitz, per un viaggio della vergogna

Il campo di concentramento di Auschwitz si trova ad un paio di chilometri dalla stazione ferroviaria del paese di Oświęcim, tra Katowice e Cracovia, in Polonia. Aperto nel 1940 per volontà di Heinrich Himmler, ad Auschwitz I sono transitate centinaia di migliaia di persone che nell’ex fortino hanno conosciuto il male assoluto. Il duro lavoro del campo, gli abusi, la fame e le malattie che qui regnavano con il terrore, plasmando il campo in una fabbrica dell’orrore. Fu dal 1942, tuttavia, che l’eliminazione dei prigionieri divenne metodo. Con le camere a gas e i crematori, ebrei, zingari, omosessuali e prigionieri di ogni sorta passavano per un percorso scientifico di sterminio. Un sistema oliato e curato nel minimo dettaglio, progettato per infliggere il massimo della sofferenza. Auschwitz invita a riflettere e a portarsi con sé più che delle risposte tante domande ma, soprattutto, la certezza di non avere certezze.

La certezza distrugge le persone: i nazisti erano certi; erano convinti. Sapevano. Per le dimensioni colossali delle perdite umane, Auschwitz invita i visitatori, o meglio i pellegrini – Auschwitz è un luogo sacro – a riflettere sul passato e a coltivare la memoria. Quello nell’universo concentrazionario è un viaggio nella fabbrica della morte. Il campo di concentramento e sterminio è un enorme cimitero senza tombe. Il Nazionalsocialismo trovò qui e in altri campi il compimento delle proprie politiche razziste. Auschwitz fu il risultato delle politiche collettiviste. Dal 1942 il sito dello sterminio prediletto avveniva ad Auschwitz II, nel campo di Birkenau, raggiungibile tramite un servizio di navetta. Per accedere al campo storico occorre passare il reparto della security come in aeroporto. La scritta sul cancello d’entrata “Arbeit macht frei” – “Il lavoro rende liberi” – voluta dal comandante ad Auschwitz Rudolf Höss, separava la vita e la morte.

Il campo di Auschwitz I è protetto dal filo spinato e torrette; ed è suddiviso a blocchi che costituiscono una città satellite di Oświęcim. I nazisti ritennero questo luogo adatto alle esigenze concentrazionarie dopo l’occupazione della Polonia. Il campo di Dachau, il primo aperto in Baviera nel 1933, doveva fornire le linee guida. Oświęcim non era lontano dalla Vistola; era un sito di carbone e minerali, uno snodo importante a livello ferroviario. All’inizio doveva segregare solo i prigionieri politici. Il 14 giugno 1940 arrivò il primo contingente di prigionieri destinati al lavoro duro. L’edificio d’ingresso sulla sinistra prima del cancello ospitava gli uffici delle SS; poco lontano, le cucine. Il campo doveva ospitare originariamente diecimila prigionieri. Si arrivò presto a trentamila e ne risultò un’espansione del campo. Lo stesso campo di sterminio di Birkenau, da 170 ettari, era in predicato di espandersi ancora nel 1944.

Sin dall’inizio della guerra le condizioni igieniche erano terribili, tra pidocchi e lavoro duro, tifo e fame. Dal 1942 Auschwitz ampliò le sue funzioni: da campo di concentramento diventò il centro dello sterminio. A Birkenau i prigionieri arrivavano e venivano selezionati da un gesto di mano dell’addetto: abili o inabili al lavoro. Dal 1942, l’ottanta per cento dei prigionieri che giungeva ad Auschwitz II aveva meno di un’ora di vita prima di passare per il camino. Un’ora di vita: il tempo di arrivare alle docce, spogliarsi. Soffocare. Nel 1942 il campo si ampliò verso un terzo sito. Buna-Monowitz, oggi distrutto, ospitava la IG Farben Industrie. Qui lavorarono anche Primo Levi, Elie Wiesel e Denis Avey. Il complesso di Auschwitz aveva quarantacinque sottocampi, con estensione fino a Brno. Quando iniziò a girare la voce sui campi, Himmler diede l’ordine di disseppellire oltre centomila cadaveri e di bruciarli nel novembre 1942.

