Con una struttura da saggio accademico, Leggere Céline (Carocci editore 2026) di Iacopo Leoni ripercorre la biografia e l’opera di Louis-Ferdinand Céline contestualizzandola nel suo tempo storico. Lo scrittore francese, spiega l’autore, resta imprescindibile nel Novecento pur essendo l’espressione di una visione del mondo fondata su presupposti detestabili. Un innovatore geniale della forma letteraria, ma anche l’incarnazione di idee politiche irricevibili. Con gli anni Céline è diventato una figura monumentale della letteratura, scrive Leoni, pur avendo tenuto, sul piano umano, una condotta spregevole. Il lettore è perciò bloccato in una posizione scomoda, in un equilibrio precario tra fascinazione e ripulsa. Céline dà voce a un essere umano e a un corpo lacerati dagli orrori del proprio tempo, alimentati da convinzioni ideologiche controverse. La biografia parte da Louis-Ferdinand Destouches, nato a Courbevoie il 27 maggio 1894, incarnazione di una piccola borghesia già in declino.
L’infanzia trascorre a Parigi, al passage Choiseul. Risultati scolastici deludenti e insofferenza verso lo studio portano il futuro medico in Germania e in Inghilterra. Ferito al braccio durante una missione nelle Fiandre nell’ottobre 1914, viene decorato con una medaglia al merito. Racconterà quell’esperienza in Guerre, il cui manoscritto, trafugato nel 1944 dal suo appartamento a Montmartre e ritrovato solo nel 2021. Per Céline, letteratura e vita restano un’unica dimensione. Dopo un soggiorno a Londra come funzionario del consolato francese, l’irrequietezza lo porta in Camerun. Si sposa e poi divorzia, quindi conclude gli studi di medicina con una tesi sulla vita e l’opera di Ignaz Semmelweis, che già anticipa l’impronta dello scrittore a venire. Nel 1920 nasce la figlia. Trova poi un impiego presso la sezione di igiene della Società delle Nazioni e comincia a viaggiare tra Europa, Africa e Stati Uniti.
Nel 1926 incontra la ballerina americana Elizabeth Craig. Arriva quindi Voyage au bout de la nuit, l’esordio letterario e capolavoro del secolo, pubblicato dopo varie traversie presso l’editore Denoël nel 1932. Il linguaggio orale e popolare racconta le miserie di un’umanità a pezzi. Fu Georges Bernanos, in un articolo sul Figaro, a definirlo «uno scrittore fatto da Dio per scandalizzare». Nel 1936 arriva il secondo romanzo, Mort à crédit, trasfigurazione del vissuto infantile. Subito dopo comincia la sciagurata stagione dei pamphlet antisemiti, scritti al ritorno dall’Unione Sovietica. Già in Mea culpa, del 1936, affiorano toni ostili verso gli ebrei, seguiti da Bagatelles pour un massacre (1937), L’École des cadavres (1938) e Les Beaux draps (1941). Guignol’s Band (1944) è dedicato al suo soggiorno londinese di vent’anni prima. Lo sbarco in Normandia lo costringe a fuggire da Parigi con la moglie Lucette Almanzor e il gatto Bébert.
Ripara nella Germania devastata cercando di raggiungere la Danimarca. Si ferma a Sigmaringen, dove trova rifugio presso lo stato maggiore del governo di Vichy e poi infine arrestato: quattordici mesi di reclusione e diversi ricoveri ospedalieri. Leoni parla di un sentimento di vittimismo del tutto estraneo alla letteratura francese dell’epoca, dominata dal modello sartriano. Céline diventa così l’incarnazione vivente dell’antisemitismo, l’emblema di una colpa che pesa sulla comunità nazionale. L’amnistia del 1951 gli permette di rientrare in Francia, a Meudon. Nasce la trilogia tedesca – D’un château l’autre, Nord e Rigodon, il cui manoscritto consegnò all’editore pochi giorni prima di morire, il 1° luglio 1961, per emorragia cerebrale. Leoni sostiene che i primi romanzi furono orientati alla costruzione di un vero e proprio mito personale, con una proiezione autobiografica mai davvero scomparsa. Céline si considerava il portavoce di una verità superiore, sancita dall’alleanza tra discorso medico-igienista e sensibilità letteraria.
