Lib-lab, quando Craxi irruppe al Giornale di Montanelli

Nonostante in Italia media e politica si nutrano l’uno dell’altro, non è scritto da nessuna parte che un direttore di giornale debba per forza andare d’accordo con un capo politico. Certo, le battaglie a livello personale tra un direttore di quotidiano e un leader politico appartengano più alla cosiddetta Seconda Repubblica, ma anche nella Prima c’erano storielle di “amore-odio” tra le due categorie. Coerentemente con i loro punti di vista sulla politica che avevano abbracciato – liberal-conservatrice il primo, Socialismo riformista il secondo – Indro Montanelli e Bettino Craxi non si piacevano. Senza essere mai arrivato al vero e proprio astio provato da Eugenio Scalfari nei confronti del leader socialista, a Montanelli “il Cinghialone” non stava particolarmente simpatico. Lo riteneva arrogante, ma non si avventurava in improbabili e storicamente errati paragoni mussoliniani. Senza mai definirlo un farabutto, il direttore del Giornale non aveva mai esitato a dipingerlo come un “guappo”.

Un lestofante politico: molto abile e molto furbo. Intelligente e pronto a tutto. Montanelli riconosceva a Craxi una certa spregiudicatezza nel far lievitare il consenso popolare attorno ad un settore di nicchia, compresso tra le due chiese (DC e PCI). Apprezzava il tentativo di autonomismo su modello francese che Craxi aveva scelto nei confronti del Partito Comunista. Vedeva di buon occhio il fatto che Craxi volesse emanciparsi dalla sudditanza psicologica del PSI nei confronti del PCI. Come poi ottenere quella sorta di indipendenza era un’altra faccenda. Allo scoppio di Mani Pulite, Montanelli e il Giornale non hanno risparmiato aspri attacchi nei confronti di chi più di tutti sembrava il grande colpevole della marcescenza della cosa pubblica. A Montanelli l’uomo “politico” Craxi non piaceva, ma se a Repubblica il leader socialista provocava disgusto, il Giornale era più mite sul capo dei socialisti italiani.

Il principe del giornalismo italiano feriva con eleganza e sobrietà. Combatteva le sue battaglie – nel mirino di Montanelli c’era più Ciriaco De Mita, che Craxi –, ma non si lanciava in lunghi pipponi contro l’“avversario” politico. Uno degli episodi fondamentali che contribuì ad inasprire i già difficili rapporti Montanelli-Craxi fu la fuoriuscita di Enzo Bettiza dal giornale di Via Negri. Secondo la vulgata, Craxi avrebbe esercitato un forte fascino nei confronti del giornalista spalatino. Il quale era convinto che nel nuovo Socialismo del garofano rosso potesse esserci spazio per posizioni più liberali. Non a caso lo stesso Bettiza si era avventurato in esperimenti liberaldemocratici, confluiti nel libro Lib/Lab, scritto con Ugo Intini. Bettiza era stato stregato dall’idea-miscuglio di Socialismo democratico e liberalismo sociale. In altri termini, di Socialismo liberale. La nuova prospettiva ideologica offerta (a parole) dal PSI craxiano era, secondo Bettiza, un misto di liberalismo e laburismo inglese.

Naturalmente, il PSI non si avvicinava minimamente né all’una né all’altra corrente ideologica. Era più Bettiza, forte della sua vasta ed eterogenea cultura a cavallo tra Est ed Ovest (tra galassia liberaldemocratica e galassia comunista) che si era illuso di mischiare due mondi inconciliabili. Da una parte, il liberalismo in Italia era ed è una dottrina politica praticamente sconosciuta. Dall’altra il laburismo inglese si scontrava con i drammi sociali di inflazione, stagnazione economica e disoccupazione. Montanelli non vedeva di buon occhio l’accoppiata lib-lab. Un miscuglio che non capiva e che, a suo avviso, non poteva avere futuro. E così fu. Sebbene Montanelli fosse aperto a contributi di diverse culture politiche sul suo giornale, non riteneva le istanze lib-lab nell’ordine dello spirito con cui era nata la sua creatura cartacea nel 1974. Bettiza, invece, voleva tentare l’avventura del Socialismo temperato. La sua ammirazione per Alexander Dubček s’inseriva in questo ragionamento.

Bettiza aveva intravisto la possibilità di creare artificialmente questo nuovo impasto politico nel PSI craxiano. Bettiza aveva sincera stima di Craxi. Il riformismo del segretario socialista lo convinceva, tanto è vero che dal 1989 al 1994 il “Barone” s’iscrisse al PSI, gettando nel cestino la tessera del Partito Liberale, dove era entrato quindici anni prima. Montanelli, che di tessere di partito non ne aveva, sapeva che le istanze liberal-conservatrici non attecchivano nella società italiana, da sempre avversa ai programmi liberali. La rottura tra Montanelli e Bettiza fu proprio su Craxi. Il pupillo di Pietro Nenni venne eletto solo come “tappabuchi” al vertice del PSI nel 1976. Nessuno avrebbe scommesso una Lira sull’omaccione milanese, in fin dei conti timido e di seconda-terza fila nell’organigramma del Socialismo italiano.

Bettiza decise di osservare le mosse politiche di Craxi, anche se alla politica interna Bettiza non prestò mai molta attenzione. Seppur indirettamente, fu Craxi a fungere da pomo della discordia tra il direttore e il condirettore del Giornale. Il leader psi aveva scritto un famoso articolo sull’Espresso nel 1978 a proposito di un Socialismo libertario. E fu allora che Bettiza cercò di convincere Montanelli a sostenere l’esperimento lib-lab, ma il direttore non ne voleva sapere. Non voleva mettersi al servizio di nessuno; cosa che avrebbe pagato in maniera durissima tra il 1993 e il 1994. Alla porta della caravella liberale di Via Negri, vennero messi assieme a Bettiza Francesco Damato e Pilade Del Buono. Loro che «avevano scambiato il Giornale per l’Avanti!», avrebbero commentato sarcasticamente alcuni ex colleghi.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Il Caffè)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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