Indro Montanelli: narratore e protagonista del Novecento

Indro Montanelli era nato centodieci anni fa, il 22 aprile del 1909 a Fucecchio. Il Novecento, il “suo” secolo, lo ha vissuto quasi per intero: lo ha respirato e narrato. Montanelli ha scritto di tutto e tutti, ma è altrettanto vero che di lui hanno scritto tutti e di tutto. Le biografie sul personaggio si sprecano. Oggetto di attenzione di professori, studenti, lettori o semplici curiosi che il nome di quell’alto signore lo hanno letto sui dorsi delle copertine dei libri scritti con Roberto Gervaso o Mario Cervi sullo scaffale di una biblioteca di casa. Maestro con pochi maestri, maestro di molti “maestri” di oggi. «Sono allievo di Montanelli», dicono alcuni suoi ex redattori. “19XX-19XX al Giornale di Indro Montanelli”, viene specificato sui CV da altri. «Il mio maestro Montanelli diceva», ricordano altri ancora quando devono giustificare certe posizioni più o meno scomode e anticonformiste.

Quelle che lui invece sosteneva convintamente. E per giunta negli anni Settanta dove il commento di un odierno leone da tastiera si trasformava in piombo nella tibia o nel femore da parte dei terroristi. Come ha scritto sul sito la Fondazione che porta il suo nome, Montanelli non era (e non è) un mantello sotto il quale coprirsi. Il carrierismo accostato al nome del Grande di Fucecchio è imperato prima e dopo la sua morte. Lo testimonia anche la letteratura sulla vita di Montanelli, che si spreca. Amato e odiato, osannato e detestato: è quello che succede a chi, come Montanelli, ha lasciato un’eredità culturale. È vero che ancora oggi si dice: «Mi ricordo che Montanelli ha detto …». Tuttavia, il messaggio di umiltà, di curioso e lucido esploratore del costume nazionale molti non l’hanno capito. Lui in compenso aveva capito perfettamente gli italiani. Irrimediabilmente uguali a se stessi.

Molti che volevano e vogliono diventare giornalisti hanno tentato di replicare il suo modo di scrivere, così semplice, ma articolato, profondo, vibrante. Montanelli ha scritto di tutto per più di settant’anni, fino al suo noto “auto-necrologio”. Ineguagliabile nel taglio sferzante delle parole, nell’ironia dei “Controcorrente”, nel dettaglio delle descrizioni sui personaggi che incontrava. Il mondo lo ha esplorato in lungo e in largo: i protagonisti del suo secolo li ha conosciuti tutti. Eccetto Mao Zedong e Stalin – «e forse è meglio non averli conosciuti». Poi premi, riconoscimenti, successo, fama. Alcuni suoi “ragazzi di bottega” hanno addirittura tentato di introitarne lo stile di scrittura, intrufolarsi nel suo studio di Via Negri a notte fonda anche solo per toccare la mitica Lettera 22 – azzurra con i suoi occhi – sulla scrivania. Un cassone metallico e profondamente novecentesco: l’Olivetti per cui era diventato famoso sin dagli anni Trenta nelle sue corrispondenze dall’Europa in guerra.

Certo, anche a lui la fama piaceva – di Montanelli spesso si dimentica la carriera in tv tra gli anni Cinquanta e Sessanta quando celebrava i mitici “Incontri”. Tuttavia, come ha detto Ferruccio de Bortoli, egli è stato «un grande italiano, orgoglioso di esserlo, ma sempre preoccupato di non farlo intendere». Nonno per tanti giovani cronisti, papà per i nonni di oggi. Montanelli non ha solo raccontato il passato e vissuto il presente. Ha visto anche il futuro: attualissima la sua previsione del destino dell’Italia e degli italiani. Nel ciclo d’interviste condotte da Alain Elkann, disse: «Io mi ricordo una definizione dell’Italia che mi dette in tempi lontanissimi un mio maestro e anche benefattore – un grande giornalista, Ugo Ojetti – il quale mi disse: “Ma tu non hai ancora capito! L’Italia è un paese di contemporanei. Senza antenati né posteri, perché senza memoria”».

E ancora: «Gli italiani sono i meglio qualificati ad entrare in un calderone multinazionale perché non hanno resistenze nazionali. Intanto hanno dei mestieri in cui sono insuperabili. Noi in Europa saremo senza dubbio i migliori sarti, i migliori calzolai, i migliori direttori d’albergo, i migliori cuochi: non c’è il minimo dubbio. Nei mestieri servili – voglio dirlo senza intonazioni spregiative – noi siamo imbattibili! Assolutamente imbattibili. Ma non lo siamo soltanto in quelli. L’individualità italiana si può benissimo affermare in tutti i campi anche scientifici. Io sono sicuro che gli scienziati italiani, i medici italiani, gli specialisti italiani, i chimici, i fisici italiani quando avranno a disposizione dei gabinetti europei veramente attrezzati, brilleranno. Gli italiani. L’Italia no. L’Italia non ci sarà.» L’Italia di oggi: l’Italia che «non c’è».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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