Václav Havel, la responsabilità e l’individuo

Václav Havel scomparve il 18 dicembre 2011. Dissidente, statista, drammaturgo e scrittore, era diventato Presidente della Cecoslovacchia dopo la Rivoluzione di Velluto del novembre 1989, quando il regime comunista più immobile del Patto di Varsavia si scioglieva pacificamente e lasciava il posto a chi, come Havel, aveva fatto della non-violenza, della responsabilità individuale e dell’opposizione al totalitarismo la battaglia di una vita. Per questo era sempre dentro e fuori di galera. Fiero avversario del regime comunista, durante ai tempi della dissidenza Havel non aveva alle spalle una struttura organizzata come Solidarność. E lo stesso non si stancava di parlare di libertà e responsabilità. Ma anche dell’importanza della verità come antidoto alle menzogne del sistema autocratico. Il celebre Il potere del senza potere è ancora bandito in Cina e rimane un manifesto di dissenso e de-strutturazione del potere totalitario.

La “rivoluzione dei cuori e delle menti” ideata da Tomáš Masaryk e ripresa da Havel è in un certo senso il prodotto degli insegnamenti di quel pamphlet. E la rivoluzione arrivò in Cecoslovacchia. Lo ricorda Timothy Garton Ash (The Magic Lantern) che incontrò Václav Havel a Praga nel novembre 1989. Per far cadere il regime comunista in Polonia, disse lo storico britannico, «ci sono voluti dieci anni, in Ungheria dieci mesi, in Germania dell’Est dieci settimane: e forse in Cecoslovacchia ci vorranno dieci giorni». «Sarebbe bellissimo se fosse così», rispose Havel. E fu così. Scrivono Ivan Krastev e Stephen Holmes (La rivolta antiliberale): «Il desiderio di Havel di una condizione politica normale rivela che, dopo aver finto per decenni di aspettare un futuro radioso, l’obiettivo principale dei dissidenti era vivere nel presente e godere i piaceri della vita quotidiana».

Havel ha sognato tutta la vita la normalità: voleva vivere in un paese normale, dove si potesse esprimere liberamente le proprie opinioni. Presidente della Cecoslovacchia (1989-1993), dunque della Repubblica Ceca (1993-2003), a Václav Havel, ricorda Michael Žantovský (Havel. A Life) va riconosciuto il merito di aver trasformato in maniera pacifica il paese da regime totalitario a democratico. Di aver riportato il paese nell’Europa delle nazioni, fuori dall’orbita dell’URSS. Di averlo reso parte integrante delle alleanze occidentali: NATO e poi UE. Ma soprattutto, di essere rimasto ispiratore della lotta per i diritti umani e le libertà individuali. Da qui il sostegno a Taiwan, al Dalai Lama (che gli venne preferito all’assegnazione del Nobel per la Pace nel 1989) e alle battaglie civili e scomode. Che molti ancora hanno paura di fare per non pestare i piedi a Pechino o a Mosca, ma per Václav Havel i diritti umani non erano negoziabili.

Drammaturgo, politico, scrittore, ma anche filosofo. La dottrina sociopolitica di Havel prevedeva una libertà nella responsabilità, dunque concetti quali il “potere dei senza potere”, la conduzione di una “vita nella verità”, in antitesi alle bugie del regime “post-totalitario”. Quel regime, secondo le parole di Havel, che «finge di non fingere». Che era talmente ossificato nella società cecoslovacca da non dover neppure più avere la necessità di usare la violenza. «Non è solo la professione di intellettuale a fare Havel unico», ha ricordato Alberto Pasolini Zanelli (La caduta dei profeti). Quanto «è il modo in cui egli l’ha vissuta ed è vissuto. Fra gli scrittori, dell’Est e dell’Ovest, è uno dei pochissimi a non essere stato mai toccato dall’illusione lirica del Comunismo». Havel non era un “ex”; un intellettuale stregato dalle promesse del Socialismo a cui hanno aderito quasi tutti gli intellettuali dell’Europa del suo tempo.

Combatté il Comunismo «senza lasciarsi tentare dalla scorciatoia socialdemocratica, senza mescolarsi col populismo cattolico, senza farsi irretire da un nazionalismo». Václav Havel non è catalogabile politicamente. Si potrebbe dire che fosse per una sorta di umanesimo social-liberale. Il suo vero interesse era mettere l’individuo al centro della società. Nella lettera 142, del 21 agosto 1982 alla moglie Olga Havlová scrisse che «viviamo in un’epoca in cui c’è un allontanamento generale dall’Essere: la nostra civiltà, fondata sulla grande impennata della scienza e della tecnica […] trasforma l’uomo, suo fiero creatore, in uno schiavo dei suoi bisogni di consumo, lo frantuma in funzioni isolate, lo dissolve […] nel mondo». Quel mondo di oggi in cui c’è «una crisi di responsabilità umana», quindi «una crisi di identità umana».

La questione identitaria è stata una delle ultime battaglie di Havel, che la vide anche alla luce del dibattito sul consolidamento dell’Unione Europea. Di questa aveva riconosciuto le crepe anzitempo. Scrisse (To the Castle and Back) che l’UE «soffre ancora di una vecchia malattia europea, che è la tendenza a scendere a compromessi con il male, a chiudere gli occhi di fronte alla dittatura, a praticare una politica di […] accomodamento […] dei sistemi totalitari». Una riflessione valida ancora oggi. Dove da una parte c’è un’Europa che dice di proteggere l’individuo. Dall’altra esplora la possibilità di costruire muri. Quei muri che crollavano nelle rivoluzioni di velluto del 1989 e portarono con sé la fine di sistemi tirannici ed elitari. Testimonianze del fatto che, come credeva Havel, i “senza potere” hanno potere, che l’individuo trionfa sulla dimensione collettivistica. Che la responsabilità personale è il motore dell’azione umana.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Gariwo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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