Wolfsschanze, storia e segreti della Tana del Lupo

La Tana del Lupo (Mondadori 2026) ricostruisce la vita quotidiana nel quartier generale che Adolf Hitler scelse come rifugio operativo dopo l’invasione dell’Unione Sovietica. Felix Bohr racconta come, nel cuore delle foreste della Prussia orientale, lontano dalle città distrutte dalla guerra, la Wolfsschanze rappresentò la forma più estrema della frattura tra il potere nazista e la realtà. Hitler vi trascorse più di ottocento giorni tra il 1941 e il 1944. Fu dalla Tana del Lupo che ordinò la guerra di annientamento contro l’URSS. Là cadde in depressione dopo la disfatta di Stalingrado. Bohr osserva che il luogo divenne un simbolo identitario nella lotta nazista per lo “spazio vitale” a Est. La nuova amministrazione polacca cambiò poi il toponimo Rastenburg in Kętrzyn e il ricordo della Tana del Lupo svanì quasi del tutto. Oggi la visitano trecentocinquantamila persone all’anno, perlopiù turisti in vacanza sui laghi vicini.

Bohr ricostruisce l’origine del luogo. I quartieri generali del Führer si rifacevano al grande quartier generale del comando supremo dell’esercito del Kaiser Guglielmo II a Spa, in Belgio, durante la Grande Guerra. Fu Hitler in persona a sceglierne il nome. Aveva un’ossessione per le belve. E la Prussia orientale, terra d’origine dell’Ordine teutonico, gli suggerì l’immagine del lupo. Restò comunque sempre un ripiego, una via di mezzo tra una fortezza e un accampamento, o un accampamento teutonico, secondo la definizione che lo stesso Hitler diede all’inaugurazione. «Questo quartier generale diventerà un monumento storico, perché da qui sarà fondato un nuovo ordine mondiale», disse. La fitta vegetazione rendeva il complesso poco visibile dall’alto e protetto dai bombardamenti. Se ne occupò l’azienda di ortofloricoltura Seidenspinner di Stoccarda e gli edifici, capaci di resistere alle bombe aeree, impedirono agli Alleati di scoprire l’esatta ubicazione del bunker.

Fino al 1944 il complesso continuò a crescere. Sorsero una sala da tè, un caffè, una sauna e una birreria. Mentre il cinema della Tana del Lupo, nella primavera del 1943, proiettò per la prima volta a Hitler un filmato sulla V2, la Wunderwaffe. Vi lavoravano cuochi già impiegati in eleganti alberghi berlinesi e massaggiatori provenienti dai saloni di bellezza del Kurfürstendamm. Vi giunsero anche ospiti illustri da Stati alleati, come Benito Mussolini, il finlandese Carl Gustaf Emil Mannerheim e lo slovacco Jozef Tiso. Galeazzo Ciano, in visita il 18 dicembre 1942, ne notò l’atmosfera opprimente, descrivendola come una «vita trogloditica». Alfred Jodl la definì «una via di mezzo tra un monastero e un campo di concentramento». Attorno al dittatore ruotava una squadra fissa di collaboratori. Bohr ne ricostruisce i profili. Tra cui Hans Heinrich Lammers, capo della Cancelleria del Reich e Theo Morell, il medico personale.

Martin Bormann, il tuttofare di Hitler, secondo la definizione di Michael Wildt, apparteneva alla “Generation des Unbedingten”, la “generazione dell’assoluto” che non aveva potuto combattere nella Prima Guerra mondiale per motivi anagrafici e che per questo si radicalizzò nei primi anni della Repubblica di Weimar. Diventato nel 1941 segretario del Führer e capo dei Gauleiter, eseguiva «ogni cenno e desiderio di Hitler come fosse un ordine», racconta Heinz Linge, cameriere del dittatore. E mentre Bormann si muoveva nell’ombra, Hermann Göring amava apparire. Il maresciallo si recava alla Tana del Lupo ogni due settimane, vestito da operetta, secondo Bohr, nel doppio ruolo di presidente della Prussia e Reichsjägermeister. La sua svogliatezza indusse poi Hitler a trasferire ad Albert Speer la responsabilità degli armamenti per l’aviazione. Anche Joachim von Ribbentrop rientrava nel novero dei perdenti del periodo bellico.