A fare il lavoro sporco, così come ad estrarre i morti dalle camere a gas per passarli nel crematorio, non erano le SS, ma il Sonderkommando. I kapò, prigionieri che avevano qualche privilegio in più rispetto agli ordinari compagni. Quando si giunge nel cuore di Auschwitz I si possono visitare una ad una le caserme storiche a due piani; oggi siti del museo. Nella prima, sul muro d’ingresso, una frase di George Santayana; «chi non ricorda il passato è destinato a ripeterlo». Un monito per tutti e tutte le generazioni. Auschwitz è un luogo dove porsi delle domande. Di risposte, qui, ce ne sono poche. Giustificazioni nessuna. Non serve cercare e chiedersi dove fosse Dio. Occorrerebbe chiedersi dove fosse l’uomo – se questo è un uomo. Ad Auschwitz si viveva ammassati, peggio che gli animali. Il bilancio dell’Olocausto di ebrei ed altri innocenti è agghiacciante: è ricordato subito, nella prima caserma.

Solo ad Auschwitz sono stati uccisi 1.1 milioni di ebrei, 150.000 polacchi, 23.000 tra Rom e Sinti, 15.000 prigionieri di guerra. Per un totale di 1.5 milioni di persone. Auschwitz-Birkenau è stato il campo di sterminio che ha causato la maggior parte delle morti del sistema concentrazionario nazista, seguito poi da Treblinka, Bełżec, Sobibór, Chełmno, Majdanek. Una fabbrica della morte che contemplava l’oblio degli indesiderabili. Auschwitz è un cimitero e qui occorre comportarsi di conseguenza: non si fuma, non si mangia, non si beve. Si cammina in silenzio. E s’incontra la vergogna. La vergogna schiacciante dei “fellow human beings” che hanno macchiato la Storia dell’umanità del passato e del futuro. «Dobbiamo liberare la nazione tedesca dai polacchi, russi, ebrei e zingari», disse Otto Georg Thierack, ministro della Giustizia del Terzo Reich. «Gli ebrei sono una razza che va sterminata del tutto», disse Hans Frank, governatore del Governatorato Generale.

Per mano nazista perirono circa sei milioni di ebrei. All’interno della caserma numero 4, la prima che si visita nell’ambito del tour della memoria ad Auschwitz, c’è una mappa dell’Europa che illustra come la gran parte dei convogli del Continente fossero diretti ad Auschwitz. A gestire l’aspetto logistico, Adolf Eichmann che, con Reinhard Heydrich, fu l’architetto della Soluzione finale. Le deportazioni ad Auschwitz I iniziarono con i trionfi bellici dei nazisti e continuarono fino agli ultimi giorni della guerra. Ad Auschwitz nel 1940 arrivarono i prigionieri polacchi. Nel 1941 i prigionieri di guerra sovietici catturati nell’Operazione Barbarossa. Nel marzo 1942 moltissimi ebrei – a livello globale nel febbraio 1942 l’ottanta per cento degli ebrei della Shoah era vivo e il venti per cento era morto; un anno dopo le percentuali erano ribaltate. Un’urna simbolica con ceneri umane ricorda tutti gli assassinati.

Del milione di ebrei periti ad Auschwitz, 430mila venivano dall’Ungheria, 300mila dalla Polonia, 70mila dalla Francia, 60mila dai Paesi Bassi, 55mila dalla Grecia, 46 dalla Romania, 27mila dalla Slovacchia, 25mila dal Belgio, 23mila dall’Austria e dalla Germania, 10mila dalla Jugoslavia, oltre settemila dall’Italia e settecento dalla Norvegia. Nel blocco 4, una breve galleria di immagini storiche ripercorre la permanenza dei prigionieri ad Auschwitz. Dalle colonne sulla Judenrampe i Sonderkommando bruciavano i cadaveri all’aperto per via di occlusioni in crematorio. Neppure i bambini vennero risparmiati ad Auschwitz: erano nati colpevoli. Nati ebrei. Un milione e mezzo di bambini vennero trucidati. A Birkenau il burocrate nazista decideva con un gesto di mano se il prigioniero poteva vivere qualche settimana o morire immediatamente. Beni e bagagli delle vittime venivano confiscati ed erano gestiti dal Sonderkommando, che tra gli altri compiti aveva anche quello di estrarre i denti d’oro dalle vittime perite nel gas.

