Cause e conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica

Gigante politico e nano economico. Si tratta della formula con cui spesso ci si riferisce alla Russia degli ultimi due secoli e che riflette bene anche il contesto del crollo dell’Unione Sovietica del 26 dicembre 1991, trent’anni fa. E sì che il 1979 era stato l’anno mirabile dell’impero sovietico. Mosca si era impadronita dell’Afghanistan, del Nicaragua, della Cambogia e di Granada. L’Iran divenne un feroce nemico dell’Occidente, che sperimentava una seconda crisi petrolifera e una potente inflazione. Dieci anni dopo lo scenario si era ribaltato: il Patto di Varsavia era esploso, i paesi satelliti divennero indipendenti da Mosca e il Comunismo fece bancarotta. L’Unione Sovietica era in crisi profonda e si sciolse a scoppio ritardato. Perestrojka, glasnost e uskorenie intendevano riformare il Comunismo, non smantellarlo, ma era impossibile riformare l’irriformabile. Stremata da una corsa agli armamenti e dai suoi cortocircuiti interni, fu colpita anche da una crisi identitaria.

Quella che vedeva il trionfo del capitalismo e della globalizzazione, rispetto al mondo socialista del dirigismo e della miseria. All’inizio degli anni Ottanta l’economia sovietica faticava a mantenere il passo con i primi accenni di globalizzazione. Il guaio per Mosca era che pure il meccanismo dell’influenza politica si era alterato. Comunicazione e tecnologia velocizzarono tutto e per lo sclerotico partito-Stato divenne difficile mantenere il passo di un mondo più rapido e meno ideologizzato. La vasta corruzione di cui soffriva il paese paralizzava ogni tipo di riformismo ad ogni livello. L’assenza di innovazione è sempre una delle cause del crollo imperi. Riflette l’incapacità della classe dirigente di guardare al proprio tempo, di capire il riformismo necessario per essere competitivi di fronte alle sfide poste dagli altri attori geopolitici. Non capire lo Zeitgeist è tipico degli imperi in crisi, che si avviano così ad un lento declino economico, politico e sociale.

Nel caso dell’URSS, la sua forza non era l’economia, quanto l’influenza geopolitica, la potenza militare, il fascino del Comunismo nelle realtà più o meno disperate del pianeta. Quanto ad output economici, l’Unione Sovietica gorbacioviana era lontana dalla crescita dell’epoca stalinista. Stato forte ed economia debole sono stati elementi centrali dell’URSS, che aveva un appartato militare notevole e che se fosse stato impiegato per generare crescita economica ed innovazione avrebbe rappresentato un’alternativa credibile alla liberaldemocrazia occidentale. L’Unione Sovietica non si dedicò al manifatturiero, all’informatica, a ricerca e sviluppo. L’incapacità di generare incentivi a lavorare meglio è alla base di una maniera controproducente di stimolare crescita economica, quindi benessere per i cittadini. Mentre in Occidente l’economia di mercato consentiva alle aziende di fallire e trionfare tramite il meccanismo dei prezzi, il sistema controllato e centralizzato non lasciava spazio alle preferenze individuali e al sano meccanismo di domanda e offerta.

Tale sistema non poteva andare avanti in eterno. E anche l’opacità dell’apparato totalitario rappresentò un limite che in URSS presentò il conto. Il sistema crollò tra tentati colpi di Stato, scassi costituzionali, esplosione dell’alcolismo di massa. L’implosione dell’impero sovietico creò infine problemi di ordine demografico: che sarebbe stato dei venticinque milioni di russi fuori dai confini patri? Molti conflitti regionali si riaccesero come conseguenza del crollo. Cambiate le facce della neonata federazione russa, a rimanere al loro posto furono i signori dell’economia. Successi geopolitici, come negli anni Ottanta (ma con una Cina comunista come senior partner), taglia economica ancora più ridotta (il PIL russo è inferiore a quello dell’Italia), scarsa innovazione tecnologica, fuga di cervelli, crisi economica. Non è l’Unione Sovietica che crollò trent’anni fa; è la Russia di oggi. Ancora gigante politico e nano economico.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Corriere dell’Italianità)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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