Operazione Anthropoid: miopia, coraggio e resistenza

L’operazione Anthropoid del 27 giugno 1942, il piano per assassinare il protettore di Boemia e Moravia e capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) Reinhard Heydrich, non fu un evento minore della Seconda Guerra Mondiale, ma è rivelatorio di come l’arroganza dell’invasore possa essere affetta da miopia e come il coraggio di pochi nel difendere il proprio paese sia cruciale nei duri momenti dell’occupazione. Il 26 giugno Heydrich aveva inaugurato il festival musicale di Praga – in realtà si trattava di una celebrazione delle opere composte dal padre, musicista mediocre. Dal settembre 1941 aveva sostituito il governatore dei territori cechi ed ex ministro degli Esteri Konstantin von Neurath. A Praga Heydrich si guadagnò il soprannome di “bestia bionda” e in breve tempo costruì una macchina di terrore e repressione della popolazione locale, ebrei su tutti.

Heydrich ebbe un ruolo di rilievo nel progettare la Soluzione finale, che culminò nella conferenza di Wannsee del gennaio 1942. Spietato e crudele, Heydrich non prese in considerazione possibili reazioni della popolazione locale contro l’occupazione. I motivi dell’operazione Anthropoid sono da cercare nel patriottismo dei cechi e del governo in esilio, nonché nella volontà di un’azione dimostrativa all’insegna dell’affermazione della propria libertà e indipendenza nazionale. Edvard Beneš voleva dare un contributo attivo allo sforzo bellico degli Alleati contro la Germania. Clandestinamente manteneva contatti con Praga, ma quando Heydrich arrivò nella capitale cecoslovacca la comunicazione fu semi-interrotta. L’operazione Anthropoid fu quindi progettata all’estero. Centosessanta i paracadutisti allenati dai britannici; solo due avrebbero poi ucciso Heydrich.

Nell’ottobre 1941 František Moravec, capo dell’intelligence cecoslovacca a Londra, scelse Jozef Gabčík e Karel Svoboda. Tuttavia, quest’ultimo ebbe un incidente e fu rimpiazzato da Jan Kubiš, amico di Gabčík. I due furono portati nella campagna inglese e poi paracadutati clandestinamente nel villaggio di Nehvizdy, a diciotto miglia ad Est di Praga. Arrivarono in città nel gennaio 1942. Si nascosero per mesi, ospitati da modeste famiglie di Žižkov e Dejvice, poi trucidate dai nazisti durante la rappresaglia contro i civili. Nel periodo pasquale, la famiglia Heydrich si stabilì a villa Panenské Břežany, già di proprietà di una famiglia ebraica. Da qui Heydrich partiva ogni mattina con l’autista in una Mercedes decapottabile per andare al Castello di Praga e svolgere le sue funzioni. Alle 10:30 del 27 maggio 1942, nei pressi di Holešovice, Gabčík e Kubiš intercettarono l’auto.

Il primo sbarrò la strada alla vettura. Aprì la giacca e cercò di fare fuoco con uno Sten, che si inceppò. Al posto di scappare, Heydrich ordinò all’autista di fermarsi. Una mossa fatale. Si alzò dal sedile, puntò la pistola verso Gabčík, ma anche questa non sparò. Dunque, Kubiš lanciò una granata progettata per disintegrare i carri armati in Nord Africa. La parte destra posteriore dell’auto destra fu danneggiata. Tutte le finestre dell’isolato si frantumarono per l’esplosione. Gabčík prese la bicicletta e scappò, Kubiš scomparve da un ponte sulla Moldava. Heydrich fu portato all’ospedale Bulovka: ore drammatiche ai vertici del Reich che stava perdendo uno dei suoi più efferati, zelanti e promettenti pezzi grossi. Il diaframma era spezzato e schegge della bomba avevano raggiunto la milza. La peritonite degenerò in setticemia. La penicillina lo avrebbe guarito.

Reinhard Heydrich morì il 4 giugno, otto giorni dopo l’attentato. L’operazione Anthropoid raggiunse l’obiettivo primario di eliminare il target. Heydrich aveva sempre rifiutato la scorta perché pensava che nessuno nel Protettorato avrebbe mai osato attentare alla sua vita. Una scorta che proteggesse il tedesco alto, autoritario e assertivo, spietato e risoluto avrebbe danneggiato il prestigio e l’immagine dell’ariano duro e puro. Il giorno dell’attentato Heydrich aveva ritardato la sua partenza per giocare con i figli. Gli esiti dell’operazione Anthropoid furono comunicati a Londra, ma nei territori cechi scatenarono una valanga di terrore. A mezzogiorno, Adolf Hitler in persona chiamò Karl Hermann Frank, vice di Heydrich, ordinandogli di trucidare all’istante diecimila civili cechi.

Il Reich garantì una ricompensa di un milione di marchi a chiunque avesse fornito informazioni sugli attentatori. Hitler promosse Frank Reichsprotektor, ma sempre il 27 maggio cambiò idea e scelse il capo della polizia locale Kurt Daluege, che dichiarò lo stato di emergenza. Costui sostituì Heydrich fino al 1943, quando per ricoprire l’incarico si scelse l’ex ministro degli Interni del Reich, Wilhelm Frick. La rappresaglia nazista dopo l’operazione fu tanto feroce quanto esemplare. Il villaggio di Lidice fu raso al suolo: 199 uomini assassinati e 195 donne portate a Ravensbrück. Il 7 giugno fu il giorno del funerale di Heydrich a Praga; il feretro sfilò sul Ponte Carlo. Heinrich Himmler parlò per l’occasione. Presente anche la vedova Heydrich, Lina von Osten, fanatica nazionalsocialista, incinta e accompagnata dai due figli. Emil Hácha, presidente di Boemia e Moravia, accusato di essere un collaborazionista, prese parte alla cerimonia.

L’anziano giurista chiese alla popolazione di cooperare con gli investigatori. Il 9 giugno a Berlino si tenne una cerimonia in onore di Heydrich. Una settimana dopo, Karel Čurda, compagno di Gabčík e Kubiš informò la Gestapo a proposito del nascondiglio dei due attentatori. Iniziò così l’attacco alla cripta della Chiesa di San Cirillo e Metodio a Praga, dove Gabčík e Kubiš si erano nascosti e perirono il 18 giugno. Čurda ottenne metà della ricompensa – cinque milioni di corone ceche. Rimase al soldo della Gestapo fino alla fine della guerra. L’operazione Anthropoid ricorda come l’invasore che sottomette i popoli, uccide, saccheggia, stupra e semina terrore non solo deve stare attento a controllare la propria arroganza, ma deve pure tenere conto del fatto che non tutti si piegano. Che gli eroi possono essere persone comuni. Che la resistenza e la battaglia per la libertà del proprio paese è un atto di coraggio.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su AlterThink)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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