Fu proprio quella convergenza, feconda sul piano dell’invenzione, a generare anche i pamphlet antisemiti. L’ossessione per l’igiene si salda al delirio del romanziere, alla follia polemista, alle allucinazioni autodistruttive, all’oscenità linguistica e all’incubo del razzismo. Negli anni Quaranta Céline tenta di trincerarsi dietro l’immagine di uno scrittore interessato più alla forma che ai contenuti. L’operazione riesce solo in parte, ma la componente stilistica finisce per assumere un ruolo preponderante, capace di offuscare la materia narrativa stessa. I romanzi del secondo Dopoguerra esasperano la frantumazione del discorso con un andamento percussivo. Esperienza e trasfigurazione diventano il fondamento di una nuova poetica, opposta però anche al delirio, alla distorsione espressionista, a un’esperienza vissuta iperbolica – un’invettiva antimoderna. Céline sbandierò sempre l’importanza dell’oggettività autobiografica e il viaggio diventa la forma stessa del racconto. Leoni arriva a definirlo un erede di Charles Baudelaire, se non fosse per la bulimia esperienziale del personaggio.
In Voyage au bout de la nuit la fuga è il tema predominante, unica risorsa per fronteggiare una radicale perdita di senso del contemporaneo: il viaggio come ricerca del nulla assoluto, «una piccola vertigine per coglioni». È lì che si legge anche una delle formule più celebri di Céline: «La verità è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire». Un intero capitolo è dedicato al Céline polemista. Leoni rilegge i romanzi degli anni Trenta, dove abbondano invettive e requisitorie. E osserva come lo scrittore levighi lo stile affinché il linguaggio possa aderire alle rovine della realtà. Affronta poi la questione antisemita e l’impossibilità di operare una cesura chirurgica che separi le pagine sane da quelle corrotte. Respingere in blocco Céline sarebbe un errore, anche di fronte a posizioni intollerabili. Perché le due dimensioni non si possono scindere.
Una contraddizione che condanna lo scrittore a un calvario personalissimo. Bagatelles resta comunque “il libro mostro” dell’antisemitismo celiniano. Un meccanismo di proiezione e spostamento in cui la condotta razzista viene imputata agli stessi ebrei. Il tentativo dell’odio celiniano, scrive Leoni, è quello di ricomporre la disgregazione dell’io attraverso una febbre ideologica in cui aggressione e ritmo sono la stessa cosa. Negli anni Cinquanta il delirio si evolve in un concetto di fantasmagoria. Féerie pour une autre fois, pubblicato per Gallimard, è un insuccesso, seguito da un secondo volume che torna sui dolorosi eventi della fuga da Montmartre e sulle sofferenze della prigionia e dell’esilio. Il narratore accumula ricordo su ricordo, in una svolta stilistica ancora più radicale. Lo stesso Céline dichiara di aver smesso di essere uno scrittore per diventare un cronista, di aver «messo la pelle sul tavolo perché la morte è una grande ispiratrice».
Ma la pretesa di oggettività si incrina di fronte a una libera riformulazione degli eventi. La trilogia, secondo Leoni, può essere letta anche come il presupposto fondativo dell’intera poetica celiniana … L’archetipo del viaggio come schema narrativo e riflesso del suo pessimismo. Il viaggio si trasforma così in un errare senza fine. E con esso si disgrega l’io: individui alla deriva in un mondo grottesco e quasi apocalittico, in cui sopravvivono anche deboli sussulti vitali, mentre la trasposizione dell’orrore diventa l’unica risorsa celiniana. La coesistenza tra delirio e cronaca, narrazione e autobiografia, approda ad un Céline anziano unico depositario della verità, con tracce di paranoia. Gli ultimi capitoli sono dedicati alle scoperte del 2021. Prima Casse-pipe, poi Guerre, il più interessante degli inediti, in cui il fantasma della morte si palesa nelle stanze dell’ospedale da campo dove giace il protagonista omonimo: «Fischiano come le pallottole negli uccelli».
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
