Curato da Matteo Galli e Arturo Larcati, Il paese dell’armonia (Edizioni Clichy 2025) raccoglie gli scritti sull’Italia (e il Ticino) di Stefan Zweig. Una quindicina di testi narrativi, per la prima volta tradotti in italiano, in cui protagonista è la zona italofona dell’Europa: sia come luogo di reportage storico, sia come patria di personaggi storici di grande interesse per lo scrittore austriaco. Il volume è diviso in tre sezioni. La più corposa è la prima. La seconda contiene quattro esempi di letteratura di viaggio, tra il Ticino e il Tirolo, che Zweig – forse ingiustamente – omologa in certi aspetti all’Italia. La terza sezione incorpora testi sulla letteratura italiana antica e moderna. A parte il fatto che la madre era originaria di Ancona, la passione per la letteratura italiana è legata a un’esperienza giovanile del mitteleuropeo Zweig. A Vienna, Eleonora Duse lo aveva completamente incantato con la sua arte spirituale.
Zweig parlicchiava italiano, ma nel volume non troviamo le poesie su argomenti italiani – quelle su Venezia o sul lago di Como. E neppure le biografie a più ampio respiro che richiederebbero una trattazione a parte, tra cui quelle su Giacomo Casanova e Amerigo Vespucci. Zweig considera Roma come un luogo ideale. Ma per motivi politici abbastanza impraticabile per lui dal momento che si esiliò, a partire dal 1934, a causa dei sussulti antisemiti nella Repubblica austriaca che lo costrinsero a lasciare l’adorata Salisburgo. Però di soggiorni ne fece tanti in Italia – al tempo, parzialmente occupata dagli Asburgo. Tra il 1905 e il 1937, Zweig soggiornò episodicamente in Alto Adige, elogiò i paesaggi lacustri della Lombardia, visitò le mete classiche di Firenze, Napoli, Roma e Venezia. La raccolta si apre con la “Novelletta d’estate”, ambientata nella cittadina di Cadenabbia sul Lario, dove Zweig ha soggiornato a più riprese.
Il racconto tratta le false lettere d’amore di un vecchio ad un’adolescente per osservare le sue reazioni. Ma alla fine sarà proprio lui a restare vittima di questo carattere patologico. Zweig descrive la «opprimente solitudine»; e guarda verso Bellagio, Villa Serbelloni che brilla sotto il sole, «i desideri selvaggi senza meta pronti ad esplodere». Diverso lo scenario in “Declino di un cuore”: Zweig è a Gardone, dove la funzione del paesaggio italiano muta. Non è più lo sfondo, ma una autentica promessa di felicità e magia. La villeggiatura rappresenta un elogio al sottogenere della letteratura dei luoghi di cura e dei sanatori molto in voga all’epoca, quando dominava, tra l’altro, una mentalità patriarcale tipicamente piccolo borghese per cui le figlie erano di proprietà dei genitori. La “Leggenda e verità di Beatrice Cenci” racconta la storia di Beatrice Cenci, molto diversa da quella donna angelicata immaginata da Guido Reni e Stendhal.
«Perché è così forte il potere della giovinezza e della bellezza che, ovunque la morte la sfiora, esso crea mistero e commozione». Poi è il turno di “L’esistenza romantica di Garibaldi”, dove si narra come l’eroe dei due mondi riescì a convogliare su di sé le energie positive di un intero popolo ed è presentato da Zweig in uno schema antagonistico contro Giuseppe Mazzini. Giuseppe Garibaldi era «la forma perfetta dell’ideale dell’uomo latino». L’uomo «capace di combinare una mascolinità forte e audace con l’infantilismo, la forza con la grazia, la passione interiore con una certa gaiezza. L’elemento artistico che è impiantato anche nella classe più bassa del popolo». Mazzini sognava un rinnovamento di tutte le nazioni e l’unificazione del mondo attraverso l’idea della libertà. Ed è proprio l’idea mazziniana che accese il giovane Garibaldi, che si servì di questa idea per liberare l’Italia meridionale con la nota spedizione.
Garibaldi aveva partecipato alla difesa dell’Uruguay contro l’Argentina e aveva fondato la legione italiana. Dal momento che non erano disponibili le uniformi, ricorda Zweig, un grande magazzino gli fornì un avanzo di camicie rosse da macellai dei mattatoi. Da lì la leggenda. Nel 1848 Garibaldi fu salutato come l’uomo della provvidenza: un soccorritore. Ma la strada rivoluzionaria doveva essere quella legale. E così si mise a disposizione dei Savoia. Garibaldi simulò un’insurrezione in Sicilia allo scopo di conquistare il Regno borbonico. “Autunno-inverno a Merano” è stato scritto nel 1913 quando la città termale era ancora sotto gli Asburgo. Ma Stefan Zweig la vede invece come un paesaggio idealmente italiano. Nel reportage, l’autore rievoca l’uva e le viti, le montagne e il silenzio. «È grandioso questo paesaggio, eppure non è austero, la sua vicinanza è bella e la sua lontananza sublime».