Gioielli e denaro delle vittime andavano inviati alla Reichsbank di Berlino. Al primo piano della caserma 4 di Auschwitz I, le prove dei crimini di guerra. Una parete protetta dal vetro è sorretta da barattoli di Zyklon-B, l’acido letale imprigionato in piccoli cristalli che alla temperatura di circa 25 gradi uccideva i prigionieri nelle camere a gas. Dai cinque ai sette chilogrammi di veleno uccidevano 1500 persone. Soffocamento immediato: strumento prediletto per un luogo di non ritorno. Un processo di gassificazione annientava fino a 1700 persone. Un’altra sala ospita un campione di capelli femminili appartenuti a 45mila donne. Questi venivano inviati ad aziende tedesche per fare tessuti e calzini per la marina in sacchi marchiati con la scritta KL-AU, Konzentrazionslager Auschwitz. L’intero sistema di imprese asservite al regime nazista usava i resti umani per fare commercio e portare avanti la follia della guerra. Del corpo delle vittime, nulla andava sprecato.

Tutti i beni confiscati dalle SS ai prigionieri erano progressivamente rispediti in Germania e distribuiti agli “ariani” più indigenti tramite la benevolenza dello Stato che si assicurava anche così la fedeltà dei cittadini. La caserma 5 testimonia altre atrocità. Ad Auschwitz non c’è abbondanza di cimeli o reperti, ma un campione di ogni crimine commesso o oggetti simbolici. Auschwitz non vuole impressionare: il vuoto e il minimo, talvolta, dicono più del molto e del pieno. Esposti in questa caserma, gli occhiali dei prigionieri e le protesi, poi riciclate per soldati tedeschi al fronte. Un’altra stanza ospita una vasca con pentole e padelle di tutti i colori. I prigionieri le portavano con sé. Non sapevano dove sarebbero stati deportati. Dunque, gli utensili elementari per cucinare potevano essere necessari. Non sapevano che l’alimentazione ad Auschwitz era una pratica deliberatamente semi-soppressa.

I prigionieri portavano con sé pezzi interi della loro economia domestica con la speranza di stabilizzarsi dopo un percorso di disumana discriminazione nelle città – dalla stella gialla per gli ebrei alle leggi razziali. Ad Auschwitz sono stati uccisi oltre 230mila bambini. 650 sono sopravvissuti. Non parlavano più la loro lingua: parlavano la lingua del campo, che radunava oltre una trentina di lingue. Ma tutti erano subordinati al tedesco. Chi non capiva, veniva sottoposto a botte, percosse e torture. Circa 800 sono nati ad Auschwitz. Le scarpe dei bambini sono esposte con le valigie delle vittime. Calzature di tutti i colori, di tutti le stagioni e di tutti i ceti sociali. Servono per camminare nell’incertezza e nella disperazione. Tra cadaveri. Appena arrivati ad Auschwitz i prigionieri indossavano zoccoli che impedivano loro grossi movimenti ed infettavano le fiacche. Alla baracca 6 il meccanismo della registrazione dei prigionieri.

All’inizio i prigionieri venivano fotografati. Tuttavia, causa il deperimento fisico, erano presto irriconoscibili e dunque le foto non rappresentavano più un’immagine fedele. Occorreva un altro metodo. Il tatuaggio sull’avambraccio fu una peculiarità di Auschwitz – una pratica non adottata in altri campi. I prigionieri dovevano imparare il loro numero a memoria in tedesco. Tuttavia, anche il marchio indelebile sulla pelle venne abbandonato relativamente presto, dal momento che dal 1942 molti prigionieri passavano dal vagone del treno di Birkenau alla fila per le docce ad acido prussico. Anche i bambini venivano marchiati: se il braccio fosse stato troppo minuto, il tatuaggio sarebbe stato inciso sulla coscia. In questa caserma ci sono anche lunghi corridoi con foto dei prigionieri. Quadretti con donne e sinistra, quelli con uomini a destra. Sguardi persi, intimoriti. Molti sono giovani, perché parecchi anziani non sono sopravvissuti al calvario su rotaie per arrivare ad Auschwitz.

