Vince Merz, ma l’AfD raddoppia: Grosse Koalition in vista

Dal suo 1.98m, Friedrich Merz dominerà l’arco politico tedesco nella prossima legislatura e sarà il sesto cancelliere federale cristiano-democratico. Con la sorella bavarese CSU, la sua CDU ha vinto le elezioni politiche in Germania di domenica scorsa con il 28.5 per cento dei voti (208 seggi). Certo, Merz voleva superare il trenta: il suo è il secondo peggior risultato della CDU dal Dopoguerra. Ma il partito è in ascesa di oltre quattro punti rispetto alla débâcle del 2021. Mentre Markus Söder (CSU) è stato chiaro – nessun accordo con i Verdi – Merz ha subito dichiarato di volere una nuova Grosse Koalition con la SPD. Su carta, la maggioranza CDU/CSU + SPD si reggerebbe grazie a soli 13 parlamentari, visto che non se ne parla di aprire all’AfD. Così ha detto Merz a più riprese, anche se poche settimane fa una mozione dc in materia d’immigrazione ha incassato il sostegno di AfD.

I sondaggi si sono rivelati grossomodo affidabili. Il tasso di partecipazione è stato alto – l’84 per cento degli aventi diritto, un record dal 1990. Il governo dovrebbe essere pronto entro Pasqua. Il primo compito di Merz è quello di dare alla Germania fiducia in se stessa. Ovviare alla debolezza interna ed internazionale ed eliminare i tentennamenti – dall’economia alla difesa, dalla sicurezza alle migrazioni, dall’aiuto all’Ucraina alle relazioni con la Russia. Molto si giocherà sul fronte interno. Da vedere se si mostrerà all’altezza dell’incarico – e se entrerà nel club dei cancellieri “storici” (Konrad Adenauer, Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl, Gerhard Schröder e Angela Merkel) o in quello dei cancellieri deboli, tra cui il padre dell’economia sociale di mercato Ludwig Erhard, l’incolore Kurt Kiesinger e l’inconcludente Olaf Scholz, il grande perdente di queste elezioni. Allievo di Wolfgang Schäuble, fiscalmente e socialmente conservatore, pro NATO, pro-EU, pro-Ucraina, Merz è considerato un falco.

Eppure, si è dimostrato aperto a discutere – se non abolire – la Schuldenbremse, il freno al bilancio che limita il deficit annuo allo 0.35 per cento del PIL in Costituzione dal 2009. Rinato a sessantanove anni, Merz aveva lasciato la carriera politica mentre si consolidava il dominio merkeliano nella CDU. Preparato, con un ottimo inglese, dice che ha imparato governare l’ira che gli rimproverano. Da capo della CDU si è spostato verso destra sconfessando il merkelismo. Ma è a destra che troverà problemi. Seconda arrivata, infatti, è l’AfD, che ha raddoppiato i voti rispetto al 2021, al 20.8 per cento (152 seggi), facendo cappotto di collegi dell’ex DDR, paventando un nuovo muro di Berlino immaginario. Il cordone sanitario attorno all’AfD funzionerà. Ma sarebbe politicamente miope ignorare i milioni di tedeschi che hanno votato il partito che più di tutti in Europa spaventa per il suo radicalismo.

L’algida Alice Weidel si rafforzerà all’opposizione. Oggi AfD è diventata più radicale e si è liberata dei professori, compresi Bernd Lucke, Jörg Meuthen e Frauke Petry, orripilata da alcune frasi razziste – cifra, peraltro, del partito. Rimane lo studioso della Prussia Alexander Gauland, presidente onorario, amico del politologo rossobruno Aleksandr Dugin. In ascesa il leader afd in Turingia (qui il partito ha superato il quaranta per cento), il temutissimo Björn Höcke. Restano l’ex imbianchino (pure lui!) Tino Chrupalla, che scalda la base degli operai disillusi dell’Est, la nera duchessa Beatrix von Storch (suo nonno materno era niente di meno che Lutz Graf Schwerin von Krosigk) e l’europarlamentare filorusso indagato Maximilian Krah. TikTok è stato lo strumento-feudo assoluto dell’AfD in questa campagna, promuovendo la linea anti-immigrazione e persino il revisionismo storico sul Nazionalsocialismo. Un parlamento a destra, quindi, mentre tutti i partiti della coalizione semaforo sono stati puniti.

La SPD è stata inchiodata al 16.4 per cento (120 seggi), oltre nove punti in meno rispetto al 2021. In un sofferto discorso dopo i risultati, Scholz ha ammesso le sue responsabilità. Ha chiamato Merz, offrendosi di collaborare alla Grosse Koalition tramite un negoziato a cui prenderebbe parte anche il popolare ministro spd Boris Pistorius. Ma non sarà Scholz a rappresentare il partito socialdemocratico più antico del Continente, che con lui ha realizzato il suo minimo storico. La SPD non è più un Volkspartei; Scholz non ha saputo offrire né coerenza né leadership. È lecito chiedersi se il partito che più è uscito sconfitto dalle urne possa ora tornare al governo, sebbene come junior partner. Quanto ai Verdi, si fermano all’11.6 per cento (85 seggi), in calo di quasi tre punti. Risultato senza gloria per Robert Habeck – che lascia la guida – e Annalena Baerbock. Ma c’è chi ha fatto peggio.

I liberali dell’FDP, fermi al 4.3 per cento, non entreranno nel Bundestag. Un salasso del sette per cento rispetto a quattro anni fa. Il presidente fdp, Christian Lindner, che aveva scatenato la crisi di governo causando le elezioni anticipate, ha espresso la volontà di lasciare la politica. Destino analogo per il segretario, da pochi mesi in questa funzione, Marco Buschmann. Aperta, la fase di transizione sotto l’egida della vecchia guardia – Wolfgang Kubicki o Marie-Agnes Strack-Zimmermann. La felice performance di Die Linke (8.8 per cento, 64 seggi) è una delle sorprese di questa tornata elettorale. Il partito ha impedito al BSW di Sahra Wagenknecht di superare la soglia del cinque per cento. In Germania, un giovane su quattro ha votato die Linke. Gongola Heidi Reichinnek, che appare l’anti-Weidel. Insomma, il quadro politico del Bundestag è semplificato a cinque partiti. Una coalizione, sì, ma il rischio concreto di ogni coalizione è l’immobilismo.

Se Merz e la sua squadra non daranno risultati tangibili, sarà probabile che la prossima volta l’AfD diventi primo partito di Germania. I sintomi e le condizioni ci sono. C’è poco tempo. Visto il contesto nazionale (estremismo, populismo, deindustrializzazione) ed internazionale (l’abbandono dell’Ucraina, l’Europa sotto attacco dalle autocrazie orientali), il paese ha bisogno di un governo forte per affrontare le emergenze: immigrazione, sicurezza, crisi industriale. Ed investire in infrastrutture, ricerca, difesa, nuove tecnologie. Dalla salute della Germania dipende la salute dell’Europa. Ci si deve augurare che sotto la guida di Merz essa possa ritrovare una leadership anzitutto politica in Occidente. Il futuro cancelliere ha dichiarato che vuole rafforzare l’indipendenza da Washington in materia di difesa nucleare – si parla di duecento miliardi di Euro. Intanto, ha annunciato che il suo primo viaggio sarà a Parigi e poi a Varsavia, in una prospettiva di coesione della nuova e vecchia Europa.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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