Una transizione perfetta: definisce quelle località altoatesine in cui le stagioni sono sorelle. «Merano vive solo nella luce»; «l’intero paesaggio è un’immensa meridiana»; «tutti si affollano per bere il sole». “Rivedere l’Italia”, del 1921, si contrappone al modello elitario e internazionale di viaggio, tipico dei cosmopoliti. «La gente è la stessa di un tempo, piena di quell’allegra vitalità che sembra trasformare il lavoro in un gioco: non c’è traccia di quella scontrosità che da noi rende la vita così insopportabile; anche la lotta sociale, che imperversa come un vulcano in tutto il paese, sembra trovare una certa gioia nel combattimento stesso: ha un coraggio aperto e vivace». Soprattutto, «l’Italia non è cambiata e nemmeno gli italiani». Questo è chiaro anche in “Firenze in festa” narra di quando nel 1932 a Palazzo Vecchio, Stefan Zweig tenne una conferenza intitolata “L’idea di Europa nel suo sviluppo storico”.
Secondo l’autore, insieme con Salisburgo, la città dei de’ Medici deve continuare ad avere un ruolo guida tra le città illuministiche europee. Avverte, non a caso del «tempo miserabile che distrugge ogni senso attraverso l’assurdità e richiude gli esseri umani dentro i confini». “Lugano Paradiso” è il titolo di una conferenza tenuta in Ticino nel 1934. L’autore riflette sull’amore che il luogo gli trasmette. Grazie alle montagne, il narratore si sente in un certo senso a casa. Qui, ricorda, si può trovare l’isolamento necessario per scrivere e, allo stesso tempo, rimanere in contatto con il mondo moderno e la natura. Zweig si chiede cosa spinga gli scrittori e poeti a scegliere il Ticino come un posto di lavoro o una nuova patria. Non a caso, molti dei suoi compagni di letteratura hanno fatto un soggiorno qui – Hermann Hesse, Emil Ludwig, Erich Maria Remarque, Max Picard.
«Continuamente mi arrivano cartoline con questo incantevole paesaggio». «Prima di tutto il Mezzogiorno stesso attira lo scrittore. Essendo “uomo visivo” in senso goethiano egli cerca la chiarità». Ricorda una frase attribuita Friedrich Nietzsche: «La vita al Nord è un errore». Elogi al lago di Ginevra, alla storia della Svizzera, da Voltaire a Jean-Jacques Rousseau, a Madame de Staël. Dall’Inghilterra giunsero Mary Shelley e Lord Byron in quel Ticino fecondo e riposante. Che per Zweig è propedeutico alla scrittura: Lugano è a un’ora da Milano; l’Engadina si raggiunge facilmente. «In grazia di questi singolari collegamenti il poeta è in grado di sentire […] anche il ritmo della vitalità europea […], può avvolgere il cuore a Nord o a Sud». Secondo Zweig, in Svizzera non esiste il nazionalismo. «Un’isola beata in mezzo all’Europa sconvolta; qui si può respirare […], per rinfrescarsi l’anima gli occhi; qui è ancor possibile la pace dello spirito».
Zweig si dedica a Calliope – «grandioso poema universale» – poeta ticinese Francesco Chiesa, da lui molto apprezzato. Nell’opera, Chiesa offre una sintesi dello sviluppo intellettuale dell’uomo dal passato fino al futuro e mette al centro dell’opera la coscienza umana. Ripercorre, dunque, tre epoche tramite l’architettura. Anzitutto, la cattedrale per identificare i bassifondi della terra. Poi la reggia come simbolo orgoglioso del potere costituito dalle mani umane. In terzo luogo, la città con i suoi vicoli. «È uno dei libri più belli e potenti che io conosca della poesia italiana, ed è qualcosa di più, molto di più di un libro di poesie». Nella raccolta, ci sono anche due recensioni di Zweig a opere di Gabriele D’Annunzio. Una di queste critica l’estetismo decadente del poeta abruzzese ed offre un resoconto generale sul concetto di poeta nazionale come in Francia lo erano Victor Hugo e Giosuè Carducci in Italia.
In “Della nuova Italia” si ripercorre la modernizzazione del paese. Stefan Zweig mostra interesse per Dante Alighieri; e così lo vedono anche i compatrioti Hugo von Hofmannsthal e Rainer Maria Rilke – quest’ultimo, autore di una traduzione della Vita Nova, andata perduta. L’ultimo testo della raccolta è una lettera del 1933 a Benito Mussolini, deferente e imbarazzante. Lo scrittore era riuscito a intercedere presso il Duce ottenendo una grazia per Giuseppe Antonio Germani, amico di Giacomo Matteotti, incarcerato per la sua supposta partecipazione a un attentato contro Mussolini. Zweig si rivolge alla «magnanimità della Sua Eccellenza» … «Profondamente toccato dalla vostra gentilezza» con «commossa gratitudine». Toni in antitesi con le posizioni intime e quelle degli amici Enrico Rocca, Lavinia Mazzucchetti, Ignazio Silone, Arturo Toscanini e Benedetto Croce. Un documento imbarazzante che attesta ingenuità politica e che Zweig non rinnega nelle sue memorie dieci anni dopo – il capolavoro Il mondo di ieri.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
