Le case di Augsburg, Berlino e Buckow ricordano Bertolt Brecht

Sono passati settant’anni dal 14 agosto 1956, giorno in cui Bertolt Brecht morì a Berlino Est. Nessuna cerimonia di Stato riesce a restituire, meglio delle sue case, la complessità di un uomo che fu insieme poeta lirico, drammaturgo rivoluzionario e figura scomoda di un regime, la DDR, di cui accettò la protezione senza mai davvero appartenervi. Tre indirizzi ne raccontano la traiettoria. Augsburg, dove nacque in una famiglia borghese di provincia. Berlino, dove costruì il teatro epico e dove morì. Buckow, dove negli ultimi anni cercò rifugio dalla politica e dalla propria fama. Visitarle in sequenza equivale a ripercorrere un secolo intero di storia tedesca. Dalla Baviera guglielmina alla Repubblica Democratica Tedesca. Ad Augsburg la casa natale sorge nel Lechviertel, già quartiere degli artigiani. L’indirizzo è Auf dem Rain 7. Un edificio color cachi. Un tempo bottega di limatori, incastrato tra due canali del fiume Lech.

Qui, al piano superiore, nacque il 10 febbraio 1898 Bertolt nacque. Figlio di un dirigente di cartiera e di una madre di origini protestanti. La famiglia vi restò pochissimo. Già nel 1900 i genitori traslocarono alla Bleichgasse 2, sull’Oblatterwall, dove il futuro drammaturgo trascorse l’intera infanzia e adolescenza, tra studi liceali mediocri e le prime prove poetiche pubblicate su giornali locali sotto pseudonimo. Fu proprio ad Augsburg, poco più che ventenne, che iniziò gli studi di medicina – più per evitare la chiamata al fronte come combattente che per reale vocazione – e che, nel 1918, prestò servizio come infermiere militare in un ospedale da campo. Neanche a dirlo, un classico della sua generazione, l’esperienza che avrebbe segnato profondamente la sua visione della guerra e delle sue vittime. Nonostante la casa d’infanzia fosse altrove, fu Auf dem Rain 7 a essere scelta per il progetto museale.

Contava il valore simbolico del luogo di nascita. E contava una targa commemorativa già apposta nel 1960 per iniziativa privata. Il riconoscimento ufficiale, però, arrivò con lentezza tipicamente burocratica. La città acquistò l’edificio, ma tra la decisione di realizzare il progetto e l’apertura effettiva trascorsero quasi dieci anni – otto di progettazione, altri due di ristrutturazione. La Brechthaus aprì come museo e luogo della memoria nel 1985. Oggi una stele rosso acceso – un color che non è casuale – e la targa sulla facciata segnalano ai visitatori il luogo di nascita dell’autore di Vita di Galileo e dell’Opera da tre soldi. All’interno, tra prime edizioni, un bozzetto scenico del 1949, maschere funebri. E la camera da letto ricostruita della madre, un piccolo salotto di lettura con biblioteca in sede invita a sfogliare in pace l’intero corpus dell’opera brechtiana. Al pianterreno una videoinstallazione con documentari ne ripercorre la biografia.

A Berlino la casa che conta di più è quella di Chausseestraße 125, a Mitte, accanto al cimitero di Dorotheenstadt dove riposano artisti e filosofi di più generazioni – da Georg Wilhelm Friedrich Hegel a Johann Gottlieb Fichte, da Anna Seghers a Christa Wolf fino allo stesso Brecht. Fu l’ultimo indirizzo condiviso dal drammaturgo con l’attrice Helene Weigel, sua moglie e direttrice artistica del Berliner Ensemble, la compagnia teatrale che i due avevano fondato nel 1949 dopo il rientro dall’esilio americano e il trasferimento a Berlino Est. Presero in affitto due appartamenti nello stesso stabile, costruito nel 1843 e oggi sotto tutela come monumento storico. Brecht abitò al primo piano dell’ala laterale e posteriore dal 1953 fino alla morte, in uno spazio ampio da ospitare più angoli di lavoro e gli incontri con allievi e collaboratori, in un periodo in cui la sua produzione teorica sul teatro epico trovava applicazione pratica.

Oggi quelle stanze custodiscono la sua biblioteca, circa quattromila volumi consultabili da chi frequenta gli Archivi. Weigel visse dapprima al secondo piano, che dopo la morte del marito mise a disposizione dell’Archivio da lei stessa fondato. Dal 1978 gli ambienti originali funzionano come sito memoriale, visitabile solo tramite visite guidate su prenotazione. L’inaugurazione vide la presenza del leader della Germania Est Erich Honecker, della figlia della coppia Barbara Brecht-Schall e di Werner Hecht, collaboratore di Weigel a lungo alla guida del Brecht-Zentrum della DDR, l’organismo incaricato di coordinare studi e iniziative sull’opera brechtiana. La casa di Mitte va tenuta distinta da un altro indirizzo berlinese, quello di Berliner Allee 185 nel quartiere di Weißensee, dove la coppia abitò subito dopo il ritorno dall’esilio, prima del trasferimento definitivo a Chausseestraße. Il Literaturforum im Brecht-Haus, attivo dal 1992, prosegue ancora oggi le Giornate Brecht insieme a un’ampia offerta di eventi culturali.

A Buckow, nella Märkische Schweiz a est di Berlino, la casa che conta è la cosiddetta Eiserne Villa, la Villa di Ferro, affacciata sullo Schermützelsee. Vi si trasferirono Brecht e Weigel nel 1952, dopo quindici anni di esilio tra Scandinavia, Unione Sovietica e Stati Uniti. L’autore trascorse le ultime cinque estati della sua vita, in un ritmo che alternava scrittura, silenzio e rare visite di ospiti scelti. Nella casetta da giardino accanto alla villa principale nacquero le Elegie di Buckow, il ciclo poetico che gli avrebbe garantito fama internazionale oltre i confini della DDR. Chi ha ricostruito quegli anni li descrive attraverso immagini immobili. Un Brecht insolito. Seduto sotto l’ombrellone accanto al pontile che si spinge tra i canneti nel lago, berretto da operaio e sigaro in bocca, i gomiti appoggiati con noncuranza alla panca del giardino. Lo sguardo rivolto altrove. Forse verso i suoi amori passati.

Buckow era un luogo di quiete, dove lasciar andare gli anni difficili, ma anche un luogo creativo, per la poesia e i suoi testi. Lo spiega Maxi Pincus-Pamperin, della Casa Brecht-Weigel di Buckow. Proprio di recente, il comune ha discusso se affiancare al nome l’appellativo “Brechtstadt”. Un’idea sostenuta con convinzione dal sindaco e parte degli operatori turistici locali, ben più tiepidamente accolta dagli abitanti. Tre case, tre paesaggi, un solo filo che le attraversa: la ricerca costante, da parte di Brecht, di uno spazio dove pensare e scrivere lontano dal rumore. Settant’anni dopo la morte, restano questi luoghi, più delle celebrazioni ufficiali o delle dispute toponomastiche, a tenere viva la domanda che la sua opera continua a porre a chi la legge oggi. Cosa sopravvive, di un autore, quando lo si stacca dal mito di Stato e lo si restituisce alle stanze in cui ha vissuto, amato e scritto.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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