Speer sfruttò il lavoro di milioni di internati e fu tra i responsabili della costruzione del campo di Auschwitz, ma nelle sue memorie minimizzò i propri soggiorni al’HQ. Wilhelm Keitel, tra i principali consiglieri militari insieme a Jodl, era così servile che i camerati, giocando con l’assonanza, lo soprannominarono “Lakeitel”. Il 22 giugno 1941, il Terzo Reich attaccò l’URSS senza aver dichiarato guerra. Ad oltre tre milioni di uomini si aggiungevano altri seicentomila soldati di Stati cooperanti. Il regime intendeva deportare milioni di russi, polacchi, cechi e ucraini definiti “indesiderati”. Già nella primavera dello stesso anno Hitler aveva espresso il desiderio di trovare, dopo la guerra, una “soluzione definitiva alla questione ebraica”. All’inizio il Führer e i suoi militari partivano dal presupposto che una guerra lampo avrebbe portato in poco tempo alla capitolazione sovietica. L’alleanza militare tra Gran Bretagna e URSS fu una doccia fredda per il dittatore.

Non era più possibile minimizzare la capacità di resistenza dell’Armata Rossa. E l’inverno incombente faceva paura. Sul da farsi si aprì un dissenso strategico. Molti puntavano su Mosca, ma Hitler volle prima conquistare i giacimenti di materie prime e petrolio in Caucaso. La sconfitta di Stalingrado, nel febbraio 1943, segnò per Bohr il punto di non ritorno sul fronte orientale e l’inizio del tracollo fisico del dittatore. Hitler evitò ogni contatto sociale al di là delle riunioni. Era taciturno, dormiva poco. Cominciò a tremargli prima la mano sinistra, poi la gamba sinistra. Soffriva di crampi. Morell gli somministrava da anni eccitanti a base di estratti ghiandolari e ormoni. Agli occhi di chi lo vedeva, pareva ormai un relitto umano. Bohr documenta anche i disturbi respiratori, l’oppressione cardiaca, la nausea e la diarrea, insieme a quella che i suoi collaboratori chiamavano “psicosi da bunker”.

Non si presentava più ai pasti, e la sua immagine di condottiero infallibile iniziò a incrinarsi. Continuava però a coltivare ogni giorno, come nota Bohr citando Ian Kershaw, la propria auto-monumentalizzazione. Nella quotidianità della Tana del Lupo, Hitler era collerico e una forza di persuasione fondata più su una pseudocultura che su una preparazione reale. Era scrupoloso fino alla mania riguardo alla propria igiene. Non consumava alcolici né carne. Aveva il terrore di batteri e virus. Chiedeva sempre ai suoi impiegati che ora fosse, benché avesse un orologio da tasca d’oro. Bohr riporta analisi secondo cui Hitler impiantò tutto in funzione della propria insostituibilità. Su di un perenne “io o il caos”. S’impose così una fretta che lo condusse a decisioni precipitate. Era narcisista, diffidente, curioso. Il rapporto di Hitler con le donne alla Tana del Lupo era, secondo Bohr, tipico di un uomo della sua generazione, di stereotipi paternalistici.

Le segretarie, Christa Schroeder e Traudl Junge, erano per lui le figure femminili più importanti. Quasi un surrogato della famiglia di cui disponeva come un tutore, facendo complimenti sull’abbigliamento ed elargendo regali. Prima degli incontri con le donne, racconta Bohr, Morell gli somministrava iniezioni di testosterone per stimolare la libido. Eva Braun, invece, non mise mai piede alla Tana del Lupo. Di Schroeder Bohr riporta un ricordo diretto: Hitler «provava sempre una grande gioia nel fare regali alle persone che gli erano care e alle quali si sentiva legato». È soprattutto nel quartier generale di Rastenburg, secondo Bohr, che il regime prese le decisioni fondamentali sul genocidio degli ebrei d’Europa. Tra il 1940 e il 1942, nell’ambito dell’Aktion T4, i nazisti uccisero quattromila pazienti psichiatrici nella Prussia orientale, per un ordine che Hitler aveva impartito per iscritto sulla propria carta intestata.

