Il vertice della SCO a Bishkek racconta un mondo senza più un solo padrone

Il 31 agosto e il 1° settembre, a Bishkek, capitale del Kirghizistan, si è tenuto il ventiseiesimo vertice dei capi di Stato della Shanghai Cooperation Organisation, la SCO. Un appuntamento che cadeva nel venticinquesimo anniversario di fondazione dell’organizzazione stessa, celebrato sotto lo slogan “25 anni di SCO: insieme per pace, sviluppo e prosperità sostenibili”. Attorno allo stesso tavolo si sono seduti Vladimir Putin, Xi Jinping, il primo ministro indiano Narendra Modi, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il premier pachistano Shehbaz Sharif, il bielorusso Aleksandr Lukashenko e i leader delle repubbliche centroasiatiche, dal kazako Kassym-Jomart Tokayev all’uzbeko Shavkat Mirziyoyev, sotto la presidenza di turno del kirghiso Sadyr Japarov, che a fine summit ha passato il testimone al collega pakistano. La fotografia di famiglia, divenuta virale, ritrae di fatto i protagonisti delle principali crisi geopolitiche in corso. Quanto basta a rendere l’evento qualcosa di più di una semplice cerimonia diplomatica.

Nata nel 1996 come “Shanghai Five”» per dirimere le dispute di confine ereditate dal crollo sovietico, l’organizzazione è diventata SCO nel 2001 con l’ingresso dell’Uzbekistan, si è allargata a India e Pakistan nel 2017, all’Iran nel 2023 e alla Bielorussia nel 2024, arrivando a dieci membri. Attorno al nucleo duro gravitano oggi due osservatori – Afghanistan e Mongolia – e una rete di quindici partner di dialogo che include Arabia Saudita, Turchia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Un blocco che rappresenta oltre il quaranta per cento della popolazione mondiale. Numeri che, da soli, spiegano perché la SCO venga sempre più spesso descritta, soprattutto da Pechino e Mosca, come un contrappeso multipolare ai formati a guida occidentale come il G7, più che come una semplice alleanza regionale per la sicurezza (sua missione originaria). Sul piano economico, Bishkek ha prodotto una mole di materiale istituzionale non banale.

Vi figurano: la Dichiarazione di Bishkek, ventisette documenti, l’istituzione di un nuovo centro dedicato alle minacce alla sicurezza e un programma per un “corridoio tecnologico verde”, che dovrebbe compiersi nel 2030. Il Kirghizistan, padrone di casa, ha proposto tre iniziative destinate a durare oltre il proprio semestre di presidenza. Una banca di sviluppo della SCO, nuovi corridoi di trasporto transregionali e un centro internazionale per il contrasto alla criminalità organizzata. Si tratta di tasselli di uno stesso disegno: costruire un’architettura istituzionale parallela a quella a guida occidentale. Non concepita, di per sé, per sostituirla, ma capace di offrire ai propri membri un canale alternativo per commercio, finanza e infrastrutture. Il tassello più significativo resta, dal punto di vista politico, la spinta russa all’agognata de-dollarizzazione degli scambi. Putin ha ricordato ai partner come la maggior parte delle transazioni commerciali di Mosca con gli altri Paesi SCO avvenga ormai in valute locali.

Il progetto, in realtà, appare guidato soprattutto dalla Cina, in vista di un sistema finanziario internazionale alternativo imperniato sullo yuan. Non si tratta di un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, quanto di una conseguenza delle sanzioni occidentali seguite all’invasione dell’Ucraina, che hanno motivato Mosca a costruirsi un ecosistema commerciale parallelo. Uno dei pochi terreni sui quali la Russia riesce ancora a esercitare una certa influenza su un gruppo di Paesi, stante che un riavvicinamento all’Unione Europea rimane, in un futuro prevedibile, semplicemente fuori discussione. La SCO, oggi, è una delle ultime carte diplomatiche rimaste a Mosca. Tuttavia, proprio il rapporto tra Mosca e Pechino racconta qualcosa di diverso dalla narrazione di un asse sino-russo granitico e paritario. Dal 2022 la Cina è diventata l’acquirente di riserva del petrolio e del gas russi rimasti orfani del mercato europeo, importando circa cento milioni di tonnellate di greggio l’anno a prezzi scontati.

Pechino assorbe il 40 per cento del commercio estero di Mosca, mentre la Russia importa appena il 4 per cento di quello cinese. Una percentuale modesta che, tuttavia, rappresenta l’80 per cento dei beni (sia civili che militari) importati da Mosca. Asimmetria che permette a Pechino di negoziare da una posizione di netto vantaggio. Oltre il 90 per cento della tecnologia sotto sanzioni occidentali arriva a Mosca dalla Cina, comprese immagini satellitari e componenti utili allo sforzo bellico contro Kyiv. Tale sostegno è definito “neutrale” dal Dragone, ma nei fatti tiene in piedi l’economia di guerra del Cremlino. È in questo contesto che va letto anche lo stallo, confermato a Bishkek, del gasdotto Power of Siberia 2. Durante l’incontro di Putin a Pechino nel maggio scorso i funzionari cinesi avrebbero respinto le richieste russe di un prezzo del gas vicino a quello del mercato interno, imponendo condizioni favorevoli alla Cina.

