Interessi e tratti comuni degli imperatori asiatici

Sono molti gli aspetti in comune tra Vladimir Putin e Xi Jinping, i due imperatori asiatici. Profondamente autoritari, alternando dirigismo statalista e libero mercato. Si fingono amici dell’Occidente e hanno consapevolezza del loro ruolo personale nelle scelte geopolitiche dei rispettivi paesi. Sono ambiziosi e desiderosi di lasciare una legacy importante. Mentre Xi si muove in maniera sinuosa e silenziosa, mostrandosi amico di tutti a suon di denaro, Putin preferisce affidarsi a grandi mosse politico-militari roboanti ed episodiche. Se Xi preferisce il basso profilo e il concetto di flusso penetrante, Putin sembra ossessionato dal voler visibilmente “contare” sui tavoli della politica internazionale. Il tratto comune più importante che i due autocrati condividono è il disprezzo per la democrazia liberale e mania del controllo sociale. In entrambi i paesi, uno nutre l’altro.

Come ha scritto Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 9 gennaio 2019), «dai tempi degli zar fino a Putin […] i gruppi dirigenti russi si sono sempre legittimati agli occhi dei sudditi facendo ricorso all’espansionismo territoriale e all’aggressività verso l’esterno. La “democrazia autoritaria” […] guidata […] da Putin non fa accezione. Tanto più che il mancato sviluppo economico interno, e il peggioramento delle condizioni di vita dei russi, impongono a Putin di ricorrere a diversivi: gonfiare i muscoli e lanciarsi in avventure internazionali». Mossa riuscita in Crimea nel 2014, ma che ha avuto come risposta le sanzioni economiche che hanno colpito il ceto-medio russo. Non stupisce quindi l’avvicinamento di Putin a Xi. «La resistenza di Mosca a liberalizzare l’entrata di cinesi in Siberia, e soprattutto nel porto di Vladivostok», ha scritto Maurizio Molinari (Assedio all’Occidente) «evidenzia il timore di subire l’impatto economico della crescita dell’incontenibile vicino lungo la frontiera del conflitto del 1969».

Col passare degli anni e l’affermarsi dell’unico grande attore geopolitico rimasto dopo la Guerra Fredda (gli Stati Uniti), Cina e Russia hanno lentamente iniziato a cooperare. Decisivo fu il 1989, quando anche i due sistemi comunisti reagirono in maniera diversa alla “fine della Storia”. Aprendosi, uno collassò (l’URSS), l’altro si aprì in merito agli aspetti più vantaggiosi del libero mercato. Da allora le relazioni tra i due paesi si sono solidificate in un matrimonio del tutto strategico. Ancor prima di condividere un’affinità ideologica autoritaria e illiberale (Comunismo-capitalista cinese vs. nazionalismo-panrusso) sia Pechino che Mosca sono mutualmente interessati a indebolire il mondo occidentale, già di per sé fragile a causa dell’isolazionismo in stile hooveriano della corrente amministrazione americana, nonché dalla scarsa unità europea. Russia e Cina sono alleate per destabilizzare congiuntamente l’Occidente.

Sia a livello di sicurezza e intelligence (Mosca, con tutti i sistemi di hackeraggio e i finanziamenti dei partiti demagogo-populisti europei), sia a livello commercial-economico (Pechino, con i flussi di capitali che trasformano stati falliti in succursali cinesi). Come nella Guerra Fredda, il grande nemico, nascosto dietro ai sorrisini stizziti di Xi e agli occhi di ghiaccio di Putin, sono gli Stati Uniti. La celata ostilità nei confronti di Washington è uno degli ingredienti più importanti del cemento che unisce Pechino e Mosca. Cina e Russia sanno che non è (ancora) il momento per un confronto militare con gli Stati Uniti. I due imperatori asiatici riconoscono che il gigante americano ha un impatto semi-egemonico in termini di relazioni internazionali, commercio e influenza sulle istituzioni finanziarie. Entrambi, apparentemente più Xi che Putin, ritengono che la partnership con Washington sia necessaria, nonostante le ritrosie e le aggressività trumpiane.

I due imperatori asiatici percepiscono la superiorità e l’egemonia americana, ma sanno che il secolo corrente non sarà un secolo a stelle e strisce, anche sei mai si potrà prescindere dagli Stati Uniti. Il tipico metodo americano di “esportazione della democrazia” è interpretato da Mosca e Pechino come un espansionismo geopolitico di influenze. I due giganti asiatici si oppongono ai sistemi difensivi statunitensi, nonché alla politica dello spazio e del cyberspazio (a questo, nell’ultimo decennio, sono stati allocati miliardi e miliardi di dollari da parte della Cina per tentare di scavalcare la Silicon Valley). Il confronto più caldo e diretto tra le tre potenze è il Medioriente, teatro importante per l’alleanza sino-russa e le ostilità da Guerra Fredda con Washington. Il Medioriente è l’area a cui Putin è interessato dal punto di vista militare e geostrategico, mentre Xi vi si focalizza sul piano commerciale.

Tra l’altro, entrambi i leader sono arrivati al potere dei rispettivi paesi proprio dopo lo scoppio delle primavere arabe: Putin nel 2012, Xi nel 2013. Per quanto riguarda l’Europa, questa è al centro della geopolitica mondiale, ma a differenza del passato, sembra non accorgersene. Debole e fragile, l’UE è sotto attacco da tutti e tre i blocchi di poteri: Stati Uniti, Cina e Russia. In merito al secondo e al terzo attore, Federico Rampini (La seconda guerra fredda) si stupisce di quanto poco interesse susciti Xi Jinping nei confronti degli occidentali. Putin «è molto più famigliare […]; le sue biografie abbondano. Eppure, la Russia è un nano economico, finirà con l’essere risucchiata nell’orbita della Cina». Le sanzioni europee per la questione della Crimea hanno contribuito a spingere Putin a cercare intese con l’uomo forte di Pechino.

Nella spartizione delle aree di influenza (economica e geopolitica), Pechino è dominante su Mosca. Putin si trova ad essere il partner minore dell’alleanza sino-russa. Il Cremlino «rimane potente dal punto di vista militare e nucleare ma non ha la demografia, l’economia, il sistema politico e nemmeno il soft-power per giocare il ruolo di protagonista unico nell’Eurasia» ha scritto Danilo Taino (Scacco all’Europa). Putin lo sa bene. E lo sa anche Xi. Ancora Rampini (Il tradimento), «con Putin, Xi ha un rapporto strumentale. Lo guarda dall’alto della ricchezza economica della Cina, al cui confronto la Russia è […] un petro-Stato […]. Ma rispetta la proiezione internazionale della Russia, la sua capacità […] di esercitare una diplomazia globale sorretta dalla forza militare». I due imperatori asiatici collaborano: remano a favore dei loro interessi. Cosa che non fa bene né agli Stati Uniti, né all’Europa.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Corriere dell’Italianità)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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