Benché resti discusso se abbia mai dato un ordine scritto esplicito sullo sterminio degli ebrei, Bohr osserva che Hitler dirigeva fin nei minimi particolari gli strumenti della loro persecuzione. Nel dicembre 1941, mentre la Wehrmacht veniva decimata alle porte di Mosca e Hitler, nella Tana del Lupo, malediceva la neve a quarantuno gradi sottozero, a Chełmno iniziava l’uccisione degli ebrei con il gas. Le SS assassinavano le vittime ini furgoni con il monossido di carbonio, centocinquantamila persone in totale. Bohr riferisce che, durante l’Aktion Reinhardt, Joseph Goebbels annotò nel diario che Hitler gli aveva confermato la volontà di eliminare gli ebrei. «Non soltanto dal territorio del Reich, ma dall’Europa intera». Mentre Heinrich Himmler assistette di persona alle uccisioni nelle camere a gas. Nel bosco di Rastenburg, la sconfitta militare della Wehrmacht non fece che rafforzare in Hitler l’idea di una battaglia finale contro gli ebrei.

Un episodio analogo era già avvenuto nel 1942, quando il dittatore si trasferì per un periodo all’HQ ucraino di Vinnycja (il Werwolf), per dirigere l’avanzata verso il Caucaso. Proprio in quei giorni le SS massacrarono ventimila ebrei della città. Il 20 luglio 1944 Claus von Stauffenberg portò l’esplosivo nella sala riunioni della Tana del Lupo. Padre di quattro figli, con un quinto in arrivo, aveva perso l’anno prima l’occhio destro e la mano destra nel teatro di guerra tunisino. Aveva ottenuto di sedere vicino al dittatore adducendo i problemi di udito legati al ferimento. Dopo che un altro colonnello spinse con noncuranza la valigetta ancora più sotto il tavolo, Stauffenberg lasciò la stanza con il pretesto di dover telefonare. Il dittatore sopravvisse per miracolo. Morell gli riscontrò un ematoma, tumefazioni, contusioni, escoriazioni e la rottura dei timpani. Convinto della morte di Hitler, Stauffenberg decollò verso Berlino.

Ma i congiurati della capitale non riuscirono a occupare né la centrale del Partito né quella della Gestapo. Hitler insistette perché si tenesse comunque, come da programma, la visita di Mussolini. E lo condusse tra le macerie della baracca delle riunioni dicendo: «Sono scampato per miracolo alla morte. La Provvidenza mi ha prescelto». Gli inquirenti individuarono 132 partecipanti ai fatti del 20 luglio. Il dittatore, deciso a eliminare i propri nemici, ordinò a Roland Freisler processi farsa. Dopo l’attentato il regime si radicalizzò ulteriormente. E Hitler volle essere informato ogni giorno sull’andamento della sua campagna di vendetta. Il 20 novembre 1944 lasciò Rastenburg di malavoglia, pur sapendo che la guerra era ormai perduta. Il 26 gennaio 1945 l’Armata rossa conquistò la città e occupò anche le rovine della Tana del Lupo. Ci vollero dieci anni per rendere l’area totalmente accessibile.

Il sito aprì al pubblico nel 1959, diventando un luogo della memoria. Dal 2015 lo amministra il corpo forestale locale. Bohr chiude il racconto con un’osservazione più ampia. Hitler non vide mai l’interno di un campo di sterminio tedesco. Prendeva le proprie decisioni militari in una sala riunioni rivestita di legno, davanti a mappe che restituivano una versione falsata dell’atroce realtà della guerra. All’orrore dei campi di battaglia non dovette assistere di persona. Per Bohr, chi vede in Hitler solo un assassino rischia di perdere di vista il fascino che esercitò su milioni di seguaci. Demistificarlo significa calarlo nella quotidianità, riconoscere che la gente lo idolatrava come salvatore. Ma vi riconosceva anche sé stessa. Il proprio risentimento. Senza il consenso di gran parte dei tedeschi, osserva l’autore, Hitler non avrebbe potuto sviluppare la sua potenza distruttrice sul mondo intero.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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