Ai bambini spettava anche un destino crudele nelle stanze di Josef Mengele, Carl Clauberg e Horst Schumann. Ad Auschwitz, senza anestesia, ma con crudeltà e sadismo, diversi ultra-minori vennero sottoposti ad esperimenti eugenetici atroci, sterilizzazioni e torture perverse. Gli esseri umani ad Auschwitz venivano usati come cavie. E non per il progresso medico-antropologico: la scusa della ricerca genetica della razza superiore costò la vita a migliaia di innocenti che perirono sotto i ferri dei cosiddetti dottori, in studi privi di fondamento scientifico sul nanismo e il gigantismo. Mengele era ossessionato dai gemelli. Li cercava, al loro arrivo al campo come un tesoro. Il blocco 10 ospitava le camere bianche dell’orrore. Ad Auschwitz i prigionieri erano “Stücken”, pezzi. Non umani. Lavoravano fino a dodici ore, con meno di mille calorie – il fabbisogno è fissato a circa 2500 al giorno. Una zuppa annacquata a pranzo e pane per cena.

Nella caserma 11 avvenivano i processi-farsa, fucilazioni e torture. Nella cella 28 si moriva per soffocamento. In questo stabilimento, tra il 3 e il 5 settembre 1941, 250 prigionieri politici polacchi e seicento prigionieri di guerra sovietici furono le cavie per testare lo Zyklon B. Alla cella numero 18 visse anche per breve tempo padre e poi San Massimiliano Maria Kolbe, che si offrì di morire al posto di un padre di famiglia. Al tribunale speciale lavoravano anche le SS. Si processava chi deteneva radio o era accusato di accuse infondate, strampalate. Nel blocco 11 alloggiavano anche i kapò. Nel cortile tra la caserma 10 e la 11 avvenivano le fucilazioni. Auschwitz era un luogo di silenzio, interrotto dalle urla dei prigionieri, i latrati dei cani e delle SS; e anche gli spari sui prigionieri. Altre caserme ospitano la storia dello sterminio paese per paese.

La caserma 14 ospita una sezione museale dell’ex Unione Sovietica. Qui sono anche esposti alcuni strumenti che i dottori usavano per torturare i prigionieri e una mostra sul processo di Norimberga. Nella caserma 13 il museo dei Rom e Sinti. I pannelli ricordano la storia di questo popolo disprezzato e considerato durante il Nazismo come quello ebraico e quello slavo. Le deportazioni dei cosiddetti zingari continuarono fino al 1944. 25mila venivano dalla Romania di Ion Antonescu. Le colonne di vetro al secondo piano della caserma ricordano i nomi delle vittime. Il blocco 21 ospitava gli ebrei olandesi. Si parla dai 107mila a 140mila ebrei assassinati in totale. Venivano spediti nel campo di Westerbork, poi a Sobibór. La giovane Anna Frank perì a Bergen Belsen; altri a Mauthausen e a Theresienstadt. Il blocco 20 ricorda le vittime di Francia e Belgio. Il 18 quelle dell’Ungheria. Il 17 ospita quelle d’Austria.

Qui sono esposti, come cimeli dei prigionieri, le riflessioni sui muri di Ceija Stojka e Jean Améry. La caserma 16 ospitava invece gli ebrei di Boemia e Moravia sulla destra e sulla sinistra quelli slovacchi, in continuità con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia. Una poesia del Nobel Jaroslav Seifert. La Repubblica Ceca non dimentica le atrocità commesse nel protettorato, non scorda il massacro di Lidice o il ghetto di Terezín, famoso per l’orchestra e i disegni dei bambini – alcuni dei quali sono esposti anche ad Auschwitz. La caserma 18 ricorda gli ebrei polacchi: metà dei sei milioni assassinati durante la guerra proveniva dalla Polonia. I blocchi 19 e 20 erano gli ospedali da campo. Anticamere del crematorio, dove le persone non venivano curate, ma solo giudicate abili a lavorare ulteriormente o no. Nemmeno l’infermeria non era un luogo di cura.

