La Fallaci tra mito e rabbia nel ritratto di Riccardo Nencini

Non è particolarmente originale Mai stanca di vivere (Rizzoli 2026) di Riccardo Nencini dedicato a Oriana Fallaci. Il volume si presenta soprattutto come una raccolta di ricordi personali dell’autore, che conobbe la scrittrice negli ultimi anni della vita e che finiscono per ricalcarne, a grandi linee, la biografia. Ne emerge il ritratto di una donna «intessuta nel fil di ferro», determinata e orgogliosa. Ma anche sensibilissima all’innesco delle passioni. A plasmarne il carattere è soprattutto l’infanzia trascorsa in un quartiere popolare di Firenze. Convintamente antifascista, a quattordici anni diventa staffetta partigiana. Poi arrivano i viaggi, gli amori, la scrittura e il giornalismo. Per Oriana, Giovanni Gentile era fascista né più né meno di Benedetto Croce. È Curzio Malaparte a predirle un futuro straordinario: «Un giorno avrà un successo strepitoso, ma non in Italia. In Italia la odieranno a morte come odiano me».

Scrive Nencini che le radici di Oriana si propagano in molte direzioni, pur restando sempre ancorate alla stessa area geografica. Tutto si ricompone in pochi chilometri tra le province di Siena e Firenze. La guerra è finita, ma Firenze è in ginocchio e la famiglia Fallaci non naviga nell’oro. La vita in città è dura, meglio la campagna. Firenze, del resto, non l’ha mai amata davvero. Né gli intellettuali comunisti, né i baroni cattolici, né i salotti dell’aristocrazia cittadina. Gli anni Settanta segnano uno spartiacque. Oriana decide di abortire. Rischia la vita e viene salvata grazie a un ricovero d’urgenza in una clinica parigina. È scaraventata nella depressione e immagina di farla finita. Lettera a un bambino mai nato esce nel settembre del 1975. Tommaso Giglio le aveva commissionato un’inchiesta sull’aborto clandestino da pubblicare a puntate.

«Io l’inchiesta non l’ho mica fatta, però ho scritto un romanzo. Se vuoi pubblicarlo a puntate», disse Oriana. Alekos Panagulis incarna la leggenda nella quale è cresciuta. È Prometeo. Oriana si convince finalmente che l’amore esista davvero. Quando gli chiede di scrivere la prefazione al libro di poesie di Alekos, Pier Paolo Pasolini accetta senza esitazioni. Panagulis diventa così il condannato a morte che “rappresenta il modello dell’umanità contadina e operaia. Gli piaceva Pietro Nenni, che piaceva molto anche alla Fallaci. Ma tra il novembre del 1975 e il gennaio del 1977 Oriana perde tutto. Il primo ad andarsene è Pasolini. Il secondo è Alekos, vittima di un incidente stradale che appare quasi una morte annunciata. Sarà Un uomo a mettere un sigillo definitivo alla loro storia. Muore anche la madre, malata di cancro, evento che la scrittrice definirà «un anticipo della mia morte».

Fallaci introduce nel giornalismo uno stile letterario, commenta Nencini. Ricrea la realtà per entrarvi direttamente, vi innesta emozioni e stati d’animo, come chi immagina di partecipare alla Storia. Non è esagerazione. È cultura, è arte. È la lezione di Malaparte, ma anche di Joseph Conrad, capace di ricreare atmosfere esotiche vissute in prima persona. In alcuni passaggi Oriana somiglia perfino a Truman Capote. Scrive Nencini a proposito delle valutazioni postume e opportunistiche sulla scrittrice: «Gente che senza averla mai letta la proclamava degna del Nobel, borghesi di un provincialismo acuto che la detestavano, e che lei detestava, perché atea, femminista, libertaria, che di colpo l’hanno esaltata perché dava voce ai loro sentimenti xenofobi, e di converso intellettuali di sinistra che la glorificavano per il suo antiamericanismo e che ora si dichiarano offesi dalle sue sparate, senz’altro discutibili, sui pericoli della teocrazia islamica».

Le Monde l’ha definita la più grande giornalista di guerra di sempre. Fallaci amava il contraddittorio, l’urlo contro i luoghi comuni: inqualificabile, irriverente, dissacrante, eccessiva. Poi arriva il trionfo de La rabbia e l’orgoglio. L’invettiva è un j’accuse rivolto contro noi stessi. Il “sermone” è potente, semplice, asciutto. La maggioranza dei detrattori, critici per professione, contrattaccò spesso con argomenti fragili, incapaci di affrontare davvero le questioni più scottanti. Linguaggio duro, quasi veterotestamentario. Ferita a morte dal cancro, ridotta a un pugno di nervi senza carne, più sola che mai, Oriana diventa il nemico da abbattere. Sul terrorismo islamico osservava che la Toscana si spaccasse come una mela senza tradire la propria tradizione. «Ti pareva che nel coro mancasse Tiziano Terzani. E dire che anni fa dovevamo scrivere un libro a quattro mani, poi non se ne fece di nulla. Mi ha inviato Lettere contro la guerra. L’ho rispedito al mittente».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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