Il concetto di nazione e il monopolio dei sovranisti

Il concetto di nazione non è di proprietà delle forze demagogico-populiste cosiddette sovraniste. Tuttavia, l’appropriazione talvolta violenta del termine da parte di queste non è una novità. Quello che è nuovo è la loro attitudine monopolistica al concetto. Pensando di promuovere il bene del loro paese – “America First” – essi affermano implicitamente che altre forze politiche non hanno a cuore né l’interesse nazionale, né il concetto di nazione. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incremento di consenso attorno alle forze populiste di destra e del loro intestarsi il concetto di nazione. Francesco Giavazzi (Corriere della Sera, 2 dicembre 2020) fornisce una spiegazione. «Quando un’economia non cresce l’invecchiamento della popolazione accelera […] cresce la resistenza al cambiamento perché senza prospettive di migliorare la propria situazione, senza riuscire a prefigurare un futuro, le persone si aggrappano a ciò che possiedono.»

La nazione è la dimensione sociale e politica di base e ancestrale dei cittadini, una solida garanzia. E il consolarsi nel cuore della patria di fronte alle sfide del presente e alle “invasioni” che minacciano il proprio benessere, è un riflesso comprensibile. I nazionalisti si appropriano del concetto di nazione e lo trasformano in una bandiera politica, eliminandone la dimensione di patrimonio comune e inclusivo. Il nazionalismo populista ha più aspetti in comune con quello degli anni Venti-Trenta del XX che con quello risorgimentale di metà Ottocento. Il concetto di nazione che il demagogo storpia a suo vantaggio, non ha nulla a che vedere con ideale illuministico di patriottismo dei secoli passati. «Il sovranismo distorce il concetto di sovranità di un paese», scrive Lino Terlizzi (Niente paura) «e lo fa diventare un richiamo al nazionalismo, alla chiusura politica nazionale e spesso anche economica, con evidenti effetti di ritorno al protezionismo».

L’alterazione del concetto di nazione da parte dei populisti viene monopolizzato da questi a proprio piacere e interpretato come il diritto – e talvolta il dovere – di assoggettare gli altri per elevare se stessi. I demagoghi sovranisti sfruttano il concetto di nazione e se ne arrogano la proprietà esclusiva: nessuno può dirsi più nazionalista di loro e solo il loro nazionalismo è positivo. Essi promettono di riportare indietro l’orologio della Storia, rifacendosi alla garanzia di ancestrale benessere: la nazione; da mettere in contrapposizione con il mondo globale. Già bersagliati da talvolta sciocche accuse di bieco razzismo, i nazionalisti-populisti non rendono la cosa esplicita, ma de facto implicitamente legano l’appartenenza nazionale alla superiorità psico-intellettiva di un intero popolo.

I nazionalisti, notava Elie Kedourie in Nationalism del 1960, «hanno cercato di dimostrare che le nazioni rappresentano le suddivisioni ovvie e naturali della razza umana, appellandosi alla storia, all’antropologia, alla linguistica. Ma l’impresa è fallita giacché […] non vi sono seri motivi di credere che le genti che parlano una stessa lingua o appartengano alla medesima razza debbano, solo per questo motivo, avere titolo a uno Stato che sia esclusivamente loro.» Non solo i leader sovranisti s’intestano un concetto di nazione che non appartiene loro, ma si fanno padroni dell’antropologia. Definendo il loro concetto di nazione e chi debba risiederci e non, suggeriscono che ci sia una differenza quasi socio-genetica, tra chi è dentro e chi è fuori. Chi si intesta il concetto di nazione e lo lega all’identità di un intero popolo non solo dimostra una mentalità collettivista, ma pure la necessità di disporre di un capro espiatorio. Ossia, chiunque sia “contro” la nazione.

«Chi ha buone capacità di assimilazione finisce per essere un guastatore di identità», scrivono Ivan Krastev e Stephen Holmes (La rivolta antiliberale): sono dunque queste le figure da attaccare, in ottica populista-sovranista. In particolare, a finire sul banco degli imputati nel tribunale della nazione suprema sono il liberalismo e la società aperta nel loro complesso. Indifferenti all’identità dei popoli, ai confini nazionali, alle barriere, i liberali sono il nemico perfetto per i nazionalisti. Essi «non si lasciano scalfire dall’immigrazione perché separano la cittadinanza dall’origine etnica e sostituiscono gli ideale di giustizia sostanziale e bene pubblico con nazioni insulse e astratte di giustizia procedurale, stato di diritto e utilità individuale.»

Il liberalismo viene visto dai nazionalisti come un pericoloso agente di sostituzione etnica in due sensi: da una parte e il liberalismo che fa scappare i giovani talentuosi perché attirati dai capitali globali, dall’altro è sempre il liberalismo che spalanca le porte agli immigrati. Con l’intenzione di creare sempre dei gruppi – sottintendendo il principio che il proprio sia migliore e superiore rispetto agli altri – chi si intesta il concetto di nazione scivola inevitabilmente nel tribalismo. Come spiega Yuval Noah Harari (21 lezioni per il XXI secolo), «gli uomini sono naturalmente portati alla lealtà verso piccoli gruppi come una tribù, […] o un’azienda famigliare, ma non è affatto naturale per loro trovare lealtà per milioni di perfetti estranei.» Inoltre, «nei secoli passati le identità nazionali si formarono per consentire di governare problemi e cogliere opportunità che erano ben al di là della portata delle singole tribù locali.»

Il benessere che i populisti-sovranisti dicono di voler difendere rafforzando il loro concetto di nazione si difende con l’apertura – non la chiusura – al mondo. «La vera sovranità democratica non si difende solo con le frontiere e le forze armate, bensì […] con gli accordi politici ed economici con gli altri paesi, con il dialogo internazionale», scrive Terlizzi. Complici i disastri dell’ultima crisi economico-finanziaria, il nazionalismo è tornato di moda, così come l’appropriazione monopolistica di un concetto – quello di nazione – in realtà neutro e non negativo, ma rielaborato da alcuni demagoghi in funzione polarizzante. Naturalmente, il problema non è che il mondo sia composto da nazioni ed etnie diverse. Il problema è pensare che senza cooperazione internazionale ci possa essere più benessere per l’individuo e che una nazione sia meglio dell’altra e di riflesso tutto il suo popolo sia superiore.

Conferma Harari: «È un errore pericoloso credere che senza nazionalismo vivremo in un paradiso liberale. Probabilmente vivremmo in un caos tribale. Paesi pacifici, prosperi liberali come la Svezia, la Germania la Svizzera godono tutti di una forte sentimento nazionalista […] Il problema nasce quando il patriottismo benevolo si trasforma in sciovinistico ultranazionalismo. Invece di credere che la mia nazione sia unica – che è vero per tutte le nazioni – potrei scivolare nella presunzione che la mia nazione sia superiore, che le si debba lealtà assoluta […] Questo è terreno fertile per le innesco di conflitti violenti.» D’altronde, i nazionalisti di ieri e quelli di oggi, non sono estranei al concetto di violenza.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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