Dove capire chi avrebbe potuto sopravvivere e chi andava soppresso. In questo caso un’iniezione di fenolo al cuore metteva fine all’agonia dei prigionieri. Sul percorso sterrato fuori dalle caserme e verso il crematorio si può arrivare alla forca mobile: durante gli interminabili appelli. Qui venivano processati coloro che cercavano di fuggire da Auschwitz oltre il filo spinato e le torrette dove i cecchini facevano fuoco a vista. Ci sono stati novecento tentativi di fuga. Di questi 196 andarono a buon fine, tra cui quello di Witold Pilecki. La forca prima della camera a gas di Auschwitz I, l’unica del complesso ad essere intatta, è quella a cui venne appeso Höss nel 1947. Poco lontano la sua villetta, dove viveva con la famiglia. La camera a gas del campo storico rimase intatta perché poi trasformata come rifugio per le SS durante i bombardamenti alleati nel 1944.

Un tempo era il complesso di bunker dell’esercito polacco; poi venne forato con quattro buchi. Oggi si entra in questa camera oscura, fredda e grigia. Si fanno fotografie, ma qui vennero avvelenati a migliaia. La camera a gas, l’unica originale dei campi nazisti che si può visitare, è il tabernacolo del campo. La stanza adiacente ospita i forni crematori. Le ceneri delle vittime venivano usate come antigelo per le strade del campo d’inverno e fertilizzante d’estate. Il totalitarismo divora anche l’anima delle persone: non si accontenta della lealtà degli individui, ma sottrae coscienze e vita. Conclusa la visita al campo storico, nel piazzale d’ingresso si prende la navetta che conduce al campo di sterminio di Birkenau (Auschwitz II). Dove lo sterminio divenne sistema. Dove la morte prendeva il sopravvento sulla vita. Il bus si ferma di fronte al cancello storico del campo.

Il villaggio polacco che ospitava il campo fu raso al suolo per celare la galassia concentrazionaria nazista. Un binario si stacca dalla ferrovia principale ed entra direttamente nel campo: venne creato appositamente come deviazione per sveltire il processo di uccisione dei prigionieri. Qui le vittime, se ancora vive, scendevano dopo giorni di viaggio nell’ignoto e venivano smistati. Il gesto della mano dell’SS – abile o inabile, ancora – dal 1942 divenne una sentenza di morte certa e senza appello. Da allora, l’ottanta per cento non ha mai visto le baracche del campo. Oggi rimangono solo le baracche in pietra. Quelle di legno sono state rase al suolo, dal momento che il legno marcisce con il tempo. Restano solo i camini delle baracche: i comignoli in pietra rossa, decine e decine, costituiscono l’ossatura della grande spianata. Ad Auschwitz II oltre trecento baracche.

Le betulle che delimitano il campo erano ulteriore fortezza per isolare il campo dal vicinato. A Birkenau i treni arrivano tutti i giorni tutto il giorno. All’epoca non c’era l’erba verde che sorge oggi. Solo una fanghiglia ghiacciata d’inverno e putrida d’estate. Le vasche d’acqua piovana nel campo non erano, come vuole qualche complottista ha fatto credere negli anni, il luogo per momenti ludici dei prigionieri in cui fare il bagno. Si trattava di riserve acquifere in caso di incendi nelle baracche. In fondo al campo, dove il binario si interrompe, ci sono ventitré lapidi in ventitré lingue diverse. Qui è dove sorgevano le camere a gas. E da qui si vedono anche, nell’ex campo di Monowitz (Auschwitz III), le due ciminiere della IG Farben Industrie. Sulla destra, dei corridoi sotterranei, delle trincee della morte, scoperti. Qui i prigionieri giungevano alle camere.