Il progetto del gasdotto, cruciale per Mosca nell’ottica di sostituire i volumi già destinati all’Europa, resta a distanza di mesi ancora privo di una firma definitiva. Nel frattempo, la Cina ha soppiantato la Russia come potenza dominante nelle repubbliche centroasiatiche ricche di risorse, grazie alle rotte transcaspiche della Belt and Road Initiative (BRI), la Nuova Via della Seta, che garantisce a Pechino l’accesso a minerali critici ed energia. Gli stessi corridoi di trasporto e il “corridoio tecnologico verde” di Bishkek si inseriscono senza soluzione di continuità nella logica della BRI lanciata da Xi nel 2013. Essa, in poco più di un decennio, ha coinvolto oltre centocinquanta Paesi e mobilitato mille miliardi di dollari di investimenti. Non è un caso che Xi abbia scelto di affiancare al summit una visita di Stato in Kirghizistan, firmando con Japarov un trattato di “buon vicinato”. Un segnale di quale sia, davvero, il baricentro dell’organizzazione.

Tra i partecipanti, l’India ha giocato, come spesso accade, la partita più sottile. Il summit giungeva dopo un primo, cauto disgelo nei rapporti tra Nuova Delhi e Pechino, ancora segnati dagli scontri di confine himalayani del 2020. Modi ha peraltro esortato Putin a passare “da una guerra senza fine alla fine della guerra”, con riferimento all’Ucraina, mentre Pechino avrebbe rivolto un invito simile a Putin in forma più riservata. Segno che nemmeno gli alleati più stretti della Russia condividono l’idea di un conflitto senza fine in Ucraina. Il vertice ha offerto anche una netta vittoria diplomatica all’Iran. Dopo l’attacco israelo-statunitense contro le installazioni nucleari iraniane, la SCO ha ribadito nella propria dichiarazione finale il diritto di Teheran a sviluppare energia nucleare a fini pacifici, definendo contrarie al diritto internazionale le misure che ne limitano l’esercizio in base al Trattato di Non Proliferazione.

Sul piano più propriamente politico, tuttavia, il vertice non ha potuto nasconde le proprie contraddizioni interne. Nove dei dieci membri della SCO sono classificati da tutti i principali osservatori internazionali come regimi autoritari. E la stessa architettura di sicurezza dell’organizzazione, imperniata sulla Struttura Regionale Antiterrorismo con sede a Mosca, è stata più volte criticata da organizzazioni per i diritti umani a causa della vaghezza con cui definisce “terrorismo”, “separatismo” ed “estremismo” – categorie elastiche al punto da poter essere applicate, in casi documentati, anche a oppositori politici, minoranze etniche o giornalisti in esilio, offrendo una cornice multilaterale a pratiche di repressione transnazionale che ciascun governo membro dovrebbe altrimenti singolarmente giustificare. Non stupisce, allora, che gli Stati Uniti guardino a Bishkek con un misto di interesse e disagio, senza però reagire con una strategia di contenimento diretto, che appare tanto poco praticabile quanto poco interessante se condotta in solitaria.

Washington ha scelto piuttosto la strada bilaterale. Lo scorso novembre Donald Trump ha ospitato alla Casa Bianca i cinque leader dell’Asia centrale in un vertice “C5+1”, firmando accordi commerciali multimiliardari e intese sulle catene di approvvigionamento dei minerali critici. Nelle settimane successive al summit di Bishkek il segretario di Stato Marco Rubio ha in programma visite a tutte e cinque le ex repubbliche sovietiche della regione, anche per indurle a schierarsi su dossier come la cooperazione in materia di IA. Quello statunitense è un approccio che rinuncia a contrastare la SCO come blocco compatto, puntando a corteggiarne singolarmente i membri più deboli. L’Asia centrale resta comunque un tassello minore rispetto all’arena in cui Pechino gioca la partita più grande del proprio multipolarismo: l’Africa, dove la Cina è quasi da un quindicennio il primo partner commerciale del Continente, con scambi bilaterali ben oltre i volumi complessivi scambiati con l’intera Asia centrale.

Attraverso il Forum sulla cooperazione sino-africana, Pechino ha riorientato la propria strategia da mega-infrastrutture spesso rivelatesi insostenibili a progetti più mirati su risorse critiche, energia verde e digitalizzazione. La logica è la stessa di Bishkek, sebbene applicata su scala geografica e finanziaria molto più ampia: costruire, mercato dopo mercato, un’infrastruttura di scambio e finanziamento che renda progressivamente meno indispensabile l’accesso ai capitali, alle rotte e alle istituzioni occidentali. Restano, al termine della due-giorni kirghisa, i tratti di un disegno preciso: quello di un mondo nel quale un numero crescente di Governi preferisca semplicemente avere più margine di manovra rispetto a un ordine internazionale ancora formalmente guidato da Washington. Non è, almeno per ora, un tentativo organico di sostituirlo. È la costruzione, nel tempo, di istituzioni, accordi commerciali, rotte, mercati e strumenti finanziari che possano funzionare anche senza di esso.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Il Federalista)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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