È stato il cantore del tormento individuale, Rainer Maria Rilke, poeta della ricerca inesausta e irraggiungibile di Dio, ma anche di una sorta di forza assoluta affidata alla lirica che rifiuta ogni barriera nazionale. Rilke si staglia come una delle figure letterarie più significative nel panorama della poesia di lingua tedesca del XX secolo. Forse il più grande poeta del primo quarto di Novecento. Nato a Praga il 4 dicembre 1875, centocinquant’anni fa, nella casa di Heinrichgasse 19 che oggi porta solo una targa commemorativa, Rilke fu un poeta precoce. Il contesto familiare già prefigurava alcune delle tensioni che caratterizzeranno la sua vita. Il padre, Josef Rilke era infatti un ex militare che non aveva mai raggiunto il ruolo di ufficiale. E che, con l’aiuto del fratello Jaroslav Rilke, dopo il congedo dall’esercito, aveva ottenuto l’incarico di funzionario alla ferrovia Turnau-Kralup-Prag.
La madre, Sophia Entz, anch’ella di Praga, proveniva da una famiglia di maggior prestigio sociale, figlia di Karl Entz, industriale e consigliere imperiale. Il percorso formativo del giovane René – così era registrato all’anagrafe – esordì alla scuola elementare tedesca. Si distinse per i buoni voti nonostante le frequenti assenze per motivi di salute – altra questione, quella polmonare, che lo tormentò tutta la vita. Fu anche il caso, a partire dal 1917, di un altro suo concittadino e coetaneo illustre, Franz Kafka. La separazione dei genitori nel 1884 segnò negativamente la sua infanzia. Fu affidato alla madre che, nel 1886; ed entrò alla scuola militare di Sankt Pölten. Questo periodo, che Rilke definì come uno dei più ardui della sua vita, non impedì lo sviluppo della vocazione letteraria. Già nel 1884 aveva iniziato a scrivere brevi poesie, alle quali si aggiunse anche l’ambizioso volume Storia della Guerra dei Trent’anni.
La svolta nella formazione avvenne quando, dopo essere stato ammesso alla scuola militare di Mährisch-Weisskirchen (oggi Hranice), lasciò l’istituto prima di conseguire il diploma. Iniziò quindi un corso all’Accademia del Commercio di Linz, che abbandonò nel 1892. È allora che scrisse la maggior parte delle poesie che confluiranno nella raccolta Leben und Lieder. L’attività poetica di questi anni fu intensa. All’inizio del secolo aveva già pubblicato Jetzt und in der Stunde unseres Absterbens, lo Stunden-Buch, parte delle Geschichten vom lieben Gott e Die Weise von Liebe un Tod des Cornets Cristoph Rilke – quest’ultimo, un testo che avrà un successo straordinario quanto inatteso. Grazie al sostegno economico dello zio poté progettare l’iscrizione a Giurisprudenza. Il 10 settembre 1890 sulla rivista di Vienna Das interessante Blatt comparve la sua prima poesia pubblicata: “Die Schleppe ist nun Mode”.
Nel 1893, l’incontro con Valerie von David-Rhonfeld diede vita a un intenso legame epistolare che produsse centotrenta scritti – andati perduti. La frequentazione di signore dell’alta borghesia fu una costante nella vita di Rainer Maria Rilke. La pubblicazione delle Lautenlieder I-IV sulla rivista Jung-Deutschlands Musenalmanach nel 1893 lo rese noto ai lettori. Completò in soli tre anni studi che ne richiedevano otto, si diplomò con lode al Graben-Gymnasium. Entrò quindi nelle istituzioni culturali locali, dove conobbe altri scrittori come Emil Orlik e Hugo Steiner. A Natale uscì il suo secondo volume di poesie, Larenopfer, seguito dalla rivista Wegwarten, che lui stesso fece stampare e distribuire gratuitamente. Rainer Maria Rilke aveva sposato Clara Westhoff, che lo introdusse ad Auguste Rodin, di cui avrebbe assunto la funzione di segretario. Furono gli anni in cui scoprì l’opera di un famoso pittore provenzale, Paul Cézanne.