Una distesa di mattoni e detriti è oggi patrimonio dell’umanità: sono i detriti della macchina della morte. Il complesso ha lavorato fino all’ultimo; ed è stato distrutto dai nazisti in fuga il 20 gennaio 1945, una settimana prima dell’arrivo dell’Armata Rossa. Ancora nel 1944 i nazisti studiavano un metodo per raddoppiare il campo. Tutto doveva durare. Il Reich doveva essere millenario e, nonostante la guerra quasi perduta, i nazisti continuavano a tenere accesa la macchina della morte. Nelle baracche di Birkenau si moriva di freddo, tra vermi e pidocchi. I ratti attaccavano le persone smunte. Le vittime dormivano sulla paglia. Non c’erano servizi igienici: urine e feci colavano tra i piani delle baracche e causando odori fetidi, nonché le condizioni idonee per lo sviluppo di malattie. Anche le SS avevano paura di contrarre il tifo. Ma stavano lontane da queste baracche che erano gelate d’inverno e roventi d’estate.

Le stufe interne non funzionavano. L’ultimo appello a Birkenau fu il 17 gennaio 1945. 68mila persone erano ancora vive e vennero trascinate in Occidente nella lunga marcia della morte. Chi non camminava veniva fucilato. L’Armata Rossa trovò settemila persone, abbandonate nel campo. A Mauthausen l’annichilimento procedette fino al 5 maggio, tre giorni prima della fine della guerra in Europa. Auschwitz impone a tutti di ricordare. Di dubitare delle certezze e delle belle parole di chi promette irresponsabilità, risposte facili a problemi complessi, odio nei confronti del prossimo. A chi pensa che lo Stato sia il dispensatore di prebende per alcuni e di punizione per altri. A chi nella vendetta pensa di portare civiltà distruggendo civiltà, bruciare libri ed infine persone. Auschwitz è un cimitero, un museo, un monito. Un avvertimento. Può succedere, è successo. Dunque, potrà succedere ancora. La Storia non si ferma.

L’ordine liberale di pace e tolleranza è da difendere e proteggere dai nemici della società aperta. Il senso di vergogna che permea chi viene qui anche se nato generazioni dopo gli eventi è quasi lacerante. Ad Auschwitz non si prova paura, compassione, pietà o rabbia. Si prova vergogna per quello che è successo nella civilissima Europa. Dove molti hanno voltato la faccia e si sono affidati al terrore, alla sicurezza del terrore, all’indifferenza di fronte al terrore. Ad Auschwitz sono state annientate intere generazioni, storie, vite. Una frase del Talmud dice che salvare una vita equivale a salvare l’intera umanità. Tuttavia, è vero anche il contrario: chi uccide un individuo, uccide tutta l’umanità. Ad Auschwitz l’umanità è morta. Ad Auschwitz non ci sono risposte: chi ha capito, esce da questo ed altri campi della vergogna con dubbi e incertezze.

Domande. Ci si facciano domande: è importante per vivere e talvolta sopravvivere. Occorre visitare Auschwitz. Rendere omaggio nel luogo dove sono morti milioni di individui, prima che gruppo religioso o etnico. Di ritorno a casa, occorre riflettere, impostare un dibattito con famiglie e amici su quanto visto, imparato e testimoniato. Portare la Shoah ovunque. Ricordarla. Rafforzare l’unica certezza che si può avere: ovvero, quella di non averne. Non sono passati tanti anni da quando i forni crematori buttavano in cielo condense di carne e spirito. La macchina della morte e della vergogna di Auschwitz ci vede tutti coinvolti. Nessuno è esente dall’urgenza di ricordare. Auschwitz ci appartiene. Dio non è morto ad Auschwitz. L’uomo è morto ad Auschwitz. Non ha senso chiedersi dove fosse Dio. Ha senso chiedersi dove fosse l’uomo. Solo l’uomo può agire con responsabilità e libero arbitrio. Distinguere il bene dal male, la libertà dall’oppressione.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su AlterThink)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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