Vent’anni di Euro, vent’anni di polemiche

L’Euro compie vent’anni. Vent’anni di successi, vent’anni di polemiche. La moneta unica è forse l’elemento più tangibile dell’Unione e dell’unità europea. Ma anche il simbolo di un allargamento territoriale e culturale che intendeva mettere in soffitta la Guerra Fredda e la cortina di ferro e federare le popolazioni del Vecchio Continente sotto una moneta comune. Il primo gennaio di vent’anni fa l’Euro divenne moneta corrente in undici paesi: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Poi ci fu la fretta di inglobare al più presto quanti più paesi possibile, come ha ricordato lo scrittore e saggista Claudio Magris (Sette, 31 dicembre 2021). Con l’allargamento del 2004 si aggiunsero sia all’UE che all’Euro anche Grecia, Cipro, Malta, Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania, che lasciarono le loro divise ed entrarono nella casa comune europea anche dal profilo monetario.

Altri otto paesi – Bulgaria, Croazia, Cechia, Ungheria, Polonia, Romania e Svezia – hanno invece mantenuto le loro monete nazionali, sebbene siano comunque membri dell’Unione. «Il primo gennaio 2002 ero con la famiglia e gli amici nella mia casa in Normandia», ricorda l’attuale presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde (ibid.). «Poco prima della mezzanotte andammo insieme alla ricerca del bancomat più vicino per prelevare dei soldi. Feci una scommessa: non sarebbero usciti franchi francesi, ma le prime banconote europee, fresche di stampa. E così fu. Brindammo». Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea (ibid.), ricorda invece che «ancora adesso è sempre una piacevole sorpresa accorgersi di aver ricevuto un Euro di un altro Paese». Da Dante Alighieri per l’Italia all’Esagono francese, passando per l’aquila federale tedesca e il Miguel de Cervantes spagnolo. Complice la globalizzazione, pochi ricordano com’era scorrazzare nell’Europa delle frontiere, dei dazi, dei visti, delle monete diverse.

L’Euro è sopravvissuto a molte crisi politiche ed economiche. Dall’entrata fraudolenta di Atene nel 2004 alla crisi del 2008; poi la crisi del 2011 e il micidiale triennio 2013-2015, che indebolì sia l’Euro che l’Unione, nonché la percezione e la fiducia di molti cittadini in entrambi. La moneta unica ha retto e ancora oggi è la seconda moneta di riserva a livello mondiale, dopo il dollaro statunitense. La cosiddetta crisi dell’Euro ha scatenato polemiche attorno alla moneta, che nonostante tutto ha contribuito a garantire stabilità economica agli stati che l’hanno adottata e all’Unione nel suo complesso. Con l’acuirsi della crisi economica, sociale e identitaria dell’Occidente, tra le risposte demagogiche si è annoverato anche l’attacco alla moneta unica. Molti hanno auspicato un’uscita da questa moneta, una cosa apparentemente scongiurata negli ultimi anni e che avrebbe colpito soprattutto cittadini a basso reddito e pensionati degli stati partecipanti.

Come ha scritto Carlo Stagnaro (Cosa succede se usciamo dall’euro?), i costi dell’uscita cadrebbero su chi paga in contanti, «su chi ha un reddito fisso e non ha modo di ottenere forme di indicizzazione all’inflazione, e su chi ha debiti denominati in valuta estera […]. Il rapporto debito/PIL finirebbe per aumentare […]. Le principali uscite dello Stato – stipendi e pensioni – […] perderebbero […] potere d’acquisto». Uno scenario di questo genere non è desiderabile e si manifesterebbe qualora si seguissero le ricette dei partiti populisti-sovranisti che hanno usato la moneta unica come capro espiatorio di tutti i mali dell’Occidente. Tuttavia, si ricordino i tre principali svantaggi dell’adozione dell’Euro – moneta tutt’altro che perfetta anche secondo l’ammissione dei suoi creatori. Il primo è che gli Stati hanno perso la loro autonomia monetaria, ovvero la possibilità di stampare autonomamente moneta, alzare o abbassare il tasso di interesse e svalutare la divisa.

Ha scritto Mario Monti (Corriere della Sera, 2 gennaio 1999): «la perdita di indipendenza è stata vantaggiosa e dignitosa. Vantaggiosa, perché la sovranità perduta […] era stata […] esercitata male nel corso dei decenni […]. Dignitosa perché i poteri che hanno lasciato Roma sono stati requisiti da una potenza straniera più potente di altre». Il secondo svantaggio della moneta unica è al momento dell’adozione alcuni membri potrebbero aver avuto un tasso di cambio sfavorevole. Il terzo svantaggio è che con l’Euro erano possibili shock economici domestici – non è accaduto. Quanto ai vantaggi, questi sono molteplici. La BCE ha assicurato la stabilità dei prezzi, cioè un’inflazione moderata. Alberto Mingardi (La verità, vi prego, sul neoliberismo) ha scritto che questa «è sempre un problema monetario, e per piegarla basterebbe ridurre l’offerta di moneta. Ma ai politici di solito ciò non piace», visto che a ciò si accompagnerebbe il fallimento di diverse imprese.

Un secondo vantaggio è che l’istituto di gestione è autonomo rispetto alla politica. La cosa venne imposta dalla Germania, che non voleva abbandonare il marco tedesco senza la garanzia che poi non avrebbe pagato per tutti. Il terzo vantaggio è la riduzione degli oneri legati alla moneta: delle fluttuazioni del cambio, dei tassi d’interesse e del costo delle transazioni tra una moneta e l’altra. Un quarto vantaggio è l’aver aiutato a garantire un potenziale impiego generalizzato, dunque un basso tasso di disoccupazione e un buon tasso di crescita. Un quinto vantaggio è una ragione simbolica. L’Euro è un simbolo di unità ed omogeneità europea. Gli Stati sovrani non hanno annacquato la loro identità né con l’entrata nell’UE né con l’adozione della moneta unica. L’Euro è stato, in potenza, un elemento di unificazione importante in un’Europa che, a differenza di oggi, nel lontano 2002 ricordava ancora muri e frontiere.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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