Le elezioni del 1992: terremoto della Prima Repubblica

Le elezioni politiche italiane del 5 aprile 1992 furono le ultime della Prima Repubblica, ma anche le ultime sotto la legge proporzionale a confermare un pesante clima di incertezza. Definite elezioni terremoto, si affacciavano storicamente ad un contesto globale cambiato a seguito del crollo del Muro di Berlino. Archiviata la minaccia sovietica, molti si sentirono liberi di votare non più dogmaticamente i partiti-contenitori come avveniva durante la Guerra Fredda. Alle elezioni del 1992, gli elettori – che pur consegnarono al Quadripartito una maggioranza parlamentare – si ribellarono nei confronti dei partiti di governo che volevano riproporre il modello del CAF anche dopo la fine del mondo a blocchi. Alla luce del liberi-tutti dopo la bancarotta del Comunismo mondiale, le trasformazioni di alcuni partiti e l’inchiesta di Mani Pulite, le elezioni del 1992 prospettavano un nuovo assetto politico.

Debito pubblico, crisi finanziaria e criminalità organizzata non furono gli argomenti di quella campagna elettorale che si spostò più su questioni di identità, sulle proposte referendarie di Mario Segni, sul nuovo clima post-Guerra Fredda. Mani Pulite non ebbe un grosso impatto sull’erosione del consenso del Quadripartito. D’altronde era scattata una quarantina di giorni prima e aveva ancora dimensioni locali. Tutti i partiti furono indeboliti dalle elezioni del 1992. Sia quelli di governo, che quelli d’opposizione. Per la Democrazia Cristiana fu una Caporetto. Lo scudo crociato andò per la prima volta nella sua storia sotto il trenta per cento, ma la colpa non può essere attribuita tutta ad Arnaldo Forlani. La DC era stanca e non aveva più idee appetibili secondo parecchi che dopo il 1989 voleva semplicemente altro. La classe politica democristiana non capì le esigenze di un Nord che non tollerava una classe dirigente meridionalizzata e statalista.

Destino analogo nel crollo dei consensi toccò al Partito Democratico della Sinistra, ex-Partito Comunista Italiano, che racimolò il sedici per cento. Il PDS guidato da Achille Occhetto aveva atteso il battesimo del fuoco, ma il partito più nuovo della repubblica in transizione sembrava il più vecchio. La scissione di Rifondazione Comunista pesò nell’aggregato post-comunista, ma alle elezioni del 1992 l’ex-PCI non ottenne i consensi che aveva ottenuto pochi anni prima. La crisi del PDS rifletteva il tilt del 1989 per la sinistra. Con il fallimento del Comunismo e dei comunismi, era naturale che anche il più grande partito comunista dell’Occidente subisse una flessione. A salvarsi dal terremoto politico fu il Partito Socialista di Bettino Craxi. I socialisti si ritennero i veri vincitori dopo il crollo del Muro. Il leader del Garofano intendeva inglobale l’ex PCI nel grande gruppo socialista europeo.

Allora si voleva superare Livorno, ma divisioni, protagonismi e sgambetti a sinistra impedirono una riunificazione pacifica delle anime c.d. progressiste. I comunisti temevano un’OPA da parte dei socialisti dopo il crollo del Muro. Marciarono separati anche alle elezioni del 1992. E Craxi si preparava, dopo aver abbandonato il progetto della Grande Riforma, a inaugurare un nuovo CAF. Sebbene il mariuolo arrestato il 17 febbraio fosse socialista, il PSI tenne botta e gli elettori premiarono Craxi. Che tuttavia, per motivi politici, dovette lasciare la premiership a Giuliano Amato. Il “Cinghialone” era il protagonista di quelle elezioni, ma Craxi appariva come un leader stanco e indebolito. Una metafora del crollo del sistema nel post-Guerra Fredda. I problemi di salute lo avevano colto tra il 1990 e il 1991; proprio quando invitò gli italiani ad andare al mare piuttosto che votare per il referendum sulla preferenza unica.

Si preparava ad una nuova stagione di potere, ma le inchieste milanesi avrebbero alterato i suoi piani. Così come li avrebbero alterati l’esplosione della Rete di Leoluca Orlando e l’incremento della Lega, che da meno dell’uno per cento passò a quasi il nove per cento alle elezioni del 1992. Il partito di Umberto Bossi rubò voti a tutti i partiti: quelli cattolico-borghesi della DC in Settentrione e quelli rossi-operaistici dell’ex PCI. La Lega sdoganò nuovi temi e parlava di autonomismo, secessione, federalismo. Voleva fare la rivoluzione, ma poi si accoppiò ai movimenti di protesta nell’ambito delle inchieste milanesi; con i movimenti di destra del Movimento Sociale Italiano; con la sinistra dura e pura che voleva lo smantellamento del sistema dei partiti. Simbolo di un’era di grande incertezza, apertasi con le elezioni del 1992 e conclusasi nel 1994.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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