Viktor Orbán, sultano autoritario e illiberale d’Ungheria

Viktor Orbán è considerato la pecora nera dell’Unione Europea. La deriva verso cui il Primo Ministro ungherese ha portato il suo paese, lontano dai valori che l’UE stessa si prefigge, preoccupa da anni molti osservatori occidentali. Il regime di Orbán, rinnovato di recente dalle elezioni che lo hanno visto trionfare, disprezza lo Stato di diritto, fidelizza i media e perseguita avversari politici e minoranze. Nato in un villaggio fuori Budapest, Orbán inizialmente non aveva mordenti rivoluzionari, ma dopo il servizio miliare inasprì il suo Anticomunismo. Studiò a Oxford con una borsa di George Soros, il finanziere poi bersaglio di politiche ad personam una volta conquistato il potere. La tesi di laurea di Orbán era sulle articolazioni della società civile. Un paradosso per chi ha poi indebolito pesi e contrappesi della Repubblica magiara. Dopo il 1989 abbandonò il liberalismo e si spostò a destra.

Nel 1988 fondò il Fidesz. Nel 2002 divenne per la prima volta Primo Ministro e governò in maniera democratica. Emerse poi dall’opposizione nel 2010, quando la sua condotta dell’esecutivo intraprese vie sempre più autoritarie. Il suo collega di Oxford Ivan Krastev (L’impero diviso) lo definisce un gramsciano di destra. Orbán crede nell’egemonia culturale per affermarsi e gestire lo Stato secondo i suoi fini politici. Tra i quali, spiega Krastev, c’è assicurarsi il controllo sull’immaginario della gente. E grazie a questo è stato in grado di elaborare posizioni conservatrici e tradizionaliste, cattolico-bigotte, euroscettiche, nazionaliste, islamofobe e anti-immigrazione. Secondo Krastev (La rivolta antiliberale), l’abbandono del liberalismo da parte di Orbán è frutto di opportunismo politico. Altri invece lo imputano al suo disprezzo per gli intellettuali di Budapest.

«Una sera, a un ricevimento, il noto parlamentare liberaldemocratico Miklós Haraszti si avvicinò ad Orbán […] e con un gesto altezzoso gli aggiustò la cravatta. Tutti i presenti ricordano che il futuro premier arrossì […]. Per il giovane aspirante leader politico fu mortificante sentirsi trattare come un parente rozzo proveniente dalla campagna» (ibid.). Questo fece scattare un sentimento di rivalsa nel giovane Orbán. A partire dal secondo mandato mise l’opposizione all’angolo e schiacciò la società civile. L’illiberalismo di Orbán è da intendersi come disprezzo per la democrazia liberale: i diritti delle minoranze sono meno importanti rispetto a quelli della maggioranza. Non è un caso che egli sia stato il maggiore teorico della democrazia illiberale. Ovvero la legittimazione popolare nelle urne sommata allo schiacciamento delle minoranze semi-prive di libertà politica.

Come faceva il regime comunista ai tempi della Guerra Fredda, Orbán ha fatto pressioni sui media tramite leggi che limitano l’informazione. Ha fatto chiudere le radio indipendenti e ha soppresso per decreto i contratti collettivi di lavoro. Il Fidesz ha occupato tutte le istituzioni democratiche del paese. Dal giudiziario al legislativo. Non stupisce che molti, specialmente i giovani, scappino dall’Ungheria. «Stimati giovani ungheresi, la vostra patria oggi ha bisogno di voi. La madrepatria ha bisogno di voi», disse il premier qualche anno fa. Ma dal 2008 al 2018 dall’Ungheria se ne sono andate un milione di persone. D’altra parte, Orbán rafforza la dimensione nazionalista e l’identità che vuole dare al paese. Sostituendo l’ideologia comunista con un reazionarismo conservatore e cleptocratico, il sultano magiaro ha definito la nazionalità ungherese in termini d’etnia ungherese. Del regime che cadde nel 1989 Viktor Orbán ha la tendenza autoritaria e illiberale.

Egli si pone a difensore della patria e della famiglia contro quella che ha definito «la santa alleanza dei burocrati di Bruxelles, dei media progressisti e del capitale internazionale». Orbán ha stigmatizzato migranti, gruppi ed etnie. Ha fatto chiudere la Central European University di Soros. È a capo di un paese in cui l’antisemitismo è aumentato drasticamente negli ultimi anni – oltre quattrocentomila ebrei ungheresi sono periti nell’Olocausto. Ha messo ai vertici delle istituzioni amici e sostenitori per garantirsi una presenza capillare in tutti i gangli dello Stato. Non c’è motivo di credere che il deterioramento dello Stato di diritto si fermerà nel breve termine, specialmente dopo che le elezioni in aprile hanno riconfermato Vitkor Orbán al vertice esecutivo di un sultanato corrotto e illiberale, discriminatorio e cleptocratico, autoritario e intollerante nel cuore dell’Europa.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su AlterThink)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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