Paolo Gentiloni: il sobrio impopulismo e l’urgente ripartenza

Un tavolo di eccezione al termine della quattro giorni BookCity 2018 a Milano. Il Presidente dell’INPS Tito Boeri, il sindaco Giuseppe Sala e della vicedirettrice del Corriere della Sera Barbara Stefanelli sono i relatori nella presentazione di La sfida impopulista (Rizzoli) dell’ex Premier Paolo Gentiloni. Il libro rispecchia le due grandi e recenti esperienze istituzionali dell’ospite d’onore. Quello alla Farnesina sotto il governo di Matteo Renzi e la successione a quest’ultimo a Palazzo Chigi. Stefanelli introduce la serata esponendo i problemi dell’agenda politica italiana ed europea, fulcro del saggio gentiloniano. L’ammissione degli errori, ma anche la rivendicazione delle scelte fatte dall’ex Primo MInistro. Il tutto mescolato dalla crisi del Partito Democratico, che più di tutti paga lo scotto di una sinistra al crepuscolo in tutta Europa e non solo.

«Non aver paura dell’amor di Patria» (da non confondere con un certo pericoloso nazionalismo che bussa ancora alla porta di chi la Storia non l’ha imparata); «parlare di ambiente» (in sala, l’esponente del PD Ermete Realacci, da sempre vicino a Gentiloni); «la tutela dei deboli» (dimenticati e ignorati dal partito delle ZTL). Sono questi i punti salienti del primo libro di Gentiloni. «Si tratta del resoconto di un annetto di governo», esordisce Boeri. «Un governo che ha tenuto la barra dritta». Importante è stato «aver creato uno strumento universale di contrasto alla povertà», il Reddito di Inclusione, varato da «un governo con pochi annunci, che ha lavorato nei sotterranei con i dossier». Pochi slogan e ben dimensionati. La povertà è triplicata dall’inizio della crisi economica, ma troppi milioni di persone «non hanno visto più mobilità sociale», continua Boeri.

Problema che non ha guidato l’azione del Governo Gentiloni: «è grave che il REI sia stato introdotto a fine Legislatura e con cifre inadeguate. Si è scelta la strada del premio a piccole categorie» (vaga allusione agli ottanta Euro renziani). «Nella società bloccata c’è la terribile disparità tra insider e outsider» (la ZTL, appunto), la differenza tra popolo ed élite, tra sopra e sotto, tra dentro e fuori. E se il disagio tra periferia e centro è ancora molto pungente, Milano rappresenta il simbolo di qualcosa di diverso. Milano: la città dove è nato il Fascismo. La città medaglia d’oro per la Resistenza. La città dove è nato il terrorismo negli anni Settanta. La città del Ramazzotti negli anni Ottanta. La Milano grigia degli anni di Mani Pulite. La Milano dei grandi sindaci. La Milano dell’EXPO 2015. A Milano le cose funzionano: florida, ricca, vincente. La città del fare.

«La situazione di Milano è particolare, ma la tendenza globale è la destra al governo e la sinistra nelle grandi città», scandisce Sala. «Oggi è facile fare il politico di destra» e «sembra che la verità non sia più rilevante». Inoltre, «la sinistra deve fare proposte, ma allo stesso tempo un’opposizione molto dura. Deve arrivare un momento in cui lo stile conta: in questo, spero di assomigliare a Paolo, con la schiena dritta, con il garbo. L’accumulo di una vita fatta di fatica e non di improvvisazione». Continua Sala: «il modello Milano non è facile da riprodurre». Internazionalità e apertura non possono e non devono essere solo un esempio lombardo, ma nazionale. «Io sono un teorico della centralità delle città: il cambiamento nasce dalle città». Ma ci sono due discontinuità in questa epoca: «la gente oggi vuole andare ad abitare nelle città». E secondariamente «la questione ambientale e sociale».

Poi una nota affettiva, in chiusura d’intervento. «Il potere è divisibile e va diviso: per governare c’è bisogno degli altri. E Paolo Gentiloni è l’interprete di questa idea.» Lavorare in squadra quindi: la parola all’ex inquilino di Palazzo Chigi. «Dal mio accento capite che non sono milanese», esordisce Gentiloni. «Ma a noi romani ce rode: Milano funziona. Qui si vede una spinta, un traino per tutto il paese». La sfida impopulista è un’espressione del professor Ilvo Diamanti. «“Impopulista” vuol dire rendersi conto della pericolosità che stiamo correndo. Non solo la paura degli immigrati, ma la minaccia alla democrazia liberale». E il libro? Il suo scopo, secondo Gentiloni, è «raccontare la mia esperienza, la messa a verbale delle cose che abbiamo fatto. Cose che non ci hanno portato a vincere le elezioni».

Giudizio sereno anche dei governi di Enrico Letta e Matteo Renzi: «il cocktail di illusioni e paura non lo abbiamo visto arrivare». Per chi governa, coltivare l’ottimismo è comprensibile. «Sottolineare che le cose vanno in una certa direzione è giusto» dice l’ex premier. Tuttavia, ma le dinamiche sociali hanno fatto sì che il governo «diventasse il colpevole, il responsabile di tutti i mali». Infine, qualche parola poi sull’andamento economico. «Lo spread a questi livelli è come la febbre a trentanove gradi»: prima o poi la malattia scoppia definitivamente. E non ci sarà nulla da fare. La colpa, secondo certe narrative demagogiche, sarà della Germania e di Angela Merkel. Speriamo che l’Italia sia pronta, anche se oggi «siamo molto isolati dall’Europa». Tanti nemici tanto onore? «Mettere in discussione i pilastri nel nostro paese non rende più sicuri». Ricette facili non ci sono.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

Rispondi