Ma la svolta decisiva avvenne nel 1897 con l’incontro con Lou von Salomé – incontrata nella casa monacense di Jakob Wassermann – figura centrale del panorama intellettuale europeo, già legata a Friedrich Nietzsche. Nei “Gedanken über das Liebesproblem” (in Neue Deutsche Rundschau), risalenti al periodo del legame con Rilke, l’intellettuale russa sostiene che il principio più profondo dell’amore consiste nel rimanere per sempre estranei l’uno all’altro, ma in una vicinanza eterna. I dubbi di Lou sul giovane amante, malgrado l’intensità della loro esperienza sentimentale, iniziarono precocemente. Nel 1898 lo inviò in Italia, a Firenze, per ampliare la sua formazione, per affinarlo. Ma soprattutto per cercare di diminuire la dipendenza, il bisogno, l’attaccamento. Rainer vi rimane un mese, poi scappò a Viareggio. La corrispondenza tra Lou e Rainer costituisce un’ininterrotta richiesta di sostegno e supporto, di consenso e incoraggiamento da parte di lui.
Lei lo accolse in maniera materna e gli cambiò il nome originario Renée in Rainer. Nel diario, il 3 agosto 1899, Lou annotò: «Esistendo, io e Rainer, troppo esclusivamente l’uno per l’altra». E il 30 agosto: «Le giornate sono troppo brevi per noi». Con lei il poeta intraprese due viaggi in Russia nel 1899 e nel 1900. Rilke definì il paese come sua patria spirituale e intrattenne fitte corrispondenze con Pawel Ettinger, Aleksandr Nikolaevič Benois e Leonid Pasternak, intrecciando amicizie con Lev Tolstoj e Paul Trubeckoj. Questi viaggi erano parte di una sorta di vagabondaggio esistenziale. Rilke era quasi sempre in movimento, attraverso l’Europa e i paesi dell’Oriente romantico. Aveva ragione l’amico e ammiratore Stefan Zweig che scrisse che era difficilmente raggiugerlo: nessuna casa, nessun domicilio fisso, nessun ufficio. Come avrebbe detto Sigmund Freud, con lui non si poteva stringere eterna alleanza.
A Parigi Rilke elaborò una delle sue opere famose, I quaderni di Malte Laurids Brigge. Il culmine della sua produzione poetica si raggiunse con le Elegie duinesi, iniziate nel castello di Duino, vicino a Trieste – nel 1912 – e i Sonetti a Orfeo. Gli ultimi anni sono i più difficili per Rilke. Ammalato cronico, si trasferisce nel Vallese, al castello di Muzot, ancora oggi visitabile, messo a disposizione da un amico. Nel 1923 avvertì i primi sintomi della leucemia che lo avrebbe portato alla morte il 29 dicembre 1926. Riposa al cimitero di Raron, tra Sierre e Briga. Ma Rilke oggi è ricordato soprattutto per le Elegie. Opera breve, quanto complessa, è forse una delle più complesse del secolo. Affronta temi esistenziali come l’inconsistenza della vita, l’inattendibilità dei sentimenti e la morte vista come limite invalicabile.
Poi i motivi legati al contesto del primo Novecento: la “morte di Dio” di nietzschiana memoria, l’individualismo moderno, la crisi borghese, la condanna della società industriale. Secondo Rilke, la poesia diventa allora l’unica via di salvezza, capace di trasformare persino la morte in materia creativa. Nei drammi e nei racconti dei suoi inizi, infatti, Rilke ricorre a temi, registri e atmosfere ancora radicate nel naturalismo, pur cercando di oltrepassarlo con un linguaggio sperimentale e con l’inserimento di elementi visionari e gotici. Questo cambia in seguito. Alcune figure simboliche dominano le elegie: l’Angelo, emblema di bellezza e grandezza; gli amanti infelici mai appagati; i giovani morti, segnati dalla morte nel momento del massimo potenziale vitale. Elegie è una testimonianza di una ricerca spirituale che ha saputo parlare al cuore dell’esperienza umana moderna con una voce che mantiene intatta la sua potenza e la sua attualità.
Anche sul piano espressivo, Rilke innova senza rompere con la tradizione. Sperimenta nel lessico e negli accostamenti, ma resta fedele a una sintassi letteraria e a un vocabolario simbolista. La rottura avviene però sia con il cristianesimo occidentale che con la ricerca di una spiegazione moderna e scientifica della verità, mostrando l’influenza del pensiero di Arthur Schopenhauer. La sua concezione del “Weltinnenraum” (spazio interno del mondo) rappresenta un tentativo di superare la divisione tra soggetto e oggetto, tra interiorità ed esteriorità. Carl Jacob Burckhardt osservava già nel 1920, scrivendo a Hugo von Hofmannsthal: «Il vero rischio verrà quando i professori universitari tenteranno di trovare in Rilke parole di sapienza eterna». In realtà, nelle opere rilkeane non bisogna cercare massime di verità immutabile. Ma piuttosto le inquietudini di chi fatica a definire sé stesso e l’impegno di confrontarsi con i grandi interrogativi dell’esistenza, tentando strade nuove e più interiori.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
