L’arte del fallimento in Emil Cioran

Il 20 giugno 1995 moriva Emil Cioran, il filosofo rumeno che aveva fatto del fallimento la sua musa più fedele. Trent’anni dopo, la sua figura continua a interrogarci con una forza che il tempo non ha attenuato. Anzi, ha reso più penetrante. Cioran è un antidoto radicale alla nostra epoca ossessionata dal successo e dall’ottimizzazione di sé. Il pensatore ha trasformato infatti la sconfitta in una forma d’arte sublime. «Un libro è un suicidio rimandato», diceva. Per lui la scrittura (necessariamente compulsiva) non era letteratura, ma una questione di vita o di morte. Nato in Transilvania l’8 aprile 1911, argomentava che esistere è una forma di fallimento cosmico. La sua prima opera filosofica, Al culmine della disperazione, scritta a ventitré anni durante le notti di insonnia – che lo perseguitò tutta la vita – segnò l’inizio di un sodalizio perverso tra scrittura e veglia, creazione mistica e sofferenza intellettuale.

Dalla tortura dell’insonnia nasceva in Cioran una prosa intima e riflessiva, raffinata quanto sporca, di bellezza selvaggia. E soprattutto a pezzi, frammentaria – come la sua esistenza. Aforistica, come il suo sguardo sul mondo e la vita. Al centro delle preoccupazioni esistenzialiste di Emil Cioran il fallimento veniva studiato con ossessione maniacale «da angolazioni diverse e in momenti diversi, come fanno i veri intenditori». Non solo gli individui potevano fallire, spiegava. Ma anche le società, i popoli, i paesi. Soprattutto questi ultimi, come il caso della Guerra civile spagnola ed in seguito la sua Romania. La patria natale era per lui un laboratorio privilegiato di questa condizione. Difatti, Cioran non si limitò a osservare il fallimento “da lontano”. Lo “praticò” in prima persona. Nel 1933, appena laureato, ottenne una borsa di studio a Berlino. E cedette al fascino del regime nazista appena insediato.

«Sono assolutamente entusiasta dell’ordine politico che hanno instaurato qui», scriveva all’amico, poi celebre storico delle religioni, Mircea Eliade. Adolf Hitler lo affascinava per la sua capacità di risvegliare gli impulsi irrazionali del popolo. Era quello che la Romania democratica non poteva offrire, secondo l’allora filosofo in erba. Una missione storica, un delirio collettivo che Cioran scambiava, con entusiasmo che definire giovanile sarebbe riduttivo, per mistica grandezza. Ancora oggi – e la memoria ne paga lo scotto, nonostante l’opera estesa a decine e decine di volumi per tutto il secondo Novecento – alcuni suoi articoli di allora fanno rabbrividire: «Di tutti i politici di oggi, Hitler è quello che amo e ammiro di più». Oppure: «Tutti i rumeni dovrebbero essere arrestati e pestati a sangue; solo dopo una tale bastonatura un popolo superficiale potrebbe fare la storia». L’enormità degli errori giovanili fu pesante. Egli arrivò a non riconoscere come suoi quei testi.

L’antisemitismo che venò gran parte della classe intellettuale romena – Eliade in testa – e l’atmosfera attorno alla Guardia di Ferro si scontrò con l’Olocausto e l’omicidio di conoscenti ebrei. Cioran avrebbe confessato che «l’entusiasmo è una forma di delirio». Nel 1937 lasciò la Romania per Parigi e si reinventò completamente. Adottò il nome E. M. Cioran, iniziò a scrivere in francese – usava il rumeno solo per bestemmiare, raccontava agli amici. Abbraccio sì la lingua francese, ma anche quella che definì la vita del parassita – o del fallimento, se vogliamo. Per anni visse infatti da “studente quarantenne”, mangiando nelle mense universitarie, accampato in una mansarda di Rue de l’Odéon. «Per me la cosa principale era salvaguardare la mia libertà», si sarebbe giustificato. «Se avessi mai accettato un lavoro d’ufficio, per guadagnarmi da vivere, avrei fallito». Ecco che Cioran trasformò la sconfitta in una forma di conoscenza superiore.

Il fallimento, suggeriva, ci avvicina a Dio. Imparentata con questo sentimento, anche la disperazione gioca un ruolo cruciale nella filosofia cioraniana. I suoi libri maturi – Sommario di decomposizione, La tentazione di esistere, Il funesto demiurgo – sono capolavori di quella che lui chiamava disperazione gioiosa. L’ironia finale della vita di Cioran fu che, proprio lui che aveva sempre temuto la perdita di lucidità, morì di Alzheimer. Negli ultimi anni aveva progettato il suicidio insieme alla compagna Simone Boué. Fu umiliante, paradossale, come tutta l’esistenza di Cioran. Una vita spesa sull’orlo spesso e volentieri della “posa intellettualistica”. Secondo Roger Kimball, uno dei critici del filosofo, Emil Cioran ribaltava costantemente la realtà tramite trucchi retorici. Amava provocare, scioccare, turbare. Una forma di solitaria e autocompiaciuta teatralità, fine a se stessa, ma al tempo molti intellettuali spettacolarizzavano le loro “crisi” esistenziali, ritenendosi moderni.

A testimoniare l’impatto di Cioran oggi è il fatto che continua a destare interesse. Il Prix Goncourt de la Biographie Edmonde Charles-Roux 2025 è stato conferito ad Anca Visdei, scrittrice franco-svizzera di origine rumena, per Cioran ou le gai désespoir (Éditions de l’Archipel). Si tratta della prima biografia completa dedicata al filosofo nichilista e aforista tagliente. Visdei, che ebbe occasione di frequentarlo, costruisce un ritratto intimo dell’autore, basandosi su numerosi materiali inediti. Dal libro si evince come, con il tempo e la presa di distanza dal pazzo estremismo giovanile, l’ideologia venne rigettata da Cioran, incapace di aderire a qualsiasi sistema di pensiero strutturato. Tra disperazione e ironia, Emil Cioran emerge come un personaggio maledettamente complesso e affascinante. Un lupo solitario, ma lucido e ossessionato dallo stile, avvolto nella decadenza. Seducente ed intricata, l’opera di Cioran trasuda di passione al di là degli artifici retorici.

Trent’anni dopo la scomparsa, personaggio ed opera – rigorosamente in quest’ordine – continuano ad attrarre lettori in cerca di un pensiero radicale, capace di mettere in discussione le certezze della modernità. Ma occorre non cadere nel pessimismo cosmico – questa sì una perdita di lucidità. Accettare il fallimento, ma non trasformarlo in una ragione o una condanna. Il rischio di Cioran di aver trasformato la sofferenza esistenziale in una posa intellettuale – la disperazione come genere letterario – è desueta. Ma di un autore così prolifico non si può buttare via nulla. «Che tormento essere ordinari, uomini tra gli uomini!», si lamentava. Forse è proprio questa la sua lezione più duratura: aver mostrato, attraverso l’esagerazione e la provocazione e non sempre con successo, quanto sia difficile sottrarsi alla mediocrità senza cadere nell’impostura. «Preferisco un’esistenza costantemente trasfigurata dal fallimento», scriveva. Oggi, quella trasfigurazione continua a interrogarci. Con tutta la sua grigia ambiguità e le sue contraddizioni.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine & PressReader)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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