Sempre la rosa (La nave di Teseo 2026), a cura di Alberto Cristofori, ricostruisce vita e opera di Federico García Lorca. Nel 1936 Lorca viene assassinato dai franchisti. Novant’anni dopo tornare a lui «non è un esercizio celebrativo», ma «un gesto necessario». Il poeta, infatti, parla ancora ai cuori dei lettori. Il titolo del libro riprende un verso dell’ode del poeta a Salvador Dalí. La rosa diventa emblema della poesia stessa. Perfezione formale e sensualità, amore e caos, un impulso irrazionale che l’arte tenta di ordinare attraverso una ricerca rigorosa. È questa tensione tra disciplina e desiderio, tra forma e vertigine, a definire l’opera di Lorca e a renderla politica. In un’epoca di passioni ideologiche estreme, Lorca unisce avanguardia e tradizione, cultura colta e popolare. E la volontà di parlare agli esclusi – gitani, neri, gli ultimi. Un progetto letterario e civile che, scrive Cristofori, non poteva non suscitare l’odio franchista.
A novant’anni di distanza si sa ancora poco della morte di Lorca. Negli ultimi mesi di vita si moltiplicavano gli impegni teatrali e maturava il progetto di un libro di sonetti. È possibile che il poeta sentisse il bisogno di ritirarsi da un turbine di impegni più mondani che artistici. Le ragioni dell’odio nei suoi confronti erano molteplici. In primo luogo, l’omosessualità; poi la critica alla Chiesa, accusata di aver tradito i valori del Vangelo, come rivela l’ode a Walt Whitman. Infine, il rifiuto di ogni forma di nazionalismo, in favore di un’appartenenza più larga – «Canto la Spagna e la sento fino al midollo». «Ma per prima cosa sono uomo del mondo e fratello di tutti». La sua uccisione, scrive Cristofori, fu un delitto politico. E assunse un valore simbolico immenso. La poesia di Lorca, sostiene, nasce da una riflessione filosofica.
Lorca pubblica a spese del padre il suo primo libro, Impresiones y paisajes, una serie di prose descrittive e meditative scritte in un viaggio in Castiglia e Andalusia. Già giovanissimo, in un testo intitolato El patriotismo, si confronta con la Grande Guerra. «Lo scopo ultimo del patriottismo», scrive, «è trasformare molte anime in corpi». Le bandiere, per lui, sono «simboli dell’oscurità e della negazione di Dio», un «falso ideale». Secondo il poeta, bisogna «instillare nei bambini l’amore per tutta l’umanità e l’odio per le spade». Il secondo movimento del libro racconta gli anni della musica e delle amicizie: prima fra tutte quella con il compositore Manuel de Falla, decisivo per Lorca. È ben presente l’interesse per l’Andalusia. E i due condividono l’ammirazione per Claude Debussy. Tra i temi cari al giovane ci sono la notte, l’eros, l’infanzia, l’Andalusia.
Tra le presenze che ne nutrono la formazione figurano anche il poeta simbolista Paul Verlaine e quello modernista Juan Ramón Jiménez. Nel capitolo de “La grande crisi (1926-1931)” si riferisce dell’incontro tra Lorca e Dalí alla Residencia de Estudiantes nel 1921. I due stringono un’amicizia non priva di risvolti amorosi. E quindi dolorosi. Nel 1928 Lorca pubblica il Romancero gitano, che comprende quindici poesie narrative sul modello del romance. Vi ritornano qui alcune sue ossessioni. Cioè: il rimpianto per l’infanzia perduta, la fascinazione per la violenza, l’attenzione per gli animali, la polemica contro il tradimento del messaggio cristiano da parte della Chiesa. E, ancora, a centralità della musica. Nello stesso periodo Lorca compone anche l’“Ode a Walt Whitman”, in cui immagina il poeta americano con la sua leggendaria barba.
Il quarto movimento, “Appressamento della morte (1931-1936)”, si apre con un’osservazione sulla cronologia di Lorca, sfasata rispetto a quella di composizione. Libro de poemas (1921), risale al 1918. Poema del cante jondo, composto tra il 1921 e il 1922, esce nel 1931. Poeta en Nueva York, scritto nel 1929-30 durante il soggiorno americano, è dato alle stampe nel 1936, lasciando alla sua morte molt inediti. In questi anni, scrive il curatore, il poeta svolge anche una vera e propria meditazione sulla natura della poesia, sostenendo che «il poeta è colui che ci fa vedere il mondo con occhi nuovi». Che «ci racconta il noto in maniera da farcelo scoprire come la prima volta». E che infine, conclude, la poesia «fa comprendere la morte». Poco prima di essere ucciso, lascia sonetti di argomento omoerotico che usciranno nel 1983 come “El poeta habla por teléfono con el amor”.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
