I sessant’anni dal Muro di Berlino e la fuga verso la libertà

La bugia di Walter Ulbricht – «non ci sarà alcun muro» (15 giugno 1961) – divenne una delle più celebri della Storia del Novecento. Fu così che venne edificato il Muro di Berlino, la notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, meno di due mesi dopo la dichiarazione del capo di Stato della RDT. La fortificazione di cemento che separava tedeschi dell’Est da quelli dell’Ovest. E venne eretta in tempi record per far fronte allo svuotamento della Germania orientale di milioni di persone, da anni in fuga verso l’Occidente. Fu la Germania socialista – che voleva tenere fuori le influenze “decadenti” ed “immorali” del capitalismo e le “aggressioni” dell’Ovest – a volere un muro. «Se alzi un muro pensa a cosa lasci fuori», disse Italo Calvino. E fuori, dalla Storia, dal circolo delle merci, dal respiro di una libertà imperfetta ad Occidente rimasero intere generazioni.

Dal 1949 al 1961 oltre tre milioni di cittadini dall’Est si spostarono ad Ovest, un quinto della popolazione della RDT. Il Muro doveva bloccare «un’emorragia umana, frutto di un anelito di libertà e benessere che la diceva lunga sulla popolarità del Comunismo», secondo Antonio Polito (Il Muro che cadde due volte). Il Muro di Berlino non fermò i lunghi incamminamenti verso l’Occidente e fu il simbolo della tirannia comunista. Le autorità della RDT inclusero anche una striscia della morte entro due blocchi di cemento. Sorvegliata ventiquattr’ore al giorno, fu il luogo dove morirono in molti, tra cui il giovane Peter Fechter. Il Muro fu contraddittorio, antieuropeo e antitedesco. Una coltre di ignoranza e violenza. Bastava nascere appena qualche centinaio di metri più in là rispetto alle torrette presidiate dai Vopos per vivere nell’artificialità e nella povertà del socialismo reale.

Mentre nel 1965 iniziava la costruzione della terza generazione del Muro, nello stesso anno la Germania dell’Ovest si affermava in Europa come il paese più ricco, industrializzato e produttivo. Sorvegliato dai cecchini della morte, il Muro era lungo oltre centocinquanta chilometri, altro oltre tre metri (in superficie, due sottoterra), contornato da un filo spinato di pari lunghezza. Disponeva di quarantamila stazioni, trecento torri. All’inizio, la barriera di confine era solo in filo spinato. L’obiettivo del muro? «Evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale», ha spiegato Viltor Suvorov (L’ombra della Vittoria). «Il Muro fu costantemente perfezionato e rinforzato, trasformato da un normale muro in un sistema insormontabile di ostacoli, trappole, segnali elaborati, bunker, torri di guardia, tetraedri anticarro e armi a sparo automatico che uccidevano i fuggitivi senza bisogno di intervento da parte delle guardie di confine.»

«Il Muro di Berlino sarà ancora in piedi fra cinquanta o cento anni», disse Erich Honecker, segretario del SED, presidente della RDT (1976-1989). A meno di sette mesi dal crollo del Muro, Erich Mielke, ministro per la Sicurezza della RDT, disse ai cecchini: «Se dovete sparare, fate in modo che la persona in questione non vada via ma rimanga con noi». I tedeschi dell’Est erano prigionieri oltre la grande muraglia, il cui crollo non avrebbe destato il consenso unanime. Il 28 novembre 1989, diversi intellettuali tedeschi firmarono il manifesto “Für unser Land”, in difesa dei valori della RDT. Tra i più noti, c’era Günter Grass, preoccupato dalla rinascita di un nuovo mastodonte germanico erede del Reich. Si aggiunse anche Jürgen Habermas, preoccupato dalla “colonizzazione” occidentale dell’Est.

Negli anni dell’esistenza del Muro, molti berlinesi erano galvanizzanti dalle visite dei leader stranieri sotto il simbolo al termine di Unter den Linden. John Fitzgerald Kennedy – «Ich bin ein Berliner» – lanciò una tradizione poi accolta dai suoi successori alla Casa Bianca. E cioè mostrare solidarietà al popolo della RDT. Nel 1987, con il Cancelliere della RFT Helmut Kohl al suo fianco, Ronald Reagan ordinò a Mikhail Gorbaciov di abbattere il muro fisico a Berlino e quello ideologico del Comunismo. Incalzato da Riccardo Ehrman dell’ANSA a Berlino, Günter Schabowski annunciò la decisione immediata di aprire i posti di blocco. Picconi e scalpelli fecero poi la Storia e smantellarono il Muro della vergogna. Le frontiere tra le due Germanie si aprirono il 9 novembre 1989. Era la “notte delle meraviglie”, che pose fine alle bugie oltre al Muro, edificato trent’anni prima in una notte estiva.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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