La voce soppressa e dimenticata dei cristiani in Siria

Sui cristiani in Siria Gian Micalessin, giornalista di guerra, oggi penna de il Giornale, non usa mezzi termini. Quello che sta avvenendo nel paese da un lustro abbondante nei confronti delle popolazioni cristiane sotto Bashar al-Assad è un tradimento. Chi ha abbandonato, ignorato, dunque sacrificato i cristiani in Siria? Micalessin dice l’Occidente. E aggiunge alla lista dei paesi dimenticati da Europa e Stati Uniti anche Iran, Siria, Iraq, Afghanistan, che ospitano diverse minoranze religiose. Nell’ambito di BookCity di Milano, Micalessin presenta il suo nuovo libro: Fratelli traditi. La tragedia dei cristiani in Siria. Cronaca di una persecuzione ignorata (Cairo). «La Siria» esordisce Micalessin, «non è un paese come gli altri: è il paese dove è nato il Cristianesimo», che dalla Galilea si è espanso prima a Nord, che ad Est.

«È sulla strada di Damasco che San Paolo si converte alla fede di Gesù Cristo». Il primo Papa portò la parola di Dio fino ad Antiochia, dove nacquero le prime chiese. «Solo dopo il Cristianesimo arriva in Europa». Da subito «il Cristianesimo stabilisce principi di tolleranza». Tolleranza che sembrerebbe mancare nei simil-califfati mediorientali. «In particolare», spiega Micalessin, «in Siria non sento la voce dei cristiani» che sono «scomparsi, non citati, dimenticati». E questo sin dal marzo 2011, quando iniziarono i primi scontri infuocati anche ad Aleppo e Damasco. Micalessin segue tutte le guerre, mediorientali e non solo, dal 1983. Ha seguito bene lo scoppio delle primavere arabe del 2011 e la caduta di Muʿammar Gheddafi in Libia e Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia.

Gli eventi di allora avevano ed hanno dei denominatori comuni, tra cui l’abbraccio all’Islam politico della Fratellanza Musulmana. «Che impone regole in qualsiasi campo di qualsiasi aspetto sociale, correlando il tutto dalla Sharia, ovvero la legge dell’Islam». E in molti in Europa hanno sperato in quelle primavere arabe. Finalmente ci sbarazziamo di quei dittatori sanguinari, si disse. Esportiamo la democrazia, si disse ancora, come se la lezione irachena di qualche anno prima non fosse abbastanza. Al di là degli effetti appalesati dai flussi migratori che hanno attraversato la culla mediterranea, secondo Micalessin c’è di più. «All’epoca molti colleghi pensarono che si trattasse di una rivoluzione dei media; la rivoluzione di Twitter. Ma c’era un altro canale che entrava in tutte le case di egiziani, tunisini e libici. Era al-Jazeera, la tv dell’emiro dei Qatar, finanziatore dei Fratelli Musulmani, nemico dell’Arabia Saudita».

Questa televisione, secondo Micalessin, aveva sparso benzina sulle turbolenze etniche nordafricane e mediorientali. Altro che spontaneo moto liberal democratico. Dietro ai fermenti rivoluzionari – la prima ripresa in via diretta sui social – e alle rivolte «c’erano i Fratelli Musulmani: non il popolo. C’era il Qatar con i suoi milioni». Un Qatar, «Stato rilevante nel Medioriente» legato agli Stati Uniti di Barack Obama. «Molti centri studi washingtoniani e newyorkesi pensarono veramente che il Qatar fosse uno stato amico». E non solo perché sembrava uno dei paesi musulmani della penisola arabica più aperti e amici dell’Occidente. «Si pensava che i Fratelli Musulmani potessero essere democraticizzati», racconta Micalessin. Tuttavia, lo Stato wahabita «è una monarchia assoluta e i paesi occidentali non possono cambiare arbitrariamente i regimi mediorientali, installando i loro modelli di democrazia liberale».

In Qatar, ad esempio, non si è mai votato e in Europa ci sembra un friendly State. «Ha acquistato i grattaceli di Milano, ha gli hotel a cinque stelle, le squadre di calcio, la moda.» Tutte cose che non fanno di un paese il baluardo della democrazia. La primavera araba è stata sponsorizzata in gran parte dai Fratelli Musulmani, avverte l’autore. Essi «hanno finanziato e finanziano le moschee più pericolose d’Europa». Micalessin non ha dubbi: dopo Egitto, Libia e Tunisia, «la Siria doveva essere la continuazione delle rivoluzioni». Ovvero, «la quarta tappa che avrebbe dovuto consentire ai Fratelli Musulmani di prendersi tutto il Medio Oriente». E i cristiani in Siria? «Vengono dipinti come i sostenitori di Assad». Se nel mercato politico occidentale si è instaurata una nociva semplificazione tra élite e popolo, anche in Medioriente tutto si è sintetizzato nell’elementare formula dei buoni e dei cattivi.

I buoni sono i ribelli riottosi, il cattivo il governo di Damasco: «Nella mia vita ho raccontato circa trenta guerre, ma non ho mai visto una vita raccontata così in bianco e nero», così polarizzata, così estrema. Assad il cattivo e i ribelli i buoni. «Ho iniziato a seguire la guerra di Damasco l’11 settembre 2011», data simbolica: ancora una volta, Micalessin voleva raccontare la guerra con i suoi occhi, perché «se si va a vedere gli archivi dei giornali emerge solo che i ribelli sono portatori di pace»: solo al momento delle sgozzature – con irresponsabile ritardo – l’Occidente dedica maggiore copertura alla Siria. L’Europa e i suoi alleati hanno assistito indifferenti alle drammatiche condizioni dei cristiani di Siria, fino al 2014. Ovvero, quando molti si resero conto che il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi squarciava gole e chiese.

I cristiani di Siria hanno «voci difformi, che non entrano nella memoria. Queste voci che andavano cancellate. I nostri fratelli sono stati dimenticati». Da tutti noi occidentali. Anche lì, ad Aleppo, una delle più antiche città del mondo. E soprattutto, il grande centro commerciale e produttivo siriano. Micalessin ha sentito il bisogno di raccontare quella straordinaria ingiustizia. I fratelli dimenticati, traditi. Partendo proprio dai missionari, dalle suore, dai vescovi, dai sacerdoti che per tramandare il messaggio cristiano rischiano la vita ogni giorno e da anni. E in più «vengono percepiti come servi del regime». Tuttavia, in Siria, molte suore hanno spiegato a Micalessin che «per noi il regime è la diga che ci difende, che impedisce agli islamisti di ucciderci, di sgozzarci».

Secondo Micalessin, la Storia è maestra. «Cosa è successo ai soldati caldei in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein? Sono stati ammazzati o sono sfuggiti». I cristiani di Siria rischiano la stessa fine. «Secondo alcuni sacerdoti, molti in Europa fingono di essere cristiani: la fede è una moda. Se è utile socialmente va bene, altrimenti viene messa da parte». D’altra parte, per i cristiani della Siria la fede è cosa seria. Poche ore dopo l’attacco a Parigi del 13 novembre 2015, conclude Micalessin, «mi venne in mente l’ultima battuta dell’ultimo cristiano di Malula – città cristiana in Siria, in preda per mesi ad al-Quida. “Noi cristiani siriani moriremo tutti. Ma per voi europei non andrà diversamente. La differenza è che “morirete senza nemmeno sapere il perché”».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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