Una vita di pensiero nelle lettere di Benedetto Croce

Perdersi negli altri e nelle cose (Adelphi 2026), a cura di Emanuele Cutinelli-Rendina, raccoglie settanta lettere scelte della corrispondenza di Benedetto Croce per illuminare alcune circostanze della sua vita pubblica, le vicende dell’elaborazione di certe opere e le sue relazioni culturali e umane. Le lettere sono pubblicate integralmente. Ne emerge un arco di quasi settant’anni, dal giovane orfano che studia diritto romano fino al senatore novantenne che declina l’ultima onorificenza del presidente e amico Luigi Einaudi. La prima lettera, del marzo 1884, è indirizzata allo zio Giuseppe Ferrarelli. Croce, che dopo il terremoto di Casamicciola aveva perso i genitori e viveva a Roma sotto la tutela di Silvio Spaventa, racconta di essersi avvicinato al Dritto romano. Dapprima noioso, poi appassionante grazie a Theodor Mommsen. Scrive a Vittorio Imbriani scusandosi, con understatement giovanile, di non conoscere una ballata di Friedrich Schiller mentre indagava una leggenda napoletana legata a Wolfgang Goethe.

In una lettera del 1887 affiora già il temperamento riflessivo che lo accompagnerà per tutta la vita. «Il vivere e il morire è di tutti: chi prima, chi dopo: è uno strano mistero questo esistere oggi e non esistere domani, ma è una realtà». Al filosofo Antonio Labriola, che lo aveva accusato di dispersione intellettuale, Croce risponde accettando senza discussione la definizione della propria vita come «frivolezza della mia vita», segno di un’autocritica che precede la sua maturazione filosofica. Diverso il registro di una lettera a Giuseppe Ceci da Barcellona. «La città di Barcellona ci ha entusiasmati. È grande, è ricca, è gaia», scrive, per poi descrivere la Rambla. Con l’editore pugliese Giovanni Laterza, esordiente all’epoca, la collaborazione fu invece non poco tempestosa. Il tema dell’amore ricorre in una lettera del novembre 1913 a Adele Rossi, insegnante torinese che sposerà nel 7 marzo 1914.

Croce le confessa di aver avuto, «fin dalla mia prima giovinezza», sempre terrore dell’amore, «forse perché troppo mi sentivo disposto ad amare e a perdermi in quel sentimento, mentre una voce più alta mi ammoniva dentro di me, che la vita non consiste nell’amore». Le raccomanda pazienza. «Quella pazienza che non esclude la severità». A Gustavo Semmola confessa invece un tratto meno noto di sé. «Io non ho fatto mai discorsi politici, e non sono in grado di farne innanzi a un paio di centinaia di persone». Dichiarazione sorprendente per chi diventerà senatore e ministro. Non meno diretto è il tono riservato a Sibilla Aleramo, che si era rivolta a lui perché intervenisse presso il proprio amante. Croce rifiuta. E le impartisce quella che il curatore definisce un’«inclemente lezione di etica», consigliandole di rimeditare «spregiudicatamente e spassionatamente sulle basi della vita umana», chiedendo scusa per parole «un po’ rozze».

Con Giovanni Gentile, di cui condivideva l’elaborazione filosofica dell’idealismo, il tono resta confidenziale. «Mio caro Giovanni». Allo scoppio della Grande Guerra Croce fu, ricorda Cutinelli-Rendina, tra gli oppositori più risoluti dell’intervento italiano, sostenendo con convinzione la politica neutralista di Giovanni Giolitti. Dopo la rotta di Caporetto trovò una qualche serenità nello studio di Ludovico Ariosto, a cui dedicava una monografia. All’amico Karl Vossler, filologo romanzo tedesco, augurava nel 1919 che in Europa si ristabilisse «la fratellanza scientifica: con l’esclusione di tutti gli chauvinismes». E insisteva perché, finita la guerra, si smettesse la propaganda nazionalistica a favore di autentiche relazioni culturali con la Germania. Sempre a Vossler, apprendendo della morte di Max Weber, scrisse di aver perso «uno dei più belli intelletti dei nostri tempi». Ma la vitalità tedesca non era distrutta – solo «interrotta e scompigliata». E il danno, aggiungeva, «non è solo di voialtri tedeschi, ma di noi tutti».

A Francesco Saverio Nitti scrive di preferire sentirsi «non … italiano, ma europeo», riconoscendo che il fascismo aveva dato «una forte scossa al degenere liberalismo». A Vittorio Enzo Alfieri definisce il proprio liberalismo «cosa che porto nel sangue, come figlio morale degli uomini che fecero il Risorgimento italiano». Riceve poi Rabindranath Tagore, ospite del governo fascista. Ma quando scrive a Thomas Mann, conosciuto a Monaco, rivendica che l’opposizione al fascismo. Con Einaudi avvia invece una discussione destinata a durare anni sul rapporto fra liberalismo politico e liberismo economico. Costitutivo e necessario per l’economista torinese, non altrettanto per Croce. Alla scrittrice Alma Comnène Everts affida forse la pagina più densa dell’epistolario. È quella da cui il libro trae il titolo: «E non pensate alla Morte. La morte non è un problema, come non è un problema l’ombra rispetto alla luce».

«Il vero problema è la vita, che è anzi un incessante rampollare di problemi, che dobbiamo risolvere. Accogliete altre fatiche se vi si presentano; proponetevi altri fini […] E in questo perdersi negli altri e nelle cose troverete il solo conforto che la vita può dare, troverete il suo vero senso. Ogni tentativo di cercar pace fuori di questo, in noi stessi, nella nostra brama e nella nostra immaginazione, fallisce e lascia vuoti». Alla giovane Natalia Ginzburg scrive con semplicità di aver letto «assai volentieri la sua lettera e i suoi versi». Con l’arrivo della Seconda Guerra Mondiale, Croce osserva che «la guerra è la guerra e non ubbidisce ad altro principio che al suo proprio». Ad Albert Einstein ricorda con affetto la lunga conversazione berlinese del 1931, quando entrambi si erano ritrovati nello stesso «sentimento ansioso sul pericolo in cui versava la libertà in Europa».

Nel Dopoguerra la voce di Benedetto Croce si fa quella dell’anziano padre nobile del liberalismo italiano. A Palmiro Togliatti, che lo vedeva talvolta bollato dai suoi come «reazionario» o «filofascista», risponde con ironia filosofica di essere stato «il più radicale, e con ciò sempre liberalissimo, rivoluzionario nella vita mentale e culturale italiana della prima metà del Novecento». Pietro Nenni gli offre nel 1946 la candidatura del proprio partito. Alla vedova dell’antifascista Piero Gobetti, Ada Prospero, descrive il proprio liberalismo come «desiderio di alta lotta umana», mentre denuncia un’Italia che ha perduto «il frutto del lavoro di tre secoli». Le ultime lettere restituiscono un uomo che rifiuta gli onori quanto li aveva un tempo forse desiderati. A Nitti confessa di non aver «mai provato viva soddisfazione per le onorificenze» ricevute, perché la sola vera soddisfazione gli veniva «dal lavoro che compio, quando mi pare che riesca bene».

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

Rispondi

Scopri di più da ★ Blackstar

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere