Ruolo e critica dello Stato di Don Luigi Sturzo

Sono pochi i sacerdoti che si interessano attivamente di politica. Ancora meno quelli che prendono posizioni indipendenti rispetto ad ogni potere o censura curiale. Don Luigi Sturzo faceva parte di questa seconda categoria. Le sue opinioni contro la degenerazione di una certa classe politica in Italia, nonché di un certo Stato, non possono che annoverarlo a cavallo tra la scuola democristiana e quella liberale. La sua esperienza di osservatore dall’estero, al riparo dal Fascismo, lo rafforzò nelle sue convinzioni circa la necessità di uno Stato e di una società responsabili di fronte agli eventi traumatici della Storia. Uno Stato che non intervenisse troppo nella vita degli individui e nella regolazione dell’economia. Uno Stato non clientelare era lo Stato-modello di Don Sturzo.

Egli partì proprio dall’esperienza in America per sviluppare i cardini del suo pensiero non-populista. «La tradizione dell’amministrazione fascista con tutta la sua sovrastruttura del funzionalismo […] aveva creato una fungaia di enti statali, parastatali, comitati e commissioni», scrisse su La Stampa (13 giugno 1950). Il male di uno Stato corrotto, appesantito dalla distribuzione di favori e prebende non venne acquietato sotto il Fascismo. Esplose proprio negli anni della dittatura e si traghettò in forma repubblicana dopo la Guerra. Lo Stato prefascista accusato di corruzione e instabilità, sotto il Fascismo trovò la stabilità grazie alla corruzione.

Non stupisce che l’uso dell’“assunzionismo” di Stato per accaparrarsi consenso popolare sia stato un tratto distintivo della Repubblica sin dalla sua fondazione. Prova di questo fu che quando Sturzo tornò in Italia nel 1946, lo statalismo era ben presente nella Pubblica Amministrazione. «Dopo 22 anni di assenza, nel mio laborioso adattamento mentale […], non posso sopportare l’aria greve soffocante dello statalismo» (Il Popolo, 19 gennaio 1947). Questa, «una triste eredità che ci viene […] dal periodo dell’unificazione, ma […] intensificata nel periodo fascista e che ora incombe su tutti come una necessità fatale.» Si noti che per Sturzo lo Stato in sé non è un nemico; è nemico se diventa un mostro repressivo e totalitario, corrotto e inefficiente.

Per questa ragione, Don Sturzo non amava lo “Stato imprenditore”. Denunciò sempre le opportunità corruttive del pubblico, laddove questi entrasse nell’economia privata e nella regolazione delle preferenze individuali. «C’è tanta corruzione in giro, ci sono tanti appetiti a danno dello Stato che non si ha più il senso della misura» (L’Italia, 3 novembre 1946). Secondo Sturzo, lo Stato deve avere il senso della misura. Deve essere limitato per definizione, onde evitare da una parte un’invasione illegittima nella vita individuale e dall’altra le occasioni di corruttela varia. Il sacerdote di Caltagirone lamentava un “accentramento inverosimile” in un paese dove lo statalismo era diventato una mania.

«Lo Stato getta milioni e miliardi dalla finestra nella demagogia, che è penetrato nelle ossa dai politicanti italiani. Nel vortice dell’accentramento e della statizzazione si perde il senso della realtà» (Il Popolo, 19 gennaio 1947). Si notino le date degli articoli. È dall’inizio dell’era repubblicana che il cosiddetto concetto della spending review è necessario in un paese che d’altra parte, al momento di riscuotere i tributi, è assai meticoloso. Non stupisce la critica (liberale) del dc Don Sturzo all’espansionismo dello Stato e al declino della libertà individuale. La presenza di uno Stato oppressivo, benché supportato da milioni di individui che sotto questi trovano rifugio, limita la libertà (economica e non solo) del singolo.

Il fondatore del Partito Popolare Italiano sottolineava l’importanza della responsabilità dei cittadini difronte ad uno Stato malabestia accumulatore. Il liberale è spesso inflessibile nei confronti di un comportamento opportunistico e talvolta criminale di molti all’interno dei gangli dello Stato. Il che non esclude che ci siano milioni di cittadini che al tempo stesso sono svantaggiati dall’estensione statale in ogni anfratto della vita sociale. «I cittadini sono le vittime allo stesso tempo dello statalismo e della partitocrazia. Lo Stato, che dovrebbe garantire la libertà individuale, la viola. Il partito, che dovrebbe “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 della costituzione) sopraffà lo Stato. Nel primo e nel secondo caso, il metodo democratico viene soppresso dal metodo dello strapotere.» (Il Giornale d’Italia, 9 aprile 1958).

Strapotere dello Stato vuol dire onnipotenza dello Stato. E quando lo Stato è onnipotente, l’individuo, il cittadino, scompare. Don Sturzo avvertiva il popolo italiano e la classe dirigente in merito alle degenerazioni legate all’uso smodato della spesa pubblica. «L’infezione statalista si è estesa nei partiti, nei sindacati negli enti pubblici. Come conseguenza il decadimento morale si estende nel paese. Il potere legittimo si confonde con quello illegittimo. I limiti morali e legali cedono. La libertà non è più garantita e l’arbitrio ne prende il posto» (ibid.) E quando lo Stato assume l’arbitrio assoluto senza contropoteri, senza un bilanciamento di vigilanza civile, la libertà dei singoli viene a meno. E le opportunità di degenerazione in malabestia si moltiplicano. Un’illegittima ingerenza dello Stato nella vita delle persone, l’acquisto del consenso tramite l’elargizione di favori e risorse dello Stato medesimo, sono un passo verso il totalitarismo.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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