In una trentina di capitoli, nel suo L’impero in bilico (Solferino 2024) Antonio Di Bella – corrispondente RAI da oltre trent’anni negli Stati Uniti – racconta l’America di oggi in previsione del voto di novembre 2024. È difficile scrivere o parlare dell’America a un pubblico italiano, esordisce l’autore, che definisce gli Stati Uniti “lost in translation”. Infatti «i concetti di destra e sinistra così come li intendiamo in Italia sono poco utili alla comprensione della realtà politica americana». Se un tempo «i conservatori inneggiavano al capitalismo americano, la sinistra vagheggiava un altro mondo possibile», «oggi esponenti di destra inneggiano a Mosca, mentre la sinistra guarda a Washington». Il fenomeno Donald Trump, scrive Di Bella, non è un impazzimento collettivo, ma «lo sfruttamento sapiente da parte di un candidato spregiudicato di una serie di errori politici dei democratici». L’assalto al Congresso è il fil rouge del volume.
Il 6 gennaio 2021 è stato un trauma profondo per la democrazia americana. Trump non è il solo colpevole del deterioramento democratico, ma è stato capace di sfruttarne rabbie sociali e paure. Giovanni Orsina definisce il Trumpismo più come età del populismo che come età della protesta. Dopo la fine della Guerra fredda e la caduta del blocco sovietico, ricorda Antonio Di Bella, la logica del libero mercato sembrava dovesse espandersi in tutto il mondo, portando con sé un’epoca felice per i liberi cittadini-consumatori. Chi si opponeva, sembrava porsi fuori della storia. Oggi invece sussiste il rifiuto in blocco di questa e qualsiasi realtà. Si pensi alla frangia fondamentalista cristiana. In passato considerata minoritaria nel GOP, oggi sembra invece costituirne la maggioranza. Mentre nel resto del mondo assistiamo a una secolarizzazione delle opinioni pubbliche, in America la tendenza è di un incremento delle pratiche religiose.
Il richiamo a Dio è sempre presente nel dibattito politico americano. Ma se Trump sembra usare la fede come una clava, Joe Biden è esattamente l’opposto. Si diceva a proposito dell’unico altro presidente cattolico, John F. Kennedy: «Nel caso di una grave crisi, a chi obbedirà il primo presidente cattolico: all’America o al Vaticano?». Collegato alla questione religiosa, il concetto di “grande sostituzione”. Ovvero, ricorda Di Bella, l’idea di un progetto che minaccia di sostituire la maggioranza bianca. Una tesi propugnata già in Le Grand Remplacement, dove Renaud Camus si scagliava contro gli immigrati musulmani. Tematica annessa alla questione etnica. Il BLM ha assunto negli ultimi anni un peso politico notevole con la morte di George Floyd. La police brutality è finita nel mirino del movimento, che ha puntato il dito contro i pregiudizi e la discriminazione della minoranza afroamericana. Sotto lo scrutinio di Antonio Di Bella, anche l’emergenza Covid.
Poi il ruolo della politica ESG: Environmental, Social Governance – e sarà la strada dello sviluppo futuro. «I fattori di tipo ambientale riguardano l’esigenza di favorire processi produttivi meno energivori e con minore impatto sull’ambiente; i fattori di sostenibilità sociale si riferiscono alle relazioni di lavoro, all’inclusione, al benessere della collettività e al rispetto dei diritti umani; infine, i fattori di governo societario riguardano il rispetto di politiche di diversità nella composizione degli organismi di amministrazione delle imprese». La scelta di una multinazionale di favorire politiche ambientali e lottare contro la discriminazione di genere pesa ormai quanto e oltre le politiche federali. Contro questo fenomeno va la politica di esponenti repubblicani come Ron DeSantis, che si erge a difensore di valori presuntamente traditi – “Dio, patria e famiglia”. Antonio Di Bella ricorda la forca nell’ambito del revisionismo per alcuni personaggi storici, colpevoli di aver posseduto schiavi, come Thomas Jefferson.
La questione israelopalestinese tocca anche la società americana. A Washington migliaia di manifestanti con le bandiere della Palestina hanno marciato davanti al Parlamento per chiedere un cessate il fuoco a Gaza. Non sono solo iniziative di americani di origine palestinese, ma incrementalmente proteste di ebrei dem. E le posizioni che contestano Israele sono prese soprattutto dai giovani, esponenti della Gen Z, la generazione dei nati tra il 1997 e il 2012. «Nel 1984, gli americani sotto i trent’anni appoggiarono con forza la rielezione di Ronald Reagan. Nel 2000 si divisero quasi equamente tra George W. Bush e Al Gore. È vero che le persone spesso diventano un po’ più conservatrici a mano a mano che invecchiano […]. Negli ultimi decenni, i principali eventi, tra cui la guerra in Iraq, la crisi finanziaria, la presidenza di Barack Obama e il caos della presidenza Trump, sembrano aver creato una generazione progressista».
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su theWise Magazine)
