La copertina riproduce una delle classiche vedute della Montagne Sainte-Victoire, nell’entroterra della Provenza cara a Paul Cézanne. Lettere su Cézanne (Passigli Editori 2026) di Rainer Maria Rilke, con prefazione di Mario Specchio e traduzione di Gesuina Buss-De Giudici, ripercorre un incontro che ebbe un peso decisivo nell’evoluzione espressiva della sua poesia. Tanto che lo stesso poeta praghese arrivò più volte a riconoscerlo, fino a dichiarare di averne seguito le tracce, dopo la morte del Maestro, in ogni luogo. Howard Moss, sul New Yorker, scrisse che in queste pagine «il pittore ha trovato un portavoce che parla da un luogo mai visto o udito prima, come se egli fosse insieme davanti e dentro l’opera». Le lettere raccolte nel volume, indirizzate alla moglie Clara Westhoff, furono scritte in margine alle reiterate visite che Rilke fece alla grande retrospettiva di Cézanne allestita a Parigi nel 1907.
Il tono rivela un interesse presto trasformatosi in devozione. Davanti a una Montagne Sainte-Victoire, Rilke arrivò a confessare che nessuno aveva saputo guardare una montagna con altrettanta maestà. Cézanne era stato, per lui, un modello supremo. Una figura che l’apparato critico del volume paragona a un patriarca omerico, i cui moniti contro l’oscurarsi della terra avevano il peso della profezia. Fu proprio Clara, allieva di Auguste Rodin, ad aprire a Rilke il linguaggio delle arti visive che lo avrebbe condotto a Cézanne. Tra le sue frequentazioni artistiche si ricordano Emil Orlik, Heinrich Vogeler e Paul Klee. Un ambiente che spiega perché l’attrazione di Rilke per certi dipinti non fosse primariamente artistica, ma legata a una vicinanza a Dio che egli percepiva in quelle opere. Il mestiere del pittore divenne per il poeta un modello quasi invidiato nella propria ricerca delle «più piccole unità del linguaggio».
A Lou von Salomé scrisse, già nel 1903, di dover scoprire «l’elemento costitutivo più piccolo, la cellula della mia arte, il mezzo tangibile e immateriale per esprimere ogni cosa». Le lettere restituiscono anche lo sgomento di Rilke davanti ai quadri. E la sua percezione di una forza silenziosa in quello che definiva un dire oggettivo. Vicino, in quegli stessi anni, agli acquerelli di Vasilij Kandinskij, il poeta si avvicinava al problema dell’astrazione in pittura. Consapevole di assistere a una svolta della pittura occidentale, comprese giorno dopo giorno che il processo rivelato in quelle tele richiedeva partecipazione. Dalle lettere datate, scritte dall’Hôtel du Quai Voltaire e poi da un appartamento di rue Cassette, affiora un Rilke più quotidiano. Confessa di pensare spesso a quale follia sarebbe stata, per Vincent Van Gogh, una certa scelta. Ammette che Parigi «ha cercato di scrollarmelo di dosso, come un cavallo il suo cavaliere».
In una passeggiata al Louvre annota anche altri nomi – Berthe Morisot, Francisco de Goya, Tintoretto, Tiziano Vecellio, Francesco Guardi, Giovanni Battista Tiepolo – segno di uno sguardo che non si fermava a Cézanne. Buona parte delle lettere ricostruisce la biografia stessa di Cézanne. Il pittore raccontava di aver vissuto da bohémien fino ai quarant’anni. E solo allora, grazie alla conoscenza di Camille Pissarro, di aver maturato il gusto per il lavoro. Così lo vedeva anche suo padre, piccolo banchiere che, sapendo come i bohémien vivano e muoiano in miseria, aveva scelto di lavorare per il figlio. Cézanne divenne poi noto a Parigi, la sua fama crebbe gradualmente. E Rilke ricorda quanto egli avesse ben presente l’amicizia con Émile Zola, suo conterraneo provenzale e compagno d’infanzia. Da questa immersione nasce la riflessione più aforistica delle lettere, quella in cui Rilke lega il destino di Cézanne a una condizione quasi religiosa dell’artista.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
