Mao Zedong: pensiero, politica e rivoluzioni di un criminale

Sono quarantacinque anni dalla morte di Mao Zedong. Celebrando il primo luglio 2021 i cento anni del Partito Comunista Cinese, il suo successore al vertice della Repubblica Popolare, Xi Jinping, si è presentato in Piazza Tienanmen con la divisa grigia che richiamava al Grande Timoniere. Non era un caso. Dopo aver abolito il vincolo dei due mandati alla testa del Partito – riforma introdotta Deng Xiaoping per evitare i drammi dell’era maoista – l’aggressività della Cina in politica internazionale, la repressione delle minoranze turcofone nello Xinjiang e della piazza di Hong Kong, le mire verso Taiwan, la colonizzazione economica degli stati vicini, fanno pensare ad un ritorno all’autoritarismo cinese di stampo maoista. Naturalmente, la Cina di Mao e quella di Xi sono diverse. La prima era chiusissima, la seconda vuole addirittura insegnare il libero mercato all’Occidente per giustificare alcune pratiche predatorie commerciali.

D’altra parte, visto l’incremento della preoccupazione di molti in ambito internazionale nei confronti della postura assertiva cinese sui dossier geopolitici – tra cui le questioni nucleari, i rapporti con la Russia, le tensioni con il West – rispolverare il pensiero maoista alla luce della Cina di Xi potrebbe far apprezzare il modello liberaldemocratico occidentale. Come i suoi successori, Mao era un grande studioso di Sun Tzu, l’autore de L’arte della guerra. La sua dottrina politica era più allineata a quest’ultimo che a quella di Lenin, che comunque formò il primo Mao, tra gli anni Dieci e Venti del secolo scorso. I primi obiettivi della sua azione politica erano l’emancipazione cinese e la “Grande Armonia”, che doveva essere il frutto dell’esaltazione spirituale della politica. Mao Zedong era attratto dalla dimensione semi-religiosa del Comunismo. L’azione politica, secondo il Chairman, doveva essere basata sul concetto di eterna lotta e rimescolamento delle strutture sociali.

La lotta continua doveva essere il timbro della società comunista cinese. In ottica maoista, la rivoluzione doveva essere implementata prima a casa e poi all’estero. L’obiettivo della rivoluzione era il processo stesso di rivoluzione, che comportava la purificazione del popolo. Per Mao, la politica come un continuum era un male e doveva essere travolta da continue ondate rivoluzionarie nella società. Finita un’ondata ne doveva cominciare un’altra e al termine della stessa un’altra ancora. Sul fronte domestico, Mao proclamava che la rivoluzione dovesse essere continuamente rafforzata per esercitare un controllo totale sulla società. Rivoluzionare per distruggere. La rivoluzione da esportare era un obiettivo di lungo termine, da attuare solo dopo l’implementazione della rivoluzione in Cina.

Ai tempi di Mao, la Cina non aveva i mezzi per far fronte all’esportazione della rivoluzione. Oggi invece la Cina non esporta rivoluzione, ma beni di consumo. Ai tempi di Mao, c’era poi il “grande implementatore” del Comunismo mondiale: l’Unione Sovietica, che aveva il monopolio dell’export delle rivoluzioni socialiste. Secondo Henry Kissinger (On China), Mao Zedong ha generato molte contraddizioni. Il Grande Balzo in avanti del 1958 doveva fare raggiungere alla Cina il livello di sviluppo industriale dei paesi occidentali, ma portò invece alla carestia. Con la Rivoluzione Culturale del 1966, «una generazione di leader formati, professori, diplomatici ed esperti furono mandati nelle campagne a lavorare nelle fattorie […]. Alla fine, distruggere i suoi stessi discepoli diventò la vasta impresa di Mao.» Questo elemento, mischiato al concetto di rivoluzione permanente, diede origine ad un “Cronismo” – da Crono, che inghiottiva i suoi figli – teso a soddisfare gli appetiti del divoratore.

«La fede di Mao nel successo finale della sua rivoluzione continua aveva tre fonti: ideologia, tradizione e nazionalismo cinese. La più importante era la sua fede nella resilienza, nelle capacità e nella coesione del popolo cinese.» Mao riteneva che lanciando la Rivoluzione Culturale – di cui fu vittima anche la famiglia Xi – avrebbe smantellato l’infrastruttura tradizionale cinese corrotta e da lì sarebbe cresciuta nuova generazione in grado di portare avanti il suo pensiero. I governi locali vennero destituiti e il sistema scolastico devastato. Sempre per il concetto di rivoluzione permanente, la burocrazia comunista venne aggredita dalle nuove generazioni con il placet di Mao, che mentre invecchiava predicava il ricambio generazionale. Le shock therapy che Mao imponeva al PCC – e Xi ne ha condotte diverse dal 2013 con la scusa di voler sradicare la corruzione – erano cicli di rivoluzione cruenta tesa al ricambio burocratico.

Un folle processo per mettere giovani contro anziani, per il gusto di sovvertire continuamente la gerarchia intermedia del Partito-Stato e conservare il proprio potere, dando al contempo l’impressione di essere innovativi e riformisti. Con la Rivoluzione Culturale, responsabile di milioni di morti spesso dimenticati in Occidente, il rapporto genitori-figli venne messo in discussione. Poi il Chairman adocchiò le nuove generazioni degli anni Sessanta. Queste, dovevano fungere come veicoli dell’export dell’idea comunista cinese nel mondo. Erano i tempi in cui la Cina si apriva proprio su sollecitazione, tra gli altri, di Kissinger e Richard Nixon. Per Mao, la postura ostile a livello internazionale – acquietata dopo di lui – serviva per “difendersi” dagli attacchi esteri. Sebbene conservasse un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Cina agì in maniera isolata all’interno delle logiche della Guerra Fredda.

Era come congelata e, in questo senso, in antitesi rispetto all’oggi, quando Pechino corre in tutti i settori, dalla sanità al commercio, dalla tecnologia allo spazio. Decine e decine di milioni di morti nell’auto-genocidio cinese continuano a non essere giustificabili neppure agli occhi del moderno PCC, che non ne fa mai accenno. Tuttavia, Mao è tuttora venerato in Cina. Dal balcone dove Xi ha parlato il primo luglio 2021, il grande ritratto di Mao Zedong vegliava su Piazza Tienanmen. L’attuale presidente cinese si guarda bene dal menzionare i bilanci disastrosi del suo predecessore, ma sottolinea i grandi balzi sotto l’egida del PCC. Forse, chissà, la scelta di prendere le distanze dal e al contempo voler assomigliare al Grande Timoniere fa parte della grande strategia di rimescolamento. Costruire oggi e distruggere domani. E viceversa.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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