Come se ne esce (Mondadori 2026) di Francesco Costa si apre con un’epigrafe di Antonio Gramsci, tratta dai Quaderni del carcere: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». È attorno a questo interregno che Costa costruisce il volume. Il mondo, scrive, è più instabile che mai. E niente di tutto questo sparirà con la fine della presidenza di Donald Trump, che è il punto di arrivo di una crisi molto più lunga. Finché non sarà affrontata, produrrà altri Trump, con qualsiasi nome arriveranno. Il problema di fondo, per Costa, è che è difficile proteggere le democrazie quando smettono di produrre risultati soddisfacenti su redditi, sicurezza, libertà, servizi e diritti. Il caos che gli Stati Uniti esportano ovunque, insomma, nasce dal caos al loro interno.
Costa parte dal declino delle infrastrutture e dei servizi pubblici americani. La mortalità infantile resta peggiore che negli altri grandi paesi. Partorire è più pericoloso che in qualsiasi altro paese avanzato. Il morbillo, dichiarato eliminato nel 2000, nel 2025 ha contagiato più di duemila persone. Le capacità di lettura e calcolo degli studenti peggiorano da un decennio. Decine di migliaia di ponti e strade sono in condizioni pessime. Milioni di case ricevono acqua da tubature di piombo. Ognuna di queste storie, scrive Costa, ha colpevoli ed eccezioni proprie, ma messe insieme mostrano un paese dove le cose ordinarie diventano complicate, costose, rischiose. E le persone non hanno tutti i torti a pensare che qualcuno le stia imbrogliando. Gli elettori convinti che tutto sia truccato hanno scelto un presidente che applica al resto del mondo la stessa diagnosi e la stessa cura. Cioè: qualcuno vuole fregarci, sarà bene fregarlo per primi.
Sul fronte dem, Costa individua un problema irrisolto. Politici come Kamala Harris e Gavin Newsom hanno un’immagine pubblica opposta a quella di cui avrebbero bisogno. I gruppi di sinistra li considerano moderati, centristi, bolsi, compromessi. I moderati li considerano ideologici, buoni a nulla, irragionevoli. Diverso il caso di Zohran Mamdani. Che Costa analizza come modello alternativo. Ha mobilitato la propria base mentre corteggiava gli avversari interni, legittimandone le idee. La sua strategia comunicativa, scrive Costa, è stata «ossessiva, ubiqua, positiva e sorridente fino allo sfinimento». Parlare con chiunque, corteggiare i rivali, comunicare e postare, restare sempre al centro della scena, mostrarsi ottimisti e accoglienti, mai ostili né settari, cercando di unire più che dividere. Mamdani si è così collocato in una condizione ideale, «abbastanza di sinistra per la sinistra, abbastanza liberale per i liberali», cominciando a incontrare rabbini, poliziotti, manager e pezzi dell’establishment che lo guardavano con diffidenza.
Osserva Costa: le regioni più rurali e conservatrici degli Stati Uniti amano promettersi normalità. Tasse più basse, case meno costose, persone semplici e possibilmente uguali: sanno di non voler essere come gli altri, ma a volte non sanno altro. E la rabbia ne è una conseguenza logica. Eppure, il decennio di Trump è stato, malgrado le attese, un decennio di depolarizzazione. Il Partito repubblicano non ha mai avuto un elettorato così eterogeneo sul piano etnico. Nello stesso paesaggio compare Joe Rogan, il podcaster di maggior successo al mondo, ex comico appassionato di arti marziali, con opinioni difficili da incasellare. Costa ricostruisce anche le tensioni interne alla sinistra. Trump e Bernie Sanders, scrive, trovarono due modi opposti di parlare allo stesso senso di perdita, allo stesso desiderio di radicalità, mentre la resistenza a Trump è diventata «un sistema di riconoscimento e una postura morale da manifestare in ogni occasione».
Il rapporto con sicurezza e legge, aggiunge, è un’altra questione che ha frenato la presa di potere della sinistra radicale nel Partito democratico. Su Alexandria Ocasio-Cortez, la destra ha costruito uno spauracchio mentre la sinistra vi ha visto la prova che il partito potesse essere preso dal basso: sanità pubblica, salario minimo, tasse sui ricchi, debiti studenteschi, sindacati, affitti, potere delle grandi aziende ed energia pulita restano, per Costa, i temi con cui Ocasio-Cortez potrebbe provare a portare quella proposta fuori da New York. Un intero fronte del libro è dedicato all’immigrazione. Costa racconta lo sciopero generale contro l’ICE che paralizzò Minneapolis a gennaio 2026, dopo l’uccisione di Alex Pretti, colpito dopo essere stato prima immobilizzato con la forza. Trump, scrive, ha costruito la propria identità politica sull’immigrazione, ha radicalizzato il dibattito pubblico e trasformato il confine in una scenografia permanente della politica americana.
Diversa la gestione di Joe Biden, che aveva altre priorità – vaccinare il paese, riaprire l’economia – trattando l’immigrazione come questione laterale da gestire con discrezione. Non spiegò mai chiaramente quanti immigrati volesse accogliere né quali regole intendesse far rispettare. Il secondo Trump, osserva Costa, non si è limitato a fermare chi voleva entrare: è andato a prendere persone che vivevano negli Stati Uniti da anni, con lavoro, figli, casa e una pratica aperta con il governo. Dopo Minneapolis, una parte dei democratici è tornata a chiedere l’abolizione dell’ICE, agenzia nata solo nel 2003 e quindi scioglibile come qualsiasi altra struttura federale. Ma abolire una sigla, avverte Costa, non abolisce il compito. Il capitolo sulla corruzione è tra i più diretti del libro. Durante il secondo mandato, scrive Costa, Trump e la sua famiglia hanno smesso di far finta che incarico pubblico e affari privati siano mondi separati.
I figli hanno investito nei settori promossi dalla Casa Bianca – criptovalute, IA, droni, minerali strategici. I piani per trasformare la Striscia di Gaza in una Miami Beach non sono mai andati oltre un video diffuso da Trump sui social. I tentativi di chiudere la guerra in Ucraina promettendo affari su petrolio e terre rare sono falliti. In compenso, secondo una documentata inchiesta di Reuters citata da Costa, alla fine di aprile 2026 la famiglia Trump aveva guadagnato 2,3 miliardi di dollari dai propri affari legati alle criptovalute – reso possibile dalla posizione presidenziale, che ha permesso a Trump non solo la sospensione di ogni procedimento a suo carico, ma anche la possibilità di interferire con il dipartimento di Giustizia fino a far chiudere casi e indagini. Per Costa, la base repubblicana continua a adorare Trump e opporglisi significa rinunciare alla carriera.
Trump incassa i dividendi di una sfiducia verso le istituzioni che ha saputo «capire, alimentare e usare meglio di chiunque altro». Non esistono, per lui, buoni e cattivi, ma solo cattivi che fingono di non esserlo. Convinti gli americani che queste pratiche riguardino tutti e non solo lui, Trump ha rovesciato a proprio favore un cinismo popolare. Se ogni idealismo nasconde la volontà di fare affari, chi ne parla apertamente sembra più onesto degli altri. Non chiede di credere che lui sia pulito, ma che nessuno lo sia. «Il punto più velenoso della sua politica», scrive Costa, perché il cinismo ha sempre l’aria di essere più intelligente della fiducia. Nel frattempo, osserva Costa, Trump ha indebolito gli strumenti che avrebbero potuto vigilare sulle sue azioni, a partire dal licenziamento di molti ispettori generali. Il crollo della fiducia nelle istituzioni ha radici lontane.
Alla fine degli anni Cinquanta quasi tre americani su quattro dicevano di fidarsi del proprio governo, oggi meno di due su dieci. La curva comincia a scendere negli anni Sessanta con la guerra in Vietnam, risale un poco tra anni Ottanta e Novanta grazie alla fine della Guerra fredda, tocca un ultimo picco nazionalista dopo l’11 settembre 2001, per poi scendere ininterrottamente. Interrogati sul problema più importante del paese, oggi la maggioranza degli americani risponde: la corruzione e lo stato delle istituzioni. Le ragioni, scrive Costa, precedono Trump: la guerra in Iraq costruita su premesse false, la crisi dei mutui subprime con le banche salvate mentre le famiglie affondavano, i farmaci a prezzi incomprensibili, la sorveglianza di massa, i giudici della Corte suprema che accettano regali dai miliardari interessati alle loro decisioni. Tra le figure democratiche emergenti il libro passa in rassegna Jon Ossoff, Josh Shapiro e Pete Buttigieg.
Il trumpismo, sostiene Costa, prospera anche mentre crolla la popolarità personale di Trump, perché ha convinto milioni di persone che la corruzione sia la condizione naturale della politica. Per uscirne, scrive, non basterà aspettare l’uscita di scena di Trump né ripristinare le vecchie consuetudini. Servirà rendere molto più difficile che un presidente e la sua famiglia ricevano denaro da potenze straniere o usino l’incarico per arricchire le proprie aziende, rafforzando ispettori generali, indipendenza della Giustizia, regole sui conflitti di interesse e trasparenza delle donazioni. Ma una democrazia, avverte Costa, non resta in piedi solo perché si dota dei migliori divieti: resta in piedi se abbastanza persone tornano a credere che quei divieti servano a qualcosa. Gli Stati Uniti sono diventati imprevedibili persino per i propri alleati più stretti, che su di loro avevano costruito sicurezza, economia e parte della propria